Cinema e psicopatici – di Maurizio Fierro

È così. Un’immersione onirica in un cuore di tenebra. Un po’ come trovarsi davanti i mostri usciti da una regione ignota della nostra mente e sentirsi sprofondare in strette spirali interiori. È la fascinazione del male, quello che il cinema, non solo di genere, ha da sempre rappresentato, con i suoi artefici a condurci nei recessi più oscuri dell’animo umano. Ma se, come sosteneva Eraclito, per mantenere il precario equilibrio in natura l’”opposto coopera”, allora l’ombra, il negativo del mondo partecipa all’eterno svolgersi delle cose. Hervey M. Cleckley è uno psichiatra americano di Augusta, Georgia. Nel 1941 pubblica “La maschera della sanità”, in cui si trova una prima descrizione clinica del soggetto psicopatico, caratterizzato da fascino, assenza di ansia e senso di colpa, mancanza di sentimento morale e senso di responsabilità. Nella sua decennale attività clinica Cleckley ha incontrato numerosi casi di pazienti afflitti da disturbi della personalità, e uno di questi ha pensato di sceneggiarlo per una trasposizione su grande schermo. Ne è nato un film diretto da Nunnaly Johnson, “La Donna dei tre volti”, del 1957, che racconta la storia vera di una donna affetta da personalità multipla. Dopo quella di Cleckley, la “cifra psicologica” della psicopatia si è in seguito arricchita di altri contributi. Il consulente della Nato Robert Hare descrive gli psicopatici come ”predatori intra-specie che usano fascino, manipolazione e violenza per controllare il prossimo e soddisfare i propri bisogni egoistici, violando norme e divieti sociali”. Insomma, esistenze che esprimono un attrito costante e senza mediazioni col mondo che li circonda, soggetti avvolti da una sorta di narcosi mentale che scioglie i freni inibitori e predispone al peggio. Non più relegata a disturbo generico della personalità, da anni la psicopatia  rientra a pieno titolo sia nelle classificazioni incluse nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), che in quelle dell’FBI, condensate nel Manuale di Classificazione Criminale (CCM) del 1992. Ted Bundy, Charles Manson, solo per citare alcuni fra i più conosciuti psicopatici in carne e ossa, hanno contribuito alla nascita del “criminal profiling”, lo studio del profilo psicologico e comportamentale del criminale, per meglio definirne patterns e modus operandi. Da tale tassonomia il grande schermo ha attinto a piene mani, mettendo in scena una vasta gamma di psicopatici riconducibili ai profili tracciati dagli specialisti, personaggi spesso sovrapponibili e indistinguibili da coloro che hanno compiuto le loro efferatezze nel mondo reale, rappresentanti al tempo stesso reali e metaforici che accorpano caratteri fisici e narrativi. Sono confini labili e porosi, quelli fra realtà e fiction, tanto che uno studio del Journal of Forensic Sciences ha permesso di analizzare i tratti dei principali psicopatici apparsi su grande schermo: da Emmett Meyers de “La Belva dell’Autostrada” (1953), di Ida Lupino, che inaugura il topos dell’autostoppista assassino poi ripercorso da Robert Harmon nel suo “The Hitcher” (1986), al pluriomicida Harry Powell, il predicatore malvagio ossessionato dall’eterna lotta del male contro il bene (parole che, non a caso, porta tatuate sulle dita delle mani) di “La Morte corre sul fiume” (1955), di Charles Laughton; dall’Alex DeLarge di “Arancia Meccanica” (1971), di Stanley Kubrick) a Castor Troy di “Face Off” (1997), di John Woo; dal colonnello Kurz di “Apocalypse Now” (1979), di Francis Ford Coppola a Jack Torrence di “Shining” (1980), di Stanley Kubrick; da Marsellus Wallace di “Pulp Fiction” (1994), di Quentin Tarantino a Sophie de “Il Buio nella Mente” (1995), di Claude Chabrol. Se Silas Lynch di “La Nascita di una Nazione” (1915), di David Wark Griffith è forse il primo psicopatico cinematografico, un’indimenticabile rappresentazione della devianza è offerta dal film “M, il Mostro di Dusseldorf”, di Fritz Laing, gioiello dell’espressionismo tedesco, liberamente ispirato agli efferati omicidi commessi negli anni Venti da Peter Kurten, soprannominato “Il vampiro di Dusseldorf”, perché dedito a bere il sangue delle sue vittime. La macabra filastrocca cantata dai bambini all’inizio della pellicola, “scappa scappa monellaccio se no viene l’uomo nero col suo lungo coltellaccio, per tagliare a pezzettini proprio… te”, ci introduce nell’atmosfera di una città ossessionata dagli omicidi commessi da un maniaco che ha già ucciso otto bambine. I luoghi sono cupi e labirintici, proprio come la mente dell’assassino Franz Becker, interpretato da un indimenticabile Peter Lorre, un predatore sessuale seriale vittima di una pulsione ossessivo-compulsiva che lo spinge verso l’omicidio rituale di adolescenti. La lettera M (murderer, assassino) che gli viene tracciata col gesso sulla schiena durante la caccia all’uomo nei bassifondi della città, è la “lettera scarlatta” che lo distingue, simbolo e stigma che inscena l’osceno, portandolo all’inevitabile arresto. Se il “Dr. Jekill e Mr. Hyde” di Stuart Robinson (1920) è forse il più celebre adattamento cinematografico del celebre caso descritto dalla novella di Robert Louis Stevenson, una folta schiera di psicopatici di successivo conio delegheranno al proprio doppelgänger il compito di dar sfogo ai più reconditi istinti malvagi. Nella cinematografia moderna il testimone è preso da Norman Bates (interpretato da Anthony Perkins in “Psycho”, diretto da Alfred Hitchcock nel 1960 e tratto da un racconto di Robert Bloch), un disadattato con disturbo dissociativo della personalità accompagnato da pulsioni omicide, vittima di un rapporto ossessivo e morboso con la madre, nei cui confronti nutre un senso di insana gelosia. Qualsiasi donna possa destabilizzare il suo status quo identitario attivando desiderio rappresenta un pericolo, e come tale eliminato da Norman attraverso la personalità della madre, quella dominante. Anni dopo il prototipo si evolve modificandosi in Jame Gumb, alias “Buffalo Bill”, protagonista de “Il Silenzio degli Innocenti”, diretto da Jonathan Demme nel 1991. “Buffalo Bill”, dal nome dell’eroe del west che scuoiava i bisonti, è un transgender a cui è stata negata l’operazione per il cambio di sesso; il suo obiettivo e la sua ossessione è la trasformazione. Alleva rari esemplari di falene e, proprio come il lepidottero, cerca di attuare la sua, di metamorfosi, cucendo come un sarto provetto il suo vestito, composto dai pezzi di pelle umana delle sue giovani vittime. Entrambe le pellicole, “Psycho” e “Il Silenzio degli Innocenti”, si rifanno alla vicenda umana di Ed Gein. L’esistenza terrena di Edward Theodore Gein è un macabro esempio di come la realtà possa sovrapporsi e a volte superare la finzione, fornendo inesauribili spunti a cinema e letteratura di genere. I dettagli emersi dopo la sua cattura avvenuta nel 1957, e il museo degli orrori scoperto nella sua abitazione di Plainfield, nel Wisconsin, hanno anticipato tematiche che saranno abbondantemente trattate negli anni a venire, dal cannibalismo rituale, alla necrofilia. Se il disturbo dissociativo di personalità, comunemente conosciuto come disturbo da personalità multipla, ha in Norman Bates una delle sue più riuscite rappresentazioni, questa patologia trova la sua versione ipertrofica in Malcolm Rivers, il protagonista del film “Identità”, diretto da James Mangold nel 2003. Liberamente tratto dal romanzo di Agatha Christie “Dieci piccoli indiani”. Come in “M, il mostro di Dusseldorf”, anche in questo caso una filastrocca fa da incipit al film, simboleggiando il dramma di un’anima divisa: “salendo le scale ieri sera ho incontrato un uomo che non c’era… nemmeno oggi lui è qua. Speriamo tanto che se ne andrà”. Nel corso della pellicola, che poi si rivela essere il film che si sta svolgendo nella sua mente, le varie identità di Malcolm Rivers vengono uccise da un misterioso assassino, che altri non è se non l’identità più spietata e pericolosa del protagonista, quella dominante, che non ha mai smesso di esercitare il controllo su di lui. La risonanza mediatica data alla cattura di reali serial killer con tratti psicopatici (da Ed Gein a Charles Manson, da Henry Lee Lucas (da cui ha tratto ispirazione John McNaughton per il suo film “Henry, pioggia di sangue” (1986), a Ted Bundy, da Jeffrey Dahmer a John Wayne Gracy) ha contribuito ad aumentare l’interesse e gli sforzi per la descrizione e la profilatura di una sorta di super-psicopatici d’élite, che ha fortemente influenzato registi e sceneggiatori. Due fra i migliori risultati raggiunti nella descrizione di questi caratteri sono lo spietato Gordon Gekko, interpretato da Michael Douglas nel film “Wall Street” di Oliver Stone (1987), e l’omicida seriale Anton Chigurh, personificato da Javier Bardem nella pellicola dei fratelli Coen “Non è un Paese per Vecchi” (2007). Anton Chigurh, personaggio tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy (scrittore capace di mettere su carta un’altra indimenticabile figura deviante, il Lester Ballard del romanzo “Figlio di Dio”, del 1974), è uno psicopatico iconico, un killer seriale che nel corso della pellicola elimina con disarmante laconicità qualsiasi ostacolo rappresenti quella “pericolosa varietà del mondo reale” che si contrappone allo spietato determinarsi del suo percorso criminale. La descrizione della sua umana disumanità rappresenta forse la quintessenza del profiling psicopatico, colmo di tutte sue “assenze”, dal rimorso all’empatia, dall’umorismo alla pietà. Sangue freddo, mancanza di introspezione, spietatezza e incapacità di amore ne fanno un prototipo del genere. Differente da Chigurh, ma anch’esso emblematico, è il personaggio di Gordon Gekko. L’estrema avidità e la totale mancanza di scrupoli del protagonista di “Wall Street” connotano infatti una psicopatia caratterizzata da assenza di vergogna e rimorso. La sua spinta auto-celebrativa e nello stesso tempo distruttiva, rispecchia in pieno il mondo rigido e stereotipato dello psicopatico. La personalità di Gekko non presenta caratteri di violenza fisica, essendo il suo il nucleo centrale rappresentato da un’incredibile capacità manipolatoria (a tal proposito, come non pensare al Keiser Soze/Verbal Klint de “I soliti sospetti”, diretto da Bryan Singer nel 1995) e, in tal senso, il personaggio di “Wall Street” simboleggia anch’esso un prototipo, inserito com’è in un contesto sociale in cui avidità di arricchimento e sfrenata ambizione connotano una particolare categoria di genere, fino ad allora passata per lo più inosservata: gli psicopatici di successo. Nel suo saggio “La Morte Del Prossimo”, lo psicanalista junghiano Luigi Zoja analizza questa particolare categoria per la quale è nato una vero e proprio settore di studio, la corporate psychopathy, ovvero la psicopatia aziendale. Ne risulta che molti manager di successo spesso evidenziano tratti comuni agli psicopatici classici… e non è un caso se Kevin Dutton, psicologo di Oxford, nel suo “The Good Psychopath’s Guide to Success”, afferma la necessità di possedere alcune delle caratteristiche proprie alla psicopatia per poter avere successo nell’attuale contesto socio-economico, magari unite all’ambivalenza di certi caratteri somatici, come la sinuosità delle movenze in un corpo al contrario inscalfibile, oppure gli occhi luminosi prigionieri di uno sguardo glaciale. La storia reale di Bernard Madoff rappresenta una sorta di riferimento mitopoietico per questa nuova forma di psicopatia. Ulteriore caratterizzazione cinematografica dello psicopatico è l’omicida di massa, contraddistinto da comportamento caotico e, spesso, da un aspetto ripugnante. È il caso di una serie di personaggi che, a partire dalla fine degli anni Settanta, hanno contraddistinto questo particolare sottogenere definito “slasher movie”, in quanto i protagonisti uccidono con armi da taglio. Michael Myers, Jason Voorhees e Freddy Krueger, protagonisti delle serie di successo “Halloween”, “Venerdì 13” e “Nightmare”, sono altrettanti esempi di questa categoria, portatori, peraltro, oltre che di poteri paranormali, di caratteri palesemente irrealistici, che li avvicinano al cattivo archetipico, il boogeyman, l’uomo nero della tradizione popolare che, dall’antichità, popola favole e leggende. Personaggi che vivono in un tempo dilatato, seriale, che sfugge alla fisica, e che mettono a dura prova la temporanea sospensione dell’incredulità che pur siamo disposti a concedere a certe visioni. Anche l’affascinante psichiatra antropofago Hannibal Lecter, apparso per la prima volta nella pellicola “Manhunter, frammenti di un omicidio” (1986) di Michael Mann, e poi assurto a protagonista ne “Il Silenzio degli Innocenti”, diretto da Jonathan Demme nel 1991, presenta alcuni caratteri caricaturali e, nell’insieme, non del tutto credibili. Hannibal è un assassino seriale chiamato “the cannibal” per la sua depravazione antropofaga. Nonostante l’indubbio charme che sprigiona la sua figura quasi aristocratica, nella magistrale interpretazione data al personaggio da Anthony Hopkins, Lecter possiede un insieme di qualità che, specie se sommate, trovano difficile riscontro nella realtà. Oltre all’irrituale polidattilia alla mano sinistra, lo psichiatra ha un quoziente intellettivo di molto superiore alla media che, unito alla grande abilità introspettiva, a un’erudizione fuori dal comune e a un’altrettanto eccezionale capacità nel percepire odori e profumi da lontano, lo configura come personaggio eccessivamente sopra le righe. Come Lecter, anche altri psichiatri psicopatici cinematografici non riescono a convincere del tutto, risultando fra l’altro privi del sofisticato carisma seduttivo di Hannibal “the cannibal”. Da  Carter Nix di “Doppia Personalità” (1992) a Robert Elliot di “Vestito per Uccidere” (1980), film entrambi diretti da Brian De Palma, da Lindsay Crouse de “La casa dei giochi” (1987), di David Mamet a Michael Higgins di “Angel Heart” (1987), diretto da Alan Parker. Tutta questa schiera di psichiatri folli evocano i primi due indimenticabili antesignani: lo psicanalista dottor Mabuse, nell’omonima pellicola diretta da Fritz Lang nel 1922, con la magistrale interpretazione di Rudolf Klein-Rogge, e il dottor Caligari, nella pellicola “Il Gabinetto del Dottor Caligari” (1920), interpretato da Werner Krauss (con un perturbante Conrad Veidt nei panni di Cesare), capolavoro espressionista di Robert Wiene… personaggi capaci di esprimere alienazione e quel quid di caos che ognuno di noi si porta dentro. Insomma è così. Il male, la follia, con le loro personificazioni cinematografiche, hanno avuto da sempre il potere di sprofondarci nel baratro più oscuro e profondo della nostra psiche. Ecco allora che in quelle notti in cui gli incubi diventano gli arconti del nostro inconscio, in un’ideale danza macabra, Norman Bates, Hannibal Lecter e i loro sodali ci ricordano qualcosa che ben sappiamo fin da piccoli: “Se nel buio tutto è nero… sta arrivando l’Uomo Nero…”. Perché poi, come scrive Conrad, uno che di tenebre se ne intende, “il vero terrore è quello che gli uomini provano per la loro immaginazione”.

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Un pensiero riguardo “Cinema e psicopatici – di Maurizio Fierro

  • agosto 12, 2018 in 5:32 pm
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    Veramente bell’articolo! Maurizio Fierro ottimo giornalista!

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