Clint Eastwood: “Il Corriere – The Mule” (2018) – di Maurizio Fierro

Non sarà una trend story come in “Breaking Bad”, con Walt White, professore di chimica, convertito alla produzione di metanfetamina, ma anche quella di Earl Stone, floricultore quasi novantenne, che fa il corriere della droga per il cartello messicano di Sinaloa non è male come trovata. Ché poi quella raccontata in “Il Corriere – The Mule” (2018) è anche una vicenda realmente accaduta (pubblicata sul New York Times), a conferma che la realtà rimane sempre una fonte inesauribile per la fiction. Earl ha attraversato, guidando, quasi tutti gli stati senza mai incappare in una contravvenzione, e ha coltivato i suoi adorati fiori mettendoli davanti a tutto e a tutti, coltivando però anche il germe ferale del fallimento familiare. La famiglia: una conoscenza lontana, che se ne sta lì, ai margini della sua memoria. Non è stato né un marito (lui, “il re degli anniversari dimenticati”) né un padre esemplare. La moglie, Mary, lo odia, e sua figlia (interpretata da Alison Eastwood… e chissà cosa pensa, lei, di papà Clint) non gli parla da più di dodici anni. I fiori, però. Sì, perché come afferma convinto: “I fiori sono unici, un giorno sbocciano e la storia è finita”. Uno schema semplice: un po’ di cura e nessuna complicazione. Non come con i figli, anche, o forse specie, se sono anche loro, unici. Poi, la coincidenza che non ti aspetti… e alla festa di fidanzamento della nipote arriva la proposta di un affiliato a un potente cartello messicano della droga: trasportare dietro compenso carichi “particolari”. Lui accetta, ed eccolo di nuovo “on the road”, con il classico pick-up. Earl utilizza i compensi per evitare il pignoramento della casa, ripiana i debiti dell’associazione reduci e paga gli studi universitari alla nipote. Corsa dopo corsa, la sua reputazione aumenta. L’agente della Dea Colin Bates (Bradley Cooper) gli dà la caccia e capita anche che si scambino casualmente alcune battute al bar, e che Earl lo inviti a mettere la famiglia al primo posto (“La famiglia, questo conta. Tutto il resto non serve”). Ma all’improvviso la situazione precipita: Mary sta morendo, la Dea gli è ormai alle calcagna, il cartello della droga non ammette più ritardi… e allora Earl fa la cosa giusta, recuperando, con un touchdown realizzato all’ultimo secondo, il rispetto della figlia e quello per se stesso. A distanza di dieci anni da “Gran Torino” Clint Eastwood torna al doppio ruolo di regista e attore portando sullo schermo un altro reduce di guerra, Earl Stone, un arzillo vecchietto più ironico e meno incanaglito rispetto al protagonista della pellicola girata nel 2008. I “musi gialli” di allora sono sostituiti dai messicani di oggi, anche se sono finiti i tempi nei quali, sombrero, poncho e caricatore incrociato sul petto, i “mangia fagioli” seminavano il panico a cavallo: ora i narcos abitano ville lussuose e impugnano i Kalshnikov. Tuttavia, tutto muta ma niente cambia nell’immaginario del trumpiano Clint Eastwood. Nemmeno lui, il solito “cavaliere solitario”, oggi in veste 2.0. Non più cavalli ma macchine, e sempre bandiere americane e l’aria piena di eroi. Certo, il tempo passa, e anche se Earl/Clint sembra guardare dall’alto il luna park della quotidianità, gli spigoli delle vita hanno fatto il loro sporco lavoro, e sul suo volto compare una maschera di disincanto che assomiglia troppo da vicino alla rassegnazione, perché oltre ai fiori, a essere coltivata è la nostalgia, un termine composto da due parole greche: algos, la tristezza, e nostos, il ritorno in patria, che non è semplicemente un luogo geografico, ma anche un luogo dell’anima. E allora qual è la patria perduta che provoca quel vago senso di malinconia riflesso nello sguardo del patriota Earl/Clint? Forse il tempo, quello della vita trascorsa, perché coi soldi puoi comprare tutto tranne il tempo. Quello non si compra, magari si recupera, in parte. “Non serviva diventare ricco per farsi volere in casa”, gli dice a un certo punto Mary: una frase che è come una sentenza. Ma a volte basta poco per scuotersi di dosso la pellicola del cinismo, quella sorta di sudario di materia sottile che, anno dopo anno, ti si attacca addosso come una seconda pelle. Non è mai troppo tardi per riscoprire i valori che contano, per mettere in ordine le priorità, e non importa se si è trascorso quasi un’esistenza a credere che fosse “meglio essere qualcuno là fuori che il fallimento che ero dentro casa mia”. “Il fiore che è in te è sbocciato tardi”, gli sussurra alla fine sua figlia che, svestito l’abito mentale di rigida severità, si apre al padre con rinnovata speranza… proprio lei, “nomen omen” presago, quello del fiore che simboleggia il portatore di un messaggio: Iris, appunto. E la speranza porta con sé la serenità: la stessa che si legge negli occhi di Earl Stone nell’ultima scena del film, che si chiude con la medesima immagine con cui si è aperto: i fiori. Sempre loro. È un’altra pellicola testamentaria, “Il Corriere – The Mule”. Un film che è una riflessione definitiva sulla responsabilità dei padri verso i figli, sul valore della famiglia, ma anche sui deragliamenti della vita e sulla necessità di farsene carico, di portare la croce di debolezze e sconfitte, di riuscire a fare i conti con se stesso e, in definitiva, con la morte che inevitabilmente si avvicina.

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