Claudio Conti: “Garnet Dusk” (2017) – di Marco Valerio Sciarra

Quanta dolcezza c’è nel lento planare di una foglia che, una volta inoltratasi la stagione autunnale, si stacca dal ramo del suo albero e si invola in una danza delicata, sospinta e accompagnata dal vento, per flebili giravolte e tremanti avvitamenti, fino a poggiarsi placidamente sul terreno umido… infinita dolcezza. Eppure in questa dolcezza c’è un disperato tormento che vibra silenziosamente. Perché quella dolce danza si porta dietro l’amaro del distacco dal suo naturale giaciglio, dell’abbandono alle forze del vento, del senso della fine nella ruggine del colore… e la fine emana questo profumo di vita: che sia una stagione, un’era… è sempre un ciclo… il suo morire genererà altra vita. Lo stesso andamento dolce e tormentato che hanno le composizioni di Claudio Conti raccolte nel suo ultimo progetto “Garnet Dusk”. Ogni brano sembra volerci raccontare le emozioni nascoste in ogni giravolta della danza autunnale della foglia verso il suolo. Forse a suggerire questa atmosfera è il titolo del brano di apertura: Autumn Song. Sicuramente il richiamo non è casuale ma la sua essenza artistica lo certifica anche senza questa coincidenza. Tutta la sua modalità creativa è caratterizzata dalla dolcezza delle melodie e dal tormento, che logora amabilmente il cuore, celato tra le ombre striate di luce delle sue corde vocali e i risvolti dei suoi versi. Versi, i suoi sono veri e propri versi, curati con l’attenzione di un poeta che cerca di dare ordine e stile alle sue visioni, per descrivere le sensazioni più inafferrabili e renderle palpabili. Così che il crepuscolo possa definirsi granata. (“Garnet Dusk”). All’ascoltatore non resta che farsi trasportare come una foglia dalla corrente delle emozioni lungo tutte le quattordici tracce, tipo The Quiet Reign Of Thought o Yeasty March (solo per citare le prime che mi vengono in mente) per apprezzarne anche la costruzione compositiva e la fluidità degli arrangiamenti; in cui, oltre agli strumenti principali, contribuiscono, nei momenti più salienti, elementi come il sassofono di Andrea Morelli, il violino di Alessio De Vita, o la tromba di Riccardo Erba… come in Black Woman o Old Clouds Fell…  e una volta che ci si adegua alle cadenza delle giravolte, si può scoprire che questo dolce tormento è il segreto perché la foglia non tocchi mai terra. Per danzare all’infinito.

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