Claudio Caligari: “Amore tossico” (1983) – di Gianluca Chiovelli

Ci sono marce, marcette, sfilate, passeggiate. Tutte son diverse ma, in qualche modo, si assomigliano. Sono ambigue: possono segnare la pienezza di un evento o di un fenomeno. Oppure la senescenza e il declino. “La marcia di Radetzky”, a esempio. fu composta da Johann Strauss (padre) per la vittoria dell’Impero Austroungarico contro i Piemontesi, nel 1848, durante la Prima Guerra d’Indipendenza. Una marcia trionfale… e però “La marcia di Radetzky” è anche il titolo di un romanzo di Joseph Roth del 1932 che delinea proprio la dissoluzione di quell’Impero. Una marcia funebre, in tal caso. Oppure: ricordate il quadro di Pellizza da Volpedo, “Il Quarto Stato”?
Lì il proletariato era in marcia, a reclamare pane, lavoro e dignità. Si era nel 1901. L’opera è nota anche come “La fiumana”. Anche quella fiumana, tuttavia, ebbe la sua nemesi. La marcia dei Quarantamila la ricordate? Impiegati e quadri della Fiat sfilarono silenziosamente per le vie di Torino contro i sindacati e il PCI. Si era nel 1980. La fiumana, stavolta, segnava la fine del movimento operaio e del socialismo come fenomeno di massa, almeno in Italia. Addio Pellizza, buon uomo squattrinato! Ma la borghesia poteva dirsi vittoriosa? No, anche la borghesia ebbe la contromarcia della disfatta: vi ricordate il film di Luis Buñuel, “Il fascino discreto della borghesia”? Alla fine si vedono i nostri eroi borghesissimi (Fernando Rey, Delphine Seyrig, Milena Vukotic) in cammino verso il nulla: una parodia, forse, proprio del quadro di Pellizza da Volpedo. Un film profetico: dov’è oggi, infatti, la classe media? Sparita. Al suo posto v’è una poltiglia sociale. Sic transit. Ogni grande avvenimento comincia, forse, con un viaggio: la Marcia del Sale di Gandhi, la Lunga Marcia di Mao, la Marcia su Roma. Un popolo, un ceto, si muove: è un organismo, un fluire compatto, in ascesa, esuberante, creativo; che ha obiettivi e li persegue a ogni costo, senza troppi scrupoli e domande: una fiumana ricca di un patrimonio di credulità da spendere. Questi sommovimenti, però, hanno un culmine e un declino: il declino è sancito da una contromarcia, una sorta di contrappasso simbolico che a volte si nota (la ritirata di Napoleone, i francesi che scappano da Algeri, gli americani da Saigon) a volte no. 
E le generazioni del dopoguerra? Di marce ne hanno fatte tante: sogni, ipocrisie, divisioni, repressione, sangue. Nessuno può negare che fu un mondo in marcia, e un avvenimento epocale; e cosa residua di quelle manifestazioni, di quell’impeto, dell’assalto al cielo, di quei lacrimogeni e di quelle molotov che il grande cantautore Giorgio Lo Cascio trasfigurò in “Fiori bianchi fiori rossi”? Nulla. E quale fu la contromarcia che ne decretò figurativamente la fine? All’inizio di “Amore tossico” se ne ritrova un bell’esempio. Ricordiamo che Pier Paolo Pasolini morì nel novembre del 1975 sulla spiaggia di Ostia. Con lui se ne andava un mondo, quello dei ragazzi di vita, i sottoproletari, il Riccetto, Genesio, il Begalone, il Lenzetta. Pochi anni dopo (è il 1983) i protagonisti di Claudio Caligari si ritrovano su quella spiaggia. Non sono proletari, solo sbandati; non gl’importa nulla della politica, ma solo delle diecimila lire per la spada nelle vene. Non hanno più una identità popolare, pur laida e strascicata. Vanno avanti alla cieca, il mondo intorno a loro ha abolito le antiche coordinate, essi vagano persi in una Roma indistinta, in una periferia romana, quella di Ostia, che mantiene poco di quell’organizzazione proletaria che consentiva a tutti di sfangare la miseria. Anche l’architettura sta cambiando: i palazzetti fascisti del litorale che garantivano una certa dignità ed eleganza (un pregio che fu riconosciuto anche dallo stesso Pasolini) vengono soffocati da un’urbanizzazione insensata, caotica, impersonale. I nuovi ragazzi di vita avanzano, perciò, sulla spiaggia dove morì il loro Cantore; la loro è, appunto, una contromarcia, un cammino degli sconfitti. Nel finale la protagonista, Michela, andrà a morire, infatti, proprio sotto il ridicolo monumento commemorativo a Pier Paolo Pasolini: un doppio sberleffo. 
Un mondo finiva e Claudio Caligari colse con esattezza il momento del trapasso, forse senza neanche saperlo. Quei drogati scalcagnati che ciabattano sulla sabbia sono l’epitome di ciò che è stato sommerso dalla storia. Persino alcuni attori morirono a pochi anni dalla realizzazione del film, quasi a reclamare l’inesistenza di un diaframma fra storia e finzione. Alcune opere reagiscono al tempo in modo imprevedibile: nato come un film sulla droga, “Amore tossico” s’è tramutato, suo malgrado, in un diario sulla dissoluzione degli ideali migliori del dopoguerra.

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