Clint Eastwood: “Richard Jewell” (2020) – di Alessandro Freschi

Prossimo a soffiare sulle novanta candeline della torta di compleanno Clint Eastwood (San Francisco, 30 Maggio 1930) continua ancora a stupirci, a dispensare emozioni di celluloide, a non sbagliare un colpo. Già, a non sbagliare un solo colpo, come quando impugnava la colt negli spaghetti-western di Sergio Leone o la 44 Magnum impersonando quella ‘canaglia’ di Harry Callaghan. Certo è che le gemme che ha realizzato stando seduto dietro l’occhio della macchina da presa (il suo debutto da regista risale al 1971 con il thriller “Brivido nella notte”) si rivelano di una tale suggestione che con il passare degli anni è diventato praticamente impossibile discernere il Clint attore dal Clint regista ed ancor più difficile decretare quale dei due potrebbe essere il lato migliore. Due facce della stessa medaglia. Due facce vincentiDietro quell’ossuto ghigno da eterno duro l’artista californiano con le sue pellicole (delle quali in più di una occasione ha curato anche i commenti sonori) è soventemente entrato dentro le viscere della sua amata America, riportando in superficie scomode verità che per convenienza o indifferenza sono solite rimanere silenziosamente nell’oscurità più assoluta. Attraverso storie di gente comune, spesso ispirate da episodi realmente accaduti, ha raccontato di ingiustizie sociali, razzismo, omosessualità, guerre e corruzione. Un produzione estremamente cospicua che solo nel nuovo millennio annovera titoli come “J. Edgar”, “Gran Torino”, “American Sniper”, “Mystic River” e “Hereafter” oltre il pluridecorato “Millior Dollar Baby” e l’ultimo “The Mule” (2018). Dal 16 gennaio 2020 è in programmazione nelle sale cinematografiche italiane il 38° lungometraggio a firma Eastwood, “Richard Jewell” (2020), ed ancora una volta sullo schermo va in scena una storia, o meglio una tragedia, a “stelle e strisce”. Ancora una volta una storia vera.
E’ la sera del 27 luglio 1996 al villaggio olimpico di Atlanta, e la zelante guardia di sicurezza Richard Jewell durante il turno di servizio rinviene nascosto sotto una panchina uno zaino-bomba. Allertate le forze dell’ordine e gli artificieri, offre il suo contributo nell’allontanare i civili dall’area  limitando le conseguenze drammatiche dell’esplosione dell’ordigno (due morti ed oltre un centinaio di feriti). Una iniziativa intrepida, figlia di un irreprensibile senso civico e di una sagace intuizione. Un’azione come si suol dire da eroe. Paradossalmente però il corso degli eventi non segue la sua logica evoluzione e Jewell qualche giorno dopo si vede costretto a ricorrere alla tutela dell’amico-legale Watson Bryant. Dopo la gloria iniziale infatti è stato sufficiente che le ambizioni di una giornalista senza scrupoli convergessero con la necessità dell’F.B.I. di garantire all’opinione pubblica il rassicurante ‘colpevole perfetto’ per mettere in moto una ‘macchina diffamatoria’ in grado di capovolgere la realtà basandosi esclusivamente sul pregiudizio dettato dalle imperfezioni e le debolezze del rispettoso agente. Da eroe a ‘sospettato numero uno’ il passo è tanto breve quanto impietoso, ed il malcapitato Richard vede devastata la propria vita privata, trascinato suo malgrado nel bel mezzo di una gogna pubblica nella quale sciacalli dell’informazione assolvono al ruolo di pubblica accusa e le forze di polizia conducono indagini con metodi ambigui e disonesti
“Per un brutto scherzo del destino Richard Jewell è stato ingiustamente e falsamente accusato di omicidio e lesioni. Gli accusatori sono delle forze più potenti del mondo odierno: il governo degli Stati Uniti e i media. Nelle ultime quattro settimane queste potenti forze si sono alleate per rendergli l’esistenza un inferno in terra”. È attraverso l’intensa arringa finale con la quale il coriaceo avvocato Watson Bryant ammutolisce la stampa che Eastwood riassume la sua amareggiata denuncia sul drammatico caso Jewell. Dalla delusione di non sentirsi tutelato dagli uomini al potere e dalle leggi alla constatazione di come le artefatte informazioni dei media siano in grado di compromettere l’esistenza di un essere umano formulando, ogni qualvolta se ne renda proficuo, l’identikit del malcapitato ‘agnello sacrificale’ di turno senza alcuna remora. É una America nella quale è arduo riflettersi, inquadrata dalla sua prospettiva peggiore, quella che tracima dai fotogrammi della ricostruzione dell’inchiesta sull’attentato terroristico di Atlanta del 1996.
Un tentativo, quello del ‘texano dagli occhi di ghiaccio′, di risvegliare la coscienza di una opinione pubblica sempre più assuefatta al quotidiano martellamento, spesso eticamente discutibile, di network televisivi e stampa. Minuziosa la tratteggiatura delle anime dei protagonisti in gioco: superbi Kathy Bates nel ruolo della madre di Richard e soprattutto Sam Rockwell, pressoché perfetto nelle vesti dell’anticonformista avvocato Bryant. Paul Walter Hauser, ammirato nel dramma sportivo “Tonya”  (2017) di Graig Gillespie, appare decisamente credibile nei panni di Jewell; sulla falsa riga di “American Sniper”, quando la scelta per dare un volto all’inesorabile cecchino Chris Kile ricadde su Bradley Cooper, anche in quest’occasione Eastwood gioca sull’impressionante somiglianza tra attore e personaggio reale (all’epoca dei fatti un trentenne con evidenti problemi di peso) divertendosi in più di un frangente nel sovrapporre flashback di immagini reali dal passato con abili ricostruzioni della scena… e sulla scena Clint ha sempre dimostrato di sapersi muovere.

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