Claudio Lolli: “Ho visto anche degli zingari felici” (1976) – di Francesco Chiari

Senza dubbio i famosi e famigerati “anni di piombo” sono stati un periodo di grande fertilità musicale in Italia, accompagnata ad una situazione politica e sociale di estrema instabilità e spesso connotata da un’estrema violenza; possiamo citare un caso emblematico in uno dei dischi più rappresentativi di quegli anni, ossia Un Biglietto Del Tram degli Stormy Six, uscito nell’aprile di quel 1975 in cui si erano succedute il 13 marzo la morte di Sergio Ramelli, il 16 aprile quella di Claudio Varalli e il 17 aprile quella di Giannino Zibecchi, che fra l’altro – come ricorda Franco Fabbri – era tra il pubblico alla presentazione ufficiale del disco (poi subito dopo presentato dal vivo in un concerto nella mia Treviglio, che non so come mi lasciai sfuggire e che rimpiango ancora oggi di essermi perso). Complice il fatto che i nomi stranieri non venivano in Italia per timore dei disordini dei ben noti “autoriduttori” – Lou Reed si sarebbe ricordato dei disordini fino alla fine dei suoi giorni – lo spazio dei concerti era affidato ai nomi italiani che sarebbe inutile elencare nel dettaglio e allo stesso tempo accanto al rock militante, ai cantautori e a una fervidissima scena Jazz si poteva trovare anche un’altra vitale scena alternativa, con formazioni quali gli Opus Avantra del tastierista Alfredo Tisocco e della cantante Donella Del Monaco – poi dedicatasi al canto lirico sulla scia dello zio Mario – o i Saint Just della giovanissima Jenny Sorrenti, che si ponevano sulla scia di formazioni britanniche come i Renaissance, oppure il folklore della Nuova Compagnia di Canto Popolare, con già vari dischi all’attivo ma letteralmente esplosa nel 1974 con l’album “Li Sarracini Adorano Lu Sole“, dove stava la versione al calor bianco di Tammurriata Nera che vedeva noi adolescenti impegnati a rifare l’urlo perforante di Fausta Vetere (il demiurgo della NCCP, Roberto De Simone, incise nel 1977 per RCA un singolarissimo album quale “Io Narciso Io” che passava piuttosto regolarmente in radio e che sembra quasi una prova generale per il mitico spettacolo “La Gatta Cenerentola“).
Insomma, un periodo talmente ricco e sfaccettato da rendere all’apparenza impossibile riassumerlo in un’opera compiuta, e invece questo lavoro è stato fatto con grande pregnanza e inventiva poetica da Claudio Lolli in un disco che non c’è timore a definire storico, ossia “Ho visto anche degli zingari felici“, pubblicato dalla EMI nel 1976; la storia di quel periodo è stata lucidamente riassunta da Lolli stesso nel libretto allegato alla ristampa in CD del giugno 2006, ma qui vogliamo invece analizzarlo nelle sue componenti più varie che lo rendono tanto accattivante e stimolante anche oggi. Preme subito rilevare che questo album si pone sin dall’inizio in maniera altra e diversa rispetto ai lavori degli altri cantautori del periodo – escludiamo Eugenio Finardi, che fa storia a sé – nei quali il piatto della bilancia pende inesorabilmente dalla parte delle parole tanto spesso intonate su melodie solo funzionali alla musica, per cui, e non ce ne voglia il “Maestrone“, anche un album importante come Radici di Francesco Guccini dà sempre la sensazione che gli strumenti musicali siano stati aggiunti dopo in fase di missaggio; in “Ho visto anche degli zingari felici” invece musica, parole e strumenti si fondono senza scarti o punti morti rifrangendosi in mille sfaccettature dalle quali si comprende che questo disco era già stato lungamente rodato dal vivo.
Infatti Lolli, dopo l’uscita dell’album “Canzoni di Rabbia“, aveva iniziato un tour coi musicisti del Collettivo Autonomo Musicisti di Bologna, di cui era stato uno dei fondatori e ai quali come riportato in copertina si devono “arrangiamenti e invenzioni musicali“, ossia Roberto Soldati alla chitarra elettrica e acustica, Roberto Costa al basso e percussioni, Adriano Pedini alla batteria e percussioni e soprattutto Danilo Tomasetta al flauto, sax tenore e sax contralto: quest’ultimo elemento segnerà davvero in maniera fondante tutto il lavoro, a cominciare dalla parte di sax tenore con cui si apre il brano che dà il titolo all’album e farà entrare il tutto nella memoria collettiva. A proposito, lo storico titolo è ispirato ad un film jugoslavo del 1967, “Ho incontrato anche zingari felici” di Alexandar Petrović, e nell’ultima parte vi sono quattro strofe, di tre versi ciascuna, che rielaborano liberamente il testo di Peter Weiss Cantata del fantoccio lusitano, violenta opposizione al colonialismo portoghese di Salazar, in quegli anni messo in crisi dalla volontà di indipendenza delle colonie, Angola e Mozambico in testa. Ho visto anche degli zingari felici è diviso in due parti che aprono e chiudono il lavoro, e cattura subito la nostra attenzione con quella melodia davvero avvolgente come un abbraccio: molto importante il riferimento a Piazza Maggiore perché il tema della piazza tornerà sempre in tutto il disco, come si conveniva ad un’epoca segnata dall’attivismo politico e culturale e dai grandi momenti di aggregazione.
La successiva Agosto è dedicata alla strage del treno Italicus, ma inserisce anche un preciso riferimento a Giuseppe Pinelli e alla sua morte nella Questura di Milano, altro fatto tragico di quegli anni, il tutto su un tappeto musicale in cui si ritrovano atmosfere, guarda caso, legate agli Stormy Six; subito dopo, un brano paradigmatico quale Piazza, bella piazza, riferito appunto ai funerali di dieci morti nella strage citata, ma nella quale fa capolino un inatteso riferimento al folklore, in quanto il titolo – e qualche frammento di testo – provengono da una filastrocca per bambini registrata da Paolo Poli per uno dei tre 45 giri dedicati ai più piccini e usciti nel Natale 1965, ora raccolti in un CD Rhino, che certamente Lolli conosceva. Il brano è davvero un manifesto politico nel senso più lato del termine, con invenzioni verbali strepitose quali la città “calda e tesa come un’anguilla“, o un riferimento ben preciso al Presidente Giovanni Leone, all’epoca oggetto di contestazioni che culmineranno nelle sue dimissioni pochi anni dopo. Primo Maggio di Festa si riferisce alla fine della guerra in Vietnam, il 30 aprile 1975, mescolando la commemorazione coi ricordi familiari, mentre La Morte della Mosca è un apologo irridente sul proletariato intriso di umorismo nero che sembra anticipare le sulfuree invenzioni di Andrea Pazienza, del quale Lolli era amico, apologo conclusosi con un’ulteriore ripresa di un frammento di Piazza, bella piazza.
Anna di Francia, dall’atmosfera piacevolmente country, è diviso in due tronconi, il secondo del quale mostra il senso dell’ironia che all’epoca non si volle riconoscere a Lolli, ed in essa è inserito un violento attacco a Luigi Nono, reduce dal successo della sua azione scenica Al gran sole carico d’amore del 1975 e che insieme a un altro Luigi, il critico Pestalozza, decideva chi poteva o non poteva far parte della scena italiana di musica contemporanea, come mi confermò Giorgio Gaslini; il successivo Albana per Togliatti è un omaggio pieno di affetto a un vecchio militante comunista, e il tutto appunto si chiude col brano del titolo che sale verso un’altissima emozione al calor bianco. Oggi purtroppo “Bologna non c’è più, se l’hanno presa loro“, come cantano i fratelli Marino e Sandro Severini del gruppo Gang in un brano, Paz, dedicato proprio ad Andrea Pazienza, ma il senso bruciante di coinvolgimento e di indignazione civile resterà sempre nei cuori di chi visse quegli anni, anche senza mai scendere in piazza a manifestare, come nel caso di chi scrive.

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