Ciccio Ingrassia: la tristezza del clown – di Hermione Jardin

Severo, contegnoso, magrissimo: con i suoi 190 centimetri di altezza, Ciccio Ingrassia è uno dei volti più popolari e inconfondibili del cinema italiano. È un comico, ma non solo, perché in grado di dare magistralmente vita a ruoli drammatici, amari e malinconici. Nino Manfredi lo ha definito “il volto triste della risata” e Franco Franchiun palo telegrafico con i baffi”. Proprio con Franco Franchi ha dato vita alla coppia probabilmente più seguita e certamente più prolifica di presenze tanto nel cinema quanto in televisione durante gli anni Sessanta e Settanta. L’enorme consenso di pubblico non ha trovato però riscontro nel giudizio della critica del tempo, che li ha massacrati sistematicamente, definendo la loro comicità stupida e volgare. In sostanza, veniva loro rimproverato il totale disimpegno, la distanza dalla realtà politica e sociale; in una parola, la leggerezza: proprio le stesse caratteristiche per le quali la gente comune li apprezzava, come spettacolo di puro divertimento ed evasione. La rivalutazione del loro innegabile talento da parte della critica ha quindi avuto luogo in ritardo, come è avvenuto troppo spesso nel nostro Paese riguardo ad altre figure rilevanti del panorama cinematografico. Francesco Ingrassia nasce nel 1922 a Palermo, nel quartiere del Capo, quarto dei cinque figli di un muratore e di una casalinga. Studiare non gli è consentito – in parte per le modestissime finanze famigliari e in parte per scarse attitudini scolastiche – ma neppure gli interessa, in quanto ha già nel sangue la passione per la recitazione e in particolare per l’avanspettacolo. Così svolge molti umili mestieri (barbiere, falegname, calzolaio, salumiere…) pur di raggranellare il denaro necessario per comprarsi, a sedici anni, il primo vero abito della sua vita. Inizia quindi ad esibirsi nelle feste private, di battesimo o di matrimonio, prendendo in prestito alcune macchiette dal repertorio di Totò, che è il suo idolo e il suo modello. Per divertire sfrutta il proprio aspetto fisico, in particolare l’altezza, che sottolinea indossando abiti ristretti, pantaloni troppo corti e un cappello sottomisura. Nel corso di una lunga gavetta nei teatri di provincia, si cimenta anche nelle prime parodie e fa da spalla all’esordiente Gino Bramieri, tuttavia è a partire dall’incontro con Franco Franchi (al secolo Francesco Benenato, siciliano come lui) che la sua carriera, e quella di entrambi, decolla verso il successo. La prima tappa importante è la scritturazione per lo spettacolo teatrale “Rinaldo in campo” di Garinei e Giovannini con Domenico Modugno, che con loro eseguirà la famosissima Tre briganti e tre somari. Nel 1960 ha luogo anche il loro debutto nel cinema, col film “Appuntamento a Ischia” di Mario Mattoli, seguito l’anno successivo da ben sei altre pellicole, tra le quali Il giudizio universale” di Vittorio De Sica. Sempre nel 1960, sposa Rosaria Cali, una dei componenti del complesso musicale che si esibisce al seguito dei loro spettacoli, e nell’anno seguente nasce il figlio Giampiero, che seguirà le sue orme. Tra gli anni Sessanta e Settanta la coppia Ciccio e Franco, oltre a partecipare a innumerevoli sketch televisivi, darà alla cinematografia un contributo immane: intorno a centocinquanta film, molti dei quali privi di una sceneggiatura ben definita e affidati unicamente alla loro vis comica. Innumerevoli sono le parodie dei film più noti: Indovina chi viene a merenda”, “Il bello, il brutto e il cretino”, Don Chisciotte e Sancio Panza”, Brutti di notte”, I figli del leopardo” e così via. Per la maggior parte si tratta di semplici film di cassetta, ma non mancano diverse prove di livello ben più prestigioso: Due marines e un generale” di Luigi Scattini (1966) con Buster Keaton, Capriccio all’italiana” di Pier Paolo Pasolini (1968) accanto a Totò e Pinocchio” di Luigi Comencini nel 1971, per cui interpretano i ruoli del Gatto e della Volpe. Grazie ai successi cinematografici, vengono sempre più spesso invitati a partecipare a trasmissioni televisive importanti, come Canzonissima. La loro comicità per il pubblico è irresistibile: semplice e diretta, senza raffinate ironie né sottintesi intellettuali o colti, arriva a tutti e scaturisce prima di tutto dal contrasto tra la gestualità da marionetta di Franco e la serietà compassata di Ciccio. La sua figura lunga e allampanata fa da naturale contrappunto alla strabiliante mimica facciale e alle smorfie clownesche del compagno; Franco è lo sprovveduto, il cretino, mentre Ciccio è il saggio, nobile e impassibile, che pur risulta altrettanto inadeguato del compagno. Il sodalizio tra i due si alimenta attraverso gli anni di una sincera amicizia, non esente però da liti anche furibonde, talora perfino in diretta TV, come nel corso di un programma condotto da Raffaella Carrà. La più aspra di queste liti ha come conseguenza il loro allontanamento per un intero decennio. Ciccio accusa Franco di megalomania e Franco accusa Ciccio di arroganza. Le loro origini, la loro sensibilità e formazione sono diverse: Franco ha iniziato a recitare nelle strade, facendo imitazioni e cantando; Ciccio invece ha iniziato sul palcoscenico, se pure non ad alto livello, e questo lo ha predisposto a un metodo più sistematico. Così mentre Franco tende sempre a dare massima libertà alla recitazione assecondato da copioni spesso ridotti al minimo, Ciccio è più metodico e, quando può, cerca di attenersi a quanto gli sceneggiatori hanno previsto per il suo personaggio. Franco, inoltre, è più avventato e impulsivo, mentre Ciccio è riflessivo e consapevole tanto delle proprie possibilità quanto dei propri limiti. Durante il decennio di rottura Ciccio colleziona interpretazioni indimenticabili: nel 1972 “La violenza: quinto potere” di Florestano Vancini, seguito nel 1973 da Amarcord” di Federico Fellini, in cui interpreta lo zio matto Teo, che si arrampica su un albero e grida “Voglio una donna!” L’interpretazione dell’onorevole Voltrano in Todo modo” di Elio Petri, tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, gli frutta il Nastro d’argento come miglior attore non protagonista. Con altre due parodie, Paolo il freddo” (1974) e L’Esorciccio” (1975) con Lino Banfi, si cimenta con risultati di tutto rispetto anche nella regia. Una delle sue migliori prove come attore, di nuovo insieme a Franco, è nel ruolo di Zi’ Dima, protagonista della novella “La Giara” di Pirandello, nel sublime Kaos” dei fratelli Taviani (1984). La riappacificazione infatti ha avuto luogo e, come già per i litigi, è avvenuta in diretta TV: nel 1980 a Domenica in, grazie all’intervento di Pippo Baudo, Ciccio si scusa pubblicamente con Franco. Da allora, in coppia, continuano a partecipare a vari programmi televisivi, come ospiti o come presentatori. Nel 1992 conducono il programma di Raitre “Avanspettacolo”, che però non ottiene il consenso sperato. Il 9 dicembre 1992 muore Franco Franchi, ammalatosi durante le riprese della trasmissione anche a causa della sofferenza procuratagli dal coinvolgimento in un processo di mafia. È andato via un fratello – afferma Ingrassia in occasione del funerale – il compagno di una vita professionale movimentata, vissuta insieme nel bene e nel male. Insieme abbiamo sofferto la fame, litigato su come porgere una battuta, sulle proposte da accettare e quelle da rifiutare. Alla fine le accettavamo tutte, per paura di rimanere senza lavoro. I nostri figli sono cresciuti assieme… e, ricordando gli screzi con Franchi:Sembravamo Liz Taylor e Richard Burton: ci siamo separati più volte, pur sapendo che sul palco non potevamo fare a meno l’uno dell’altro. Qualcuno ci faceva rincontrare e tornavamo a lavorare assieme. In seguito, da solo, Ciccio lavorerà con registi di fama come Ettore Scola in Il viaggio di Capitan Fracassa” (1991) o con giovani autori come Felice Farina in “Condominio” (1991), film con cui si aggiudica un David di Donatello per l’interpretazione del maresciallo dei carabinieri in pensione Scarfi. Nel 1996 figura nel cast di Giovani e belli” di Dino Risi e veste i panni di un mendicante in Fatal Frames – Fotogrammi mortali” di Al Festa, che è la sua ultima interpretazione. Infine, undici anni dopo la morte dell’amico Franco e sette anni dopo il proprio ritiro dalle scene, il grande comico italiano, sofferente da tempo di problemi respiratori, si spegne al Policlinico Gemelli di Roma il 28 aprile 2003. Con la sua scomparsa si chiude definitivamente la parabola di quella comicità spontanea, scanzonata e destinata a tutti; non legata a mode o periodi storici, ma apolitica, brillante e mai volgare. È sepolto nel Cimitero del Verano a Roma. Sulla sua tomba l’epitaffio recita: Stringimi solo per un po’, sai che mi farai sorridere. Lui per tanti anni ha fatto sorridere la gente, scacciando la tristezza altrui con la propria maschera di clown triste; persone di ogni età e di ogni estrazione sociale e culturale, perché sorridere riscalda il cuore, non costa nulla e aiuta a vivere.

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Un pensiero riguardo “Ciccio Ingrassia: la tristezza del clown – di Hermione Jardin

  • novembre 12, 2018 in 3:31 pm
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    Bello questo articolo, rende giustizia a un duo comico che ho sempre amato e del quale, per essere compreso a pieno, va ricordato il loro passato palermitano, la gavetta tra la gente. Bravi!

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