Cleopatra o “Squartatrice”?: intervista con Raffaella Mutani – di Benito Mascitti

Abbiamo notato questa brava e sorprendente attrice una sera che recitava la parte di un personaggio inquietante e mai cancellato dalla memoria dei teramani, una protagonista assoluta delle cronache dei primi anni 50. Elisa de Benedictis, detta la “Squartatrice”. Nello splendido scenario delle scuderie del Palazzo Ducale di Atri, Raffaella Mutani riportava alla luce, nella forma del crime lab, la storia di Elisa. Dopo quella fortunata messa in scena e il gran successo di pubblico, abbiamo cercato di esplorare tra le pieghe di questo dramma del passato attraverso l’interpretazione dell’attrice… emozionante e aderente alla storia del celebre caso. Raffaella ci ha subito messi a nostro agio mentre ci riceveva dopo lo spettacolo… “Un’intervista? Ben lieta… anche perché la nostalgia per Elisa già mi attanaglia, nonostante l’abbia lasciata solo da pochi minuti nelle umide sale delle scuderie di Palazzo Ducale.”

Allora, veniamo a noi… quel che colpisce di te, al primo impatto, è la naturale aderenza al personaggio, l’armonia espressiva che riesci a mettere in gioco calandoti nei panni della “Squartatrice”, rappresentata innanzitutto come una donna dolente… fragile e determinata insieme, Elisa e Cleopatra al tempo stesso. Cos’è, fedeltà accademica al teatro classico… amore e studio dei personaggi… insomma, come si arriva ad essere così attrice e, soprattutto… chi te lo fa fare, con i chiari di luna di questo triste orizzonte della cultura italiana?
Vorrei lasciarti il mio curriculum e fuggire via… raccontare un’esperienza di vita così importante per me non è semplice e si porta dietro anche un fatto intimo, sempre in simbiosi con questo mio ruolo pubblico. Provo a riassumere quel che ho fatto negli anni… come in un diario stenografato, dove attraverso il percorso io possa riattivare i ricordi… sono nata nel 1972. Tra il ’90 e il ’91 ottengo la maturità scientifica e mi butto a capofitto nel mio futuro… laboratori teatrali tra l’Abruzzo e Roma, la scoperta dei metodi Stanislawskji e Strasberg negli stages e nei seminari di dizione, impostazione della voce e del corpo, canto e recitazione. Nel 2001 mi laureo in psicologia (con il massimo dei voti aggiungiamo noi) e proseguo nel mio percorso formativo con un master su comunicazione e organizzazione degli eventi e uno su arte come terapia. La mia esperienza di attrice è sostanzialmente legata al teatro, anche se ho recitato da protagonista in quattro cortometraggi. Dal ’95 ad oggi non ho mai smesso, per fortuna, di avere opportunità…i primi passi importanti al Teatro Colosseo di Roma con la regia di Guido D’Avino ne “La nave dei folli” e “Sogno di una notte di mezza estate”… e poi in giro per i teatri italiani con “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, il “Macbeth” di Shakespeare, il “Peter Pan” … il teatro sperimentale e la mia prima regia: “Il Grido”, tratto da “Spugna” di Nicoletta Toschi, al Prosa Garda festival, ottenuta dopo molte esperienze da aiuto regista e scenografa in teatro e in televisione. Ho voluto anche vivere di spettacolo nel senso più completo del termine, cimentandomi anche nella produzione e nell’organizzazione, nella direzione di palco e di tournèe e nella conduzione di laboratori teatrali. Chi me lo fa fare… bella domanda. Non lo so… il teatro è come una droga, una volta che inizi è difficile smettere. Ci ho provato, alla fine di un anno deludente mi sono detta: basta! Basta con un’attività così poco remunerativa che non conosce sabati, domeniche e giorni di festa, con la quale non otterrai mai una pensione. Se stai male comunque devi andare a lavoro e la vacanza coincide molto spesso con un periodo di disoccupazione. Non ti puoi mai godere appieno un lavoro perché sai che finisce e forse è l’ultimo della tua vita. Quando telefoni per avere una casa in affitto e ti chiedono che lavoro fai, poi ti rispondono: – ma trovati un lavoro serio! – e riattaccano. Dopo due mesi dalla triste decisione mi sembrava di impazzire ed ho ricominciato. Tanto, prima o poi, qualcuno avrà pietà e organizzerà un percorso di recupero per teatranti anonimi. D’altro canto questo è un lavoro che poi tutti ti invidiano, perché nessuno lo considera un lavoro, tanto è divertente e anche un po’ grottesco. Quando presenti i tuoi progetti ti chiedono: – è gratuito? – e agli spettacoli la maggior parte delle persone che ti conosce, anche di vista, vorrebbe entrare gratis. Io non ho mai chiesto al mio vicino di casa che ha un forno se il pane è gratis. Se un mio amico ha un negozio di abbigliamento, al massimo, mi fa uno sconto. Ma questa è la vita: tutti si lamentano che c’è poco di culturale in giro ma i finanziamenti vengono tagliati e pochi hanno voglia di spendere per questo bene “superfluo”. Riguardo al divertente poi… è vero, io lo adoro questo mestiere, ma non so quanti potrebbero trovare divertenti i miei calli alle mani per le mille volte che ci siamo dovuti costruire da soli le scenografie poiché non avevamo la possibilità di commissionarle, o i mal di schiena per i carichi e scarichi di materiale quando non c’era la possibilità di avere i facchini… e le notti in bianco per gli allestimenti… giorni e giorni in cui ti alzavi all’alba e andavi a letto alle tre di notte, mentre quelli della tua età erano nella discoteca accanto; o la vita sociale alle quattro del mattino, dopo aver staccato dal pub di turno, perché l’arte non paga e i lavori collaterali spesso sono necessari. Tra le altre cose, nelle nottate di vita ammonticchiata, noti pure che accanto al bidone dell’immondizia qualcuno ha buttato un mobiletto che, opportunamente modificato, sarà perfetto per l’ennesimo spettacolo che tenterai di mettere in scena…
Raffaella è un fiume in piena e ci porta, con questo sfogo, il sacro fuoco che la spinge a percorrere fino in fondo la sua strada…
L’amore e la rabbia sono i due sentimenti che mi spingono. La rabbia verso tutti quelli che non hanno creduto in me, verso tutti i sorrisi di scherno alle mie spalle, quando dicevo cosa avrei voluto fare da grande; verso chi mi ha detto che non ce l’avrei mai fatta, verso chi, invece di chiedermi – com’è andata? – , mi chiedeva – ma avete guadagnato qualcosa? – . Ancora la rabbia, verso chi è arrivato senza passare dallo “start”, la rabbia per l’umiliazione nell’aprire il sipario di uno spettacolo in cui tu hai creduto e vedere la sala vuota, mentre da qualche parte sai che c’è un teatro pieno per un nome di richiamo, scritto a caratteri cubitali, proveniente da un reality. L’amore però è più forte di tutto… quello verso me stessa e la voglia che ho di raccontare storie… con amore. Per mezzo di questo mestiere a cui ho dato tutto, a cui ho dedicato tutti i giorni dei miei ultimi 18 anni e che non ho alcuna intenzione di mollare. L’amore per l’arte che con la sua inconsistenza è capace di farti assaporare mondi e culture altrimenti sconosciuti… l’amore per tutti quegli autori che sono stati capaci di inventare e raccontare storie che sopravvivono al tempo e alla polvere del disinteresse dei più. E poi la gioia per le piccole vittorie che assapori quando finalmente si apre il sipario di uno spettacolo nato tra mille difficoltà, l’emozione di poter seguire una tournèe e ascoltare grandi attori recitare ogni sera quel monologo sempre uguale, sempre diverso. La soddisfazione che ti dona qualcuno che incontri per strada e ti dice – ma io ti ho visto, eri in quello spettacolo bellissimo… – o un complimento di uno sconosciuto a fine spettacolo che ti imbarazza un po’ ma ti regala la voglia di crederci ancora e di andare avanti nonostante tutto.
Passione quindi, anche nello scegliere le storie e i personaggi, senza aspettare che qualcun altro metta insieme un allestimento buono da recitare. Quanto è importante per te l’esperienza dei laboratori?
Un’esperienza soprattutto didattica, bellissima e irrinunciabile quella dei laboratori teatrali. Poter trasmettere la mia passione a persone d’ogni età. Avere affidata una bambina di sei anni che ti portano perché non socializza, vederla seduta a gambe e braccia incrociate con la faccia verso il muro all’inizio e poi sentire la sua voce, per la prima volta, durante lo spettacolo; o un ragazzino che ti hanno presentato come “quasi autistico” che si cala nel suo personaggio e invece di andare a mangiare, ti aiuta a smontare la scena e ti sorride ad occhi bassi quando il tuo tempo lì è scaduto. Andare a far desistere il “teppista” di borgata quando con la sua “banda” vorrebbe picchiare la prof che lo ha sospeso e quando gli altri ti si mettono minacciosi davanti sentirlo dire – questa lasciatela sta’ che è amica mia! – ; sapere che il bambino dell’est appena arrivato ha già memorizzato le battute che tu gli hai dato, lui che si rifiutava di parlare una sola parola d’Italiano; ascoltare un bambino che racconta al padre la storia del “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare o ti fa domande curiose sui gironi dell’Inferno di Dante. Vivere l’ultimo applauso di una donna già nonna quando sul suo vissuto sta calando il sipario della memoria. Questi sono i motivi per cui ogni mattina mi sveglio contenta di essere ciò che sono, di fare ciò che faccio e di avere ciò che ho. E a volte mi perdo in grappoli di nuvole e snocciolo mille risate per ricordi fatti di lacrime, sorrisi, preghiere, sogni e soluzioni alquanto bizzarre per sbarcare il lunario. Tutto questo però non vuol dire che io sia sempre felice, anzi… in fondo credo che ognuno di noi vorrebbe qualcosa di diverso da quello che ha quando la tristezza si poggia sui propri pensieri e danza. A quel punto, apro i cassetti della memoria e tiro fuori appunti, pensieri di spettacoli che vorrei fare. Storie già ben delineate o idee buttate lì, gelosamente custodite per la prossima avventura sulle tavoledi un palco o in una piazzetta… tra un mese, tra dieci anni, o forse mai…
Allora raccontaci questa bella avventura che continua con le prossime repliche in programma. Come ti sei imbattuta nella vicenda carica di emblemi di Elisa De Benedictis detta la “Squartatrice”?
Mi interessano questi “racconti-testimanianza” che ti fanno respirare il clima di un’epoca, le dinamiche individuali e collettive che (non) mutano. Da quando ho incontrato Elisa non ho mai smesso di leggere i libri della serie gialla di Elso Simone Serpentini. Dopo la “Squartatrice” mi sono pappata, in sequenza, il “trittico atriano” (in realtà composto da quattro volumi), “Il pozzo della vergogna” e “Hanno ammazzato compare Jabbicche”. Il fatto che si replica il primo progetto mi fa sperare in una lunga e felice collaborazione con l’autore. Tuttavia, è stato solo il fato a mettermi davanti uno di questi casi tratti dagli archivi storici. Forse quello che più di altri ha stuzzicato la fantasia popolare che ci ha favoleggiato per anni. All’inizio dell’ anno scolastico 2009/2010 mi chiamano dalla Direzione didattica di Atri per un laboratorio di Teatro. All’appuntamento c’era anche Enrico Maraffino, comunicatore scientifico conosciuto in quella circostanza. Conduceva già da un anno un progetto di teatro-matematica. Dopo un breve scambio d’idee decidemmo di collaborare mettendo in sinergia i nostri progetti. Ne venne fuori lo spettacolo Vale Zero: Le illogiche avventure amorose di un prodigio della logica. Fu molto faticoso ma altrettanto interessante cucire su di un lavoro teatrale le parti matematiche che Enrico aveva scelto di inserire nel testo. Da lì scoprii che faceva anche dei crime lab per bambini, molto simili a quelli per i ragazzi dei miei laboratori teatrali. A fine corso ci divertiamo tutti con un gioco a squadre, dove invento un giallo e loro, divisi in squadre di investigatori, attraverso la ricerca degli indizi, le osservazioni e gli interrogatori a personaggi disegnati su foglietti di carta, devono scoprire il movente e l’assassino. Tra di noi si creò una divergenza di vedute, perché io sostenevo che sarebbe stato meglio non porre vincoli d’età ed organizzare nuovi laboratori anche con ragazzi e adulti. La cosa rimase sospesa per un po’, fino a quando ricevetti una telefonata di Enrico e sua moglie Angela, ideatrice del progetto. Mi offrirono di partecipare ad un crime lab per adulti, curandone la ricostruzione teatrale: accettai senza riserve. Il progetto prevedeva la ricostruzione di storie realmente accadute e la fonte copiosa dove attingere, scelta da Angela, era quella della serie gialla di Serpentini. Loro, già appassionati dell’autore, mi fornirono alcune schede riassuntive dei titoli per la scelta e fui subito attratta da “la Squartatrice”. Alla prima riunione operativa avevo già deciso, senza nessun motivo particolare, d’istinto. Al mio arrivo mi dissero che avevano già in mente quale fosse la storia. Ci ritrovammo così tutti concordi, senza nessuna discussione. Elisa de Benedictis aveva colpito ancora. Poi, quando ebbi tra le mani il libro, rimasi senza parole… la copertina era illustrata con la foto della “Squartatrice” alla sbarra: era incredibile quanto io le assomigliassi! Ci mettemmo subito al lavoro. Poi, tornai a casa con il libro e quella stessa notte lo lessi due volte. Mi piacque molto e capii cosa doveva essere raccontato al pubblico, affinché entrasse nella storia, come e dove rendere al meglio la suspance, visto che Elisa confessò il delitto subito dopo il ritrovamento del corpo depezzato di Cesarina, sua rivale in amore. 
Mercoledì 13 agosto 1952, intorno alle ore 17,30, la 45enne Cesarina Monteverde viene vista entrare nel cancello del cosiddetto Palazzo dei Mutilati, a Teramo, in via Duca D’Aosta n. 30. Poco dopo un grido raccapricciante squarcia il silenzio di quell’afoso pomeriggio. Poi non si sente più nulla. Il grido sembrava provenire da casa Saccomandi, dove si trova, sola, la domestica Elisa De Benedictis. Chi ha gridato? Dov’è Cesarina? E stata vista entrare nel cancello, ma non uscire (…)
Gli elementi classici stavano già in queste poche righe della quarta di copertina… e poi lo sdegno generale, i ripetuti tentativi di linciaggio, il sospetto che l’uomo conteso potesse essere complice di quel delitto bestiale. I giornali locali e nazionali si occuparono per mesi e mesi del caso, fino a farlo diventare un’attrazione morbosa, buona anche per individuare un agnello sacrificale che lavasse la coscienza sporca dell’opinione pubblica… “La belva di Teramo sfuggita al linciaggio”. Il mostro, quando è “l’altro”, ha il potere di esorcizzare tutte le nostre colpe. Nel libro però c’era molto altro… Arotina Saccomandi, 59enne datrice di lavoro di Elisa ha parlato di lei come di una donna “buona e caritatevole”, alla quale però “piaceva fare all’amore”(…) Pian piano emergeva anche la sua umanità, quegli umanissimi sentimenti che la portarono verso un atto tanto folle. L’amore… verso suo figlio, verso un uomo già di un’altra. La determinazione nel poter sperare, sognare e crederci ancora nonostante tutto. Un carattere formatosi nel corso di una vita durissima, senza una famiglia, con un figlio frutto del “peccato”. Solo calandomi completamente nel personaggio avrei potuto poi regalarlo al pubblico, in tutta la sua natura di donna fragile e bestiale, ferita tanto profondamente nei sentimenti da trasformarsi in belva umana. 
Sono arrivata a nutrire sentimenti delicati per Elisa e l’ho vista tanto simile a un personaggio bellissimo che ho interpretato nel mio primo saggio… Filumena Marturano: una donna che il destino ha costretto a scelte di vita durissime fin da ragazzina, una creatura che ha continuato a sperare e a lottare fino alla fine, che ha amato un uomo fino a ingannarlo per amore di tutti i suoi figli… “I figli sono figli, e giurai!”… Adesso basta, devo andare, ho ancora da scrivere qualche variazione per le prossime repliche… non temete, il coltello di scena è di cartone.

Tutti i diritti riservati©Benito Mascitti 2010

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.