Ciclone The Who su Bologna – di Pietro Previti

The Who – Unipol Arena, Casalecchio di Reno, Bologna, 17 settembre 2016.
1980… o forse 1981. Porto a casa “Who Are You”, acquistato con i soldi della paghetta settimanale. Il disco mi piace, ha una copertina forte che ritrae i membri del gruppo sicuri ed in bella posa su una discarica di componenti e fili elettrici, lo consumo per via di pezzi trascinanti come  New Song, Sister Disco e Trick of the Light. La chiusura dell’album, poi, affidata all’omonimo brano è fulminante. Ne parlo con qualche amico più informato e vengo a sapere che sì, quello è un bell’album ma niente di più. Gli Who hanno inciso lavori di ben altra importanza, compaiono anche in un film che si chiama “Tommy”, dedicato ad un mago del flipper che diviene sordo, cieco e muto,  affiancati da altri “mostri sacri” come Elton John e Tina Turner. Lo vedrò di lì a poco, per fortuna ci sono ancora i cineforum che ogni tanto propongono qualche rassegna di film musicali e la pellicola di quella che passa essere stata la prima rock opera incisa, con buona pace dei Pretty Things di “S.F. Sorrow” a cui spetterebbe il primato, è un must assoluto, sempre in cartellone insieme a “The Songs remains the same” dei Led Zeppelin. Un compagno di liceo mi presta “Who’s Next” per meno di 24 ore. L’impegno è di registrarlo su una cassetta TDK nel corso della serata e di riportarglielo intonso l’indomani, neanche una ditata sulla copertina figurarsi sul vinile, pena la fine degli approvvigionamenti musicali. Sul retro mi sembra di ricordare che riversai “Tarkus” degli Emerson, Lake & Palmer. Inutile dire che rimasi assolutamente folgorato da quest’album del 1971, dallo spiazzante intro elettronico di Baba O’Riley e da quella dolcemente acustica di Behind Blue Eyes, dall’irruenza indiavolata di Won’t Get Fooled Again e dalla magnificenza assoluta di The Song Is Over. Vera pietra miliare del Rock, anzi – tout court  – della Musica del XX Secolo. Fidatevi, non sono io a dirlo. 2016, 17 settembre… giusto un anno fa, a distanza di circa trentacinque anni dai miei ricordi, non avrei mai pensato di riuscire a vederli dal vivo. Il concerto! Sto parlando di quello degli Who alla Unipol Arena di Casalecchio di Reno a Bologna. Mi rendo conto di avere volutamente tralasciato in tutti questi mesi di scrivere un articolo, lungo o breve che fosse, a corredo delle fotografie scattate durante il concerto. Le due sole date programmate a Bologna e Milano diventano subito sold-out ed occorre raddoppiarle. Del resto gli Who mancavano dalla Penisola dalla sfortunata esibizione all’Anfiteatro di Verona nel lontano giugno 2007. Allora il concerto fu rovinato dalla pioggia e dalla conseguente afonia di Roger Daltrey. Una vera e propria iattura, perché gli Who non si esibivano in Italia da decenni… ultimo concerto un live al Palasport di Roma, il 14 settembre del 1972. Anche i giornali locali danno grande risalto all’evento. Gli Who ritornano nel capoluogo felsineo dopo quasi cinquant’anni, da quel lontano febbraio 1967, quando all’epoca Roger aveva solo 23 anni e Pete appena 22. “The Who hits 50! Tour” è una celebrazione del mod-sound per eccellenza,  una megafesta dal vivo per le migliaia di fans italiani che attendono di festeggiare insieme ai loro beniamini il mezzo secolo di storia del complesso londinese tra Nord America ed Europa. Il tour finalmente approda in Italia a distanza di quasi due anni dalla prima data del novembre 2014 ad Abu Dhabi. Termina il concerto d’apertura affidato agli Slydigs, una discreta rock-blues band cui spetta il compito di riscaldare gli animi dei presenti, ed appare sul megaschermo la scritta “Rimanete calmi Arrivano gli Who”. Puntualità britannica, Pete e Roger arrivano sul palco alle 21 precise per un viaggio in musica ed immagini dalla durata di due ore abbondanti. Hanno circa 143 anni in due ma appaiono subito in forma… non si tratta di reduci, insomma. Roger Daltrey è ancora in possesso di una gran voce per l’età che ha. Segno che è invecchiato bene e si prende cura di sé. Armeggia con il microfono facendolo roteare in aria come da aspettative del pubblico; così, l’ancora energico Pete Townshed, ripropone il suo marchio di fabbrica che lo ha reso icona rock riconoscibilissima. Quei “mulinelli” chitarristici che, talvolta, rende ancora più ardui per via di qualche atterraggio sulle ginocchia con scivolata a seguire. Tuttavia non vi è nessun effetto nostalgia sul palco. Si suona e lo fanno per davvero. Del resto la backin’ band è rodatissima, la migliore con cui intraprendere un tour di queste dimensioni. Con buona pace degli indimenticabili Keith Moon e John Entwistle che verranno ripetutamente omaggiati dalle immagini proiettate. La sezione ritmica composta da Zak Starkey e Pino Palladino non conosce cedimenti: è un motore che pulsa incessantemente con energia e fantasia già da dieci anni. Non ha bisogno di presentazione neanche il chitarrista ritmico. Si tratta di Simon Townshend, fratello minore di Pete di ben quindici anni, anche lui in band da tantissimo, a partire dalla pubblicazione di “Endless Wire” del 2006, undicesimo ed ultimo lavoro in studio della band. Per amalgamare l’impressionante muro del suono gli Who si affidano a tre tastieristi che intervengono, alternandosi,  alle parti corali e alle percussioni. Loren Gold, Frank Simes e John Corey. La serata parte subito in quarta con una I Can’t Explain mozzafiato e, senza interruzione, vengono passati in rassegna classici senza tempo come The Seeker, Who Are You, The Kids Are Alright, I Can See For Miles, My Generation, Behind Blue Eyes, Bargain. Mi rendo conto che non ha molto senso elencare tutti i brani in scaletta, forse è più utile rimandare alla set-list in calce all’articolo. Le due ore di concerto sono serrate, la band va al massimo, non si risparmia, non vi sono interruzioni di sorta, si passa per “Tommy” e si arriva a “Quadrophenia”. Dagli schermi scorrono immagini di  giovani in parka e Lambretta anni Sessanta al ritmo di My Generation ai rimandi psichedelici di Who Are You ed al flipper impazzito di Pinball Wizard. Dopo The Acid Queen e Pinball Wizard, il finale è affidato a See Me, Feel Me, Baba O’Riley e Won’t Get Fooled Again. Non c’è trucco, non c’è inganno. The Who è semplicemente la più grande rock band di tutti i tempi. Posso dire di avere assistito non solo al migliore evento del 2016 ma, certamente, per quanto mi riguarda, al concerto della vita. Ora che è finito, posso andare in pace… The Song is Over.

Backing band – Zak Starkey: drums, percussion. Pino Palladino: bass guitar.
Simon Townshend: rhythm guitar, acoustic guitar, vocals. Loren Gold: keyboards, backing vocals, percussion, jaw harp. Frank Simes: keyboards, backing vocals, percussion, banjo, mandolin.
John Corey: keyboards, backing vocals, percussion, bass harmonica.

Setlist 22 tracks – I Can’t Explain, The Seeker, Who Are You, The Kids Are Alright,
I Can See for Miles, My Generation, Behind Blue Eyes, Bargain Join Together,
You Better You Bet, 5:15, I’m One, The RockLove, Reign O’er Me,
Eminence Front, Amazing JourneySparks, The Acid Queen, Pinball Wizard, See Me, Feel Me,
Baba O’Riley, Won’t Get Fooled Again.

Foto e articolo di Pietro Previti © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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