Claude Sautet: “Nelly e Monsieur Arnaud” (1995) – di Marina Marino

Difficile narrare storie apparentemente semplici. È il caso di “Monsieur Arnaud” (1995) ultima opera di Claude Sautet – indimenticato Maestro del cinema francese scomparso nel 2000 – fatto di mezzi toni, sfumature, sguardi, dialoghi essenziali, icastici, intelligenti. Un anziano ex magistrato, ex uomo d’affari, sta scrivendo un libro, vecchio sogno o capriccio, quando incontra una giovane donna reduce da un matrimonio fallito e le offre un lavoro come dattilografa. Lei non si limita a battere parole, ma critica, commenta, esprime pensieri e opinioni, diventa quasi una sorta di editor. Pochi rapporti sono più intimi come quello che si instaura tra chi scrive, mettendosi a nudo e chi legge, in questo caso per primo. Tra Nelly (Emmanuelle Béart) e Arnaud (Michel Serrault) nasce un legame fatto di confidenze, risate, litigi, gelosie: sembra una valigia chiusa per un viaggio che non faranno mai. Sono entrambi liberi, lei è più giovane della figlia di lui, ha una bellezza che attraversa l’aria senza sfiorarla, inquieta, sensibile, sola. Lui è un uomo attraente che ha vissuto molto: forse non è stato un buon padre e marito, forse non era nato per esserlo. Nelly si lega all’editore suo coetaneo, tutto sembra andar bene finché lui non le propone il gran passo della convivenza che lei rifiuta. Sembra un film di scelte non fatte, di strade non intraprese, di attese, di piccoli episodi. Un film delicato e malinconico come una vita in perifrastica attiva. Sullo sfondo, Arnaud, benestante, si libera della sua preziosa biblioteca, pesante alla fine come ogni “collezione”, che rimanda una vecchia immagine di noi superata dal tempo e le mensole vuote che si moltiplicano non possono non far pensare ai rami secchi e vecchi della sua vita, quelli in cui la linfa non scorre più, in una voglia urgente di cambiamento: si può rinascere, credo e spero, a qualsiasi età. I due si piacciono, si capiscono, Arnaud si ferma a guardare Nelly che dorme, un momento di tenerezza profonda: lei è nuda, si sveglia e con naturalezza gli chiede “Tienimi la mano”. Arduo scrivere di un film che ha la delicatezza di un sussurro complice al buio, diretto magistralmente come un acquerello dai toni ombreggiati e talvolta ferocemente dolci. Se non decidiamo è la vita a farlo per noi. Vedova del suo compagno, giunge l’ex moglie di Arnaud per un fine settimana. In pochi giorni i due organizzano un lungo viaggio, un sogno di trenta anni prima, che terminerà a Seattle, con la presunta rappacificazione tra padre e figlio, Arnaud conoscerà i nipoti: tutto sembra porsi e ricomporsi. Nelly alla notizia sembra persa più che stupita,  capisce che non si rivedranno più. Lui le affida le ultime pagine del romanzo che sembra ormai privo di valore e importanza: “Faccia lei, ho sottolineato solo un paio di frasi a cui tengo”. Sola, Nelly richiama l’editore che non le risponde, al check-in dell’imbarco Arnaud ha uno scatto, un istinto di fuga: forse il momento migliore del film. Non esiste morale, siamo umani, paghiamo per  le scelte fatte e per il mancato coraggio di farle. Con la solitudine, spesso, macerata nel succo agrodolce della malinconia. O con nuovi amori, chissà? Sì, credo si possa rinascere. Volendo e pagandone il prezzo, si intende.

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