Clipping: “Splendor & Misery” (2016) – di Valerio Pozzi

Il fascino dello spazio, l’ignoto buio da sempre studiato e da sempre temuto. Tra quanto saremo pronti per esplorarlo? Riusciremo mai a creare colonie stabili su altri pianeti? Svilupperemo mai mezzi che ci permettano di allontanarci dal nostro sistema solare? Il progresso tecnico-scientifico degli ultimi decenni è stato enorme ma ciò che è rimasto invariato è l’essere umano: nonostante la lontananza dal nostro pianeta e la conoscenza acquisita, i meccanismi che hanno regolato la nostra società per millenni persisteranno negli anni a venire. Potenti e ricchi, padroni e schiavi, borghesi e proletari: cambiano i nomi ma la natura è sempre la stessa, una natura che trascineremo con noi nella scoperta dello spazio. Questa è una delle tante riflessioni che è possibile estrapolare dal concept album “Splendor & Misery” (2016) del gruppo experimental hip-hop Clipping. La bianca custodia conserva tra plastica, carta e metallo la storia dello schiavo Numero 2331, prigioniero in una nave spaziale cargo, destinato a un remoto pianeta di lavoro.
L’album si apre con la rivolta dei prigionieri, della quale si odono il metallico suono delle armi utilizzate, lo stridore degli allarmi in subbuglio e la violenta distruzione degli scompartimenti. Unico sopravvissuto è il prigioniero Numero 2331, il quale raggiungerà la sala di controllo della nave nella speranza di poter impostare la rotta verso una nuova vita.
Splendor & Misery” non è un semplice contenitore di canzoni ma un viaggio verso un mondo al contempo distante e prossimo. Il corso degli eventi è descritto dalla collaborazione tra il sound design di William Hutson e Jon Snipes, i quali tramite note e suoni industriali poco armonici generano una perfetta atmosfera sci-fi, e dalla voce del cantante Daveed Diggs (il celebre Lafayette e Thomas Jefferson del musical di Broadway Hamilton”) che si esprime in complessi versi rappati narrando la storia di schiavitù, speranza e salvezza di Numero 2331.
Questo delirio fantascientifico è intervallato e a volte miscelato con lenti, profondi e struggenti canti gospel: chiaro richiamo alle nenie degli schiavi neri d’America. Il netto distacco di tali suoni dai precedenti scaglia la mente dell’ascoltatore per qualche secondo di nuovo sulla Terra, colmando così quel distacco spazio-temporale che lo separava e lo desensibilizzava dalle vicende narrate.
Avrebbe poco senso parlare oltre di questo album: è difficile descrivere un’esperienza così intima ma al contempo così universale. L’unico ulteriore punto da aggiungere è un semplice consiglio: il miglior modo per ascoltare quest’album ed affrontare tale avventura è sdraiarsi sul letto, spegnere le luci, tenere gli occhi chiusi e iniziare a viaggiare con la mente verso ciò che ci viene descritto.

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