Circus 2000: “An Escape From a Box (fuga dall’involucro)” (1972) – di Piero Ranalli

In origine Best Genius di Torino, cambiarono nome in Circus 2000 nel 1970, quando la cantante Silvana Aliotta si unì a loro. Fu uno di quei rari esempi di una rock band psichedelica che ignorò completamente le tendenze che erano in voga in quel momento in Italia preferendo la scena della West Coast Americana di fine anni 60. Definiti dalla stampa dell’epoca come i Jefferson Airplane italiani (a nostro avviso, etichetta poco rappresentativa e alquanto superficiale) e questo anche grazie al carismatico stile vocale di Silvana Aliotta ed al pop psichedelico di ispirazione folk che contraddistingueva il gruppo. Elementi che si riscontrano in pieno nel loro album di debutto pubblicato nel 1970 sempre per l’etichetta discografica Ri-Fi e che iniziano a scemare piano piano e a progredire in uno stile molto personale e raffinato che riceve la sua degna consacrazione nel 1972 in “An Escape From a Box (fuga dall’involucro)”, loro secondo ed ultimo album. Un lavoro più stimolante rispetto all’esordio, un rock psichedelico con venature progressive molto eleganti ed elaborate che passano da umori morbidi a passaggi rapidi in grado di indurre nell’ascoltatore un effetto estraniante, una “fuga dall’involucro” appunto.
An Escape From a Box” contiene meno brani rispetto al precedente, solo cinque, ma di una durata superiore, dove il talento dei vari musicisti trova un respiro ed uno sfogo maggiore: notevole il contributo del batterista Franco “Dede” Lo Previte con il suo stile più Jazz rispetto al precedente Roberto Betti, splendide le divagazioni psichedeliche di Marcello Quartarone alla chitarra e lo stile intrigante di Gianni Bianco al basso elettrico che, dobbiamo dire, si sposa benissimo con il gusto del nuovo batterista. Nel giugno dello stesso anno il gruppo vinse il secondo Festival d’Avanguardia e Nuove Tendenze tenutosi a Roma. Un album breve ma davvero molto intenso e creativo, caratteristica in netto contrasto con la prolissità di un certo tipo di rock progressive molto popolare in quel periodo. Sebbene il titolo del disco fa pensare che i testi delle canzoni siano in inglese, spicca l’inciso fatto in italiano tra parentesi appena dopo il titolo, come per rimarcare con forza la loro intenzione di trascendere la realtà corporea attraverso la musica e forse anche la voglia di distaccarsi dai fatali stereotipi del loro debutto.
Inoltre, per quanto la cantante sia brava ed intensa, non mette in ombra i musicisti della band che brillano non solo per quello che suonano ma anche per il modo in cui lo suonano: attento, delicato, efficace. Notevole anche la copertina, una testa stilizzata messa di profilo il cui cranio è aperto e dal quale fuoriesce un groviglio di serpenti che rincorrono una farfalla in fuga. Tornando alle composizioni la fuga inizia con la chitarra acustica di Hey Man, accompagnata dalla voce nitida e potente di Silvana che ci introduce la canzone. Una inattesa e splendida divagazione psichedelica guidata alla perfezione dal chitarrista e dai suoi fedeli compagni alla sessione ritmica ci coglie impreparati nel mezzo, per poi tornare al tema iniziale con un crescendo di cori ed una batteria scarna ai quali si uniranno anche la chitarra ed il basso. Nella seconda traccia, You Aren’t Listening, il tenore psichedelico aumenta notevolmente grazie alle magnifiche intese tra la chitarra e la batteria dell’ottimo Franco Lo Previte. Bellissima l’introduzione folk acida della chitarra, adeguatamente riverberata, che viene ripresa per la coda finale del brano.
La traccia che segue, Our Father, si apre con la cantante ed un incedere quasi tribale che porta ad uno sviluppo di un riff più corposo ai confini con l’hardrock. Più avanti trova spazio anche il bassista Gianni Bianco che con un riff ostinato accompagna la canzone fino alla fine con gli altri componenti del gruppo che vanno in jam sul tema con assoli e rullate: si apprezzano gli arrangiamenti molto raffinati. Arriviamo così a Need, il brano più dilatato dell’album, dove tutti e quattro i musicisti hanno modo di sfoggiare al meglio la loro creatività. Singole note intrise di wah-wah si alternano a tre accordi concisi di chitarra, suonati in modo pulito, alternati alla straordinaria voce di Silvana. Una parte centrale, molto libera nella quale il contributo dei musicisti è davvero eccellente con assoli di chitarra acida, basso e batteria incisivi. Poi c’è una sovrapposizione di voci che fa crescere emotivamente il brano in una sezione spaziale su armonie vocali senza parole prima i tabla finiscano dolcemente la traccia.
Chiude il disco, When The Sun Refuses To Shine. Dopo un introduzione delicata, quasi onirica, i toni si fanno drammatici e oscuri, riassumendo alla perfezione con parole riprodotte al contrario e assoli di chitarra, l’essenza dell’intera Opera. Un finale in cui le voci dei componenti si uniranno nel ribadire il concetto racchiuso nel titolo della canzone.

Silvana Aliotta: voce solista, percussioni.
Marcello Quartarone: chitarra acustica ed elettrica, voce.
Gianni Bianco: basso, voce.
Franco Lo Previte: batteria.

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