Cinema… “la trilogia della bara” (parte prima) – di Erica Burdon

Con questo primo film ha inizio un progetto un po’ pretenzioso e forse presuntuoso.
Ci piacerebbe regalare ai lettori tre film i cui tre protagonisti hanno in comune lo stesso mestiere…
il becchino.

Si partirà dal più vecchio, per arrivare al più recente. La cosa più rimarchevole è che tutti e tre i protagonisti, proprio in forza del lavoro che svolgono, seguiranno un processo di evoluzione non solo fisica, ma soprattutto spirituale. Vorremmo, con questo, riflettere su che cos’è la morte.
In occidente è una parola che molti non vogliono neppure ascoltare, tanto evoca paura e affanno.
Eppure l’accettazione di essa dovrebbe spronarci a vivere meglio… con meno materialità.
Certamente, quando moriremo, non potremo portarci dietro gli affetti e tutti gli oggetti (case, auto, gioielli) che abbiamo accumulato in vita. Il pensiero di abbandonare tutto questo può avvelenarci il corso di tutta la vita, perché paventiamo la perdita che da un momento all’altro potremmo subire, morendo.
Forse la vita è qualcosa di diverso dal semplice accumulo.
Forse è un percorso di conoscenza di noi stessi. In fondo, a ben riflettere, le nostre vite sono costellate di piccole morti (la fine di un matrimonio, di un’amicizia, la perdita del lavoro).

Dovremmo cercare di non affrontare la morte con dolore, rabbia e paura perché significa la fine di tutto.
Se riuscissimo ad affrontare la morte con tranquillità, riusciremmo sicuramente ad avere una vita serena, non lasceremmo nulla in sospeso o insoluto.
Potremmo terminare ogni nostra giornata con una profonda pace nell’anima.

SUGAR BABY (ZUCKERBABY) – Germania 1985.
Regia Percy Adlon; attori protagonisti – Marianne Sagebrecht e Eisi Gulp

Marianne ha 23 anni. È trasandata e di fatto sembra avere parecchi anni in più. Veste come una vecchia, la pettinatura si riduce a una patetica linea che divide la capigliatura esattamente a metà e ha molti chili di troppo.
E’ dipendente presso un’impresa di pompe funebri: lava e veste i morti e sposta pesantissime bare. Conduce una vita piattissima, come le rotaie della metropolitana di Monaco che tutti i giorni la trasportano, attraverso interminabili e noiosi  viaggi, al posto di lavoro.
La vita che conduce è solitaria e scialba. Oltre al posto di lavoro, la routine della sua vita si divide tra la piscina, dove trascorre interminabili minuti pieni di silenzio ovattato, lasciandosi galleggiare nella posizione del morto, e il suo squallido e spoglio appartamento.
Costretta a una vita di pesante solitudine si strafoga di cibo, soprattutto dolci; pasti consumati stesa a letto, davanti al televisore, fino a quando non casca addormentata, morta di stanchezza, davanti a un monitor che continua ad andare, anche a programmi terminati, cullata dal rumore della nebbia.
Un giorno la bella e calda voce del conducente del treno – almeno così la percepisce lei – che annuncia le stazioni, la scuote dal suo torpore.
Decide di conoscere la persona che possiede quella suadente voce maschile…

Per scoprirlo dovrà affrontare situazioni difficili e imbarazzanti.
Con la sua caparbietà alla fine lo individua; in quel momento si accorge che oltre alla bella voce ha pure un bel fisico: alto, biondo, magro, simpatico e gentile nel trattare gli utenti.
Decide di pedinarlo e scoprire le sue abitudini. Cambia completamente look e trova il coraggio di parlagli, offrendogli uno snack del distributore automatico. Marianne con la fisionomia completamente cambiata grazie al trucco e ai vestiti scelti con cura, riesce a suscitare interessare nel giovane.
Lui decide di frequentare Marianne… intanto la moglie sta trascorrendo due settimane di vacanza e comunque il loro matrimonio si trascina tra routine e mancanza di affetto.
Al contrario dell’algida moglie, Marianne gli presta molte attenzioni e si profonde in abbracci e coccole. Anche l’appartamento di lei subisce cambiamenti; diventa un vero nido d’amore, dove i due possono consumare la loro passione e lasciarsi andare alle loro confidenze più intime.
Marianne confessa che “Zuckerbaby”, il soprannome che gli ha dato, lo ha attinto dal personaggio di una canzone che lei ascoltava ripetutamente quando aveva quindici anni… e che l’aveva fatta sognare e idealizzare un amante per molti anni.



Arriva il giorno della resa dei conti.

La moglie li sorprende mentre stanno ballando scatenati. Marianne si prende un sacco di botte.
L’uomo non interviene a placare la furia della moglie e guarda la scena inebetito, finché non viene trascinato via. 
Il finale è aperto. Marianne torna alla metropolitana e al distributore di merendine; tutta ben messa, con un occhio nero ma sorridente e offre uno snack a qualcuno che non vediamo, rivolta dritta in direzione della macchina da presa, alle spalle della quale ci sarà il suo amante, o ci sarà il vuoto?
Al pubblico la risposta.

Bellissimo film sull’amore… Questo forte sentimento che ci fa sentire vivi.
L’amore genuino, senza secondi fini, che, al di là di come il rapporto andrà a finire, salverà la protagonista da un vuoto esistenziale che avrebbe finito per annientarla precocemente.

Sugar baby può essere senz’altro considerato come un film sperimentale, anche grazie alla fotografia di
Johanna Heer che si avvale dell’uso di filtri, con contrasti cromatici molto forti.
Il risultato può essere molto bello, anche se velatamente kitsch.
I colori sono cupi quando la protagonista si trova al lavoro o in metropolitana… al contrario le tonalità diventano brillanti nei luoghi dove Marianne è felice. I fotogrammi virano tra il blu, il viola, il verde e il rosso. Un film che lascia passare un filo di speranza e insegna che dobbiamo prendere a piene mani il corso delle nostre esistenze.

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