Cinque dischi che non troverete nelle classifiche di fine anno – di Ilario Galati

Siamo coscienti del fatto che il titolo di questo articolo sia, diciamo così, respingente. Probabilmente sarei il primo a passare oltre dicendomi: “ma chi si credono di essere questi?”. Può starci, e così sentiamo il bisogno di precisare il nostro punto di vista, poiché mossi essenzialmente da spirito di servizioDunque, il 2019 è stato per noi un anno ricco di uscite discografiche e di nuova musica, bella ed eccitante: cosa resterà di tutto ciò tra un decennio non possiamo dirlo, poiché per valutare certe dinamiche è necessaria distanza, ma dischi interessanti non sono certo mancati in questi dodici mesi. E non mancano né mancheranno articoli che analizzeranno puntigliosamente lo stato di salute della musica popolare contemporanea attraverso classifiche ben redatte. Di sicuro, però, certi nomi sono e saranno destinati ad essere tirati in ballo pressoché da tutti. E va bene così: anche noi abbiamo amato “Ghosteen” di Nick Cave, l’ultimo di Kiwanuka, gli esordi degli irlandesi Fontaines D.C. e The Murder Capital, i lavori di Lana Del Rey, Black Midi, Big Thief, Modern Nature e Wilco, così come abbiamo trovato irresistibile la nuova linfa jazz di The Comet is Coming e il ritorno di The Specials, e potremmo continuare a lungo. Con questo articolo – e veniamo dunque alla funzione di servizio di cui sopra – vorremmo invece segnalare cinque album che rischiano di passare inosservati, e non per colpevole mancanza degli altri compilatori, quanto perché si tratta di produzioni piccole che hanno ottenuto poca visibilità, oppure perché dotati apparentemente di poco appeal nonostante il reale valore artistico. E allora ecco una cinquina di lavori pubblicati nel 2019 che secondo il nostro parere dovreste assolutamente ascoltare.
KarkaraCrystal Gazer” (Stolen Body Records). Power trio proveniente da Tolosa, i Karkara sono autori di una proposta svincolata dal tempo: suonano per certi versi coma una band tedesca mid-seventies che ha mandato a memoria la lezione dello stoner rock americano anni 90, benché la preponderanza di certe sonorità mediorientali mischia ulteriormente i piani. Il suono potente, il fuzz delle chitarre, le voci e le percussioni tribali proiettano il loro esordio verso territori se non inediti, quanto meno coraggiosi. E se il concetto di world music oggi può apparire datato e/o abusato, per i francesi ecco che assume un significato diverso, piuttosto affine ad un’altra band di difficile catalogazione come i norvegesi Goat. Proxima Centauri, singolo con tanto di videoclip lowcost e psichedelico, è un biglietto da visita perfetto, nonché uno dei migliori brani ascoltati nell’anno, mentre la title track è una lunga suite basata su scale frigie, chitarroni ruggenti, voci inquietanti e cambi di ritmo. In una parola: irresistibili.

Masaki Batoh: “Nowhere” (Drag City). Il secondo posto di questa nostra classifica è occupato non certo da un esordiente: chitarrista pregevole nonché deus ex machina di una delle più eccitanti formazioni psichedeliche di sempre, i giapponesi Ghost, Masaki Batoh prosegue con costanza una carriera solista che alterna ricerca sonora a certo spiritualismo folk. Il nuovo tassello della sua avventura artistica è un disco dove prevale quest’ultima attitudine, basato com’è sulla ricerca di un suono acustico puro. Chitarre evocative e certi sconfinamenti nel blues ortodosso (Devil Got Me) fanno di questo “Nowhere” un disco accessibile anche a chi ha poca confidenza con l’arte del musicista giapponese, il quale scrive alcune delle sue canzoni migliori, come ad esempio il malinconico bozzetto acustico intitolato Tambourine. Un disco notturno, inquieto, struggente, e soprattutto strumentalmente ricchissimo benché giocato quasi essenzialmente sulle corde delle chitarre acustiche.

The Boys With Perpetual Nervousness: “Dead Calm” (Pretty Olivia Records). Se un incauto ascoltatore si affacciasse a questo disco senza avere altre informazioni all’infuori del nome della band, e dopo aver ascoltato magari giusto 60 secondi dal primo brano, siamo sicuri che le coordinate necessarie si sarebbero già palesate in toto. Infatti, il nome scelto da Andrew Taylor (Dropkick) e dallo spagnolo Gonzalo Marcos è mutuato da una splendida canzone dei The Feelies, band di Hoboken autrice nel 1980 del seminale “Crazy Rhythms”. Inoltre, bastano davvero pochi secondi di intrecci elettroacustici e di voci garbate per essere proiettati in Scozia, e precisamente dalle parti di Glasgow, città di provenienza della band che più di tutti ha influenzato il suono di questo Dead Calm: i Teenage Fanclub. L’esordio del duo scozzese-spagnolo dunque si inserisce nel filone del power pop umorale di cui la band di Gerard Love e Norman Blake è protagonista indiscussa: dieci canzoni che gli amanti di quel sound troveranno irresistibili nel loro incedere cortese, con melodie che si incollano per giorni alle orecchie e, talvolta, sferzate chitarristiche degne di questo nome. Davvero un grande disco pop.

The Psychotic Monks: “Private Meaning First” (Vicious Circle). Torniamo in Francia per parlare del secondo album dei parigini The Psychotic Monks, band portatrice di un rock oscuro e opprimente, figlio tanto del post punk dei Joy Division quanto dell’alternative americano della fine degli anni 80. Anche in questo nuovo lavoro, strutturato come fosse un concept con tanto di capitoli ed epilogo, i francesi giocano coi chiaroscuri, alternando calma ipnotica ad assalti elettrici: a tal proposito si prenda la conclusiva Every Sight, cavalcata sonora lunga più di quindici minuti che rappresenta appieno l’anima (nera) dei “monaci”. Il resto dell’album alterna ballate abrasive a pezzi più derivativi: non sarà improbabile sentire echi dei Sonic Youth di fine carriera nella bella Confusions. In conclusione, disco centrato ed emozionale, per quanto appaia ancor più chiaro alla luce di questi nuovi pezzi che The Psychotic Monks siano soprattutto delle bestie da palco, ed è quella la loro dimensione congeniale.

Sacred Paws: “Run Around the Sun” (Merge Records). Scozzesi, appassionate di rock nazionale e di musica africana, le Sacred Paws sono la chitarrista Rachel Aggs e la batterista Eilidh Rodgers. La band, già autrice di un esordio intitolato “Strike a Match” (Rock Action Records 2017) che attirò prepotentemente l’attenzione sul loro stile fresco e originale, è tornata con un disco se possibile ancora più riuscito. Melodie interessanti basate sullo stile chitarristico peculiare di Rachel (che paga dazio all’afro beat di Fela Kuti), arrangiamenti non banali nei quali spesso fanno capolino i fiati, ritmi coinvolgenti: sono questi i punti di forza di un disco che scorre benissimo e che fa venir voglia di rischiacciare il tasto play appena giunti al termine. “Run Around the Sun” non si scosta dunque dalla formula dell’album d’esordio, ma se possibile amalgama ancora meglio le personalità in gioco, presentando un sound davvero singolare, per il quale è sostanzialmente inutile provare a giocare con accostamenti. Inoltre, benché la passione per il Continente Nero sia manifesta, le Sacred Paws continuano a muoversi in territori essenzialmente pop, e lo fanno davvero bene.

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