Christy Moore: “H Block” (1980) – di Salvatore Di Noia

Nel carcere e campo di concentramento di Long Kesh, più tristemente noto come “The Maze“, che in inglese vuol dire “Il labirinto“, nella contea di Lisburn, a pochi chilometri da Belfast, il famigerato H-Block è costituito da 8 blocchi ad un piano a forma di H, è stato il lager dei detenuti cattolici nordirlandesi (e solo in minima parte protestanti) durante il periodo dei Troubles. Riconvertito da un vecchio campo di aviazione della RAF risalente alla Seconda Guerra Mondiale, il carcere di Long Kesh fu il protagonista di molte canzoni di lotta dell’Irlanda del Nord. È lì che fu impiantato il lager degli internati, in cui si svolsero dal 1976 al 1981 le tre epiche proteste carcerarie che ebbero un grande risalto mediatico a livello mondiale. Dal 1976 ai detenuti repubblicani, a cui prima di quella data era riconosciuto lo status di prigionieri politici, fu obbligato di indossare l’uniforme carceraria prevista per i criminali comuni. I detenuti si opposero a questo nuovo regime e rifiutandosi di indossare la divisa, decisero di coprirsi solo con una coperta, dando vita alla blanket protest da cui presero il nome i Blanketmen. Dopo due anni protesta, nel 1978 in risposta alla brutalità dei secondini che li assalivano quando si recavano ai bagni, i detenuti si rifiutarono di svuotare i propri buglioli, spalmando i propri escrementi sui muri delle celle e buttando l’urina sotto la fessura delle porte.
Era cominciata così la dirty protest. Dopo più di quattro anni vissuti nudi con solo una coperta addosso e in mezzo ai propri escrementi e al freddo gelido, i detenuti decisero di risolvere la questione drasticamente e annunciarono uno sciopero della fame che nel 1981 vide la morte di Bobby Sands e di altri nove compagni repubblicani. Nel corso degli anni la musica irlandese ha dedicato molto spazio a Long Kesh. Su tutti Christy Moore che vi dedicò un intero album (la sua settima creazione) nel 1980, alla vigilia degli scioperi della fame, il periodo più buio della storia recente irlandese. Pubblicato dalla HB Records, “H-Block” fu uno dei dischi più militanti della musicista irlandese. L’album vide la collaborazione di molti artisti irlandesi dell’epoca: Donal Lunny (bouzouki, chitarra), Declan Sinnott (chitarra), Dan Dowd (cornamuse uileann pipes), Matt Molloy (flauto), Noel Hill (concertina, fiddle), Tony Linane (concertina, fiddle).
Dieci canzoni che sono uno scossone dell’anima per chi, come me, in quel carcere c’è stato in un gelido e grigio giorno di gennaio, quando dopo il Good Friday Agreement del 1998 furono liberati tutti i prigionieri (repubblicani e lealisti) e gradualmente la prigione fu abbandonata al destino dell’incuria e dell’oblio piuttosto che a un progetto di recupero e di memoria come più volte auspicato soprattutto dalla comunità repubblicana nordirlandese. Due delle ballate dell’album, Bright Star e A Retort, sono poemi scritti dai prigionieri repubblicani e arrangiati da Christy Moore con melodie uniche. Ci sono poi tre brani tradizionali irlandesi (Rights of Man, Repeal the Union, Lucy Campbell / Patsy Tuohy) con gli arrangiamenti di Matt Molloy. Altri tre brani, Guest of the Queen scritto da Brian Ua Baoill, On the Blanket scritto da Mick Hanly e H. Block Song di Francie Brolly, rappresentano la cultura irlandese nel suo aspetto più profondo con parole e testi di unicità irripetibile. Infine 90 Miles from Dublin, il capolavoro di Christy Mooore, che in sei minuti di musica e parole ripercorre la distanza siderale presente in quegli anni tra Dublino e Long Kesh.
Eravamo in un gruppo di una decina di persone durante la nostra visita al Kesh nel 2008. Con la musica di Christy Moore nelle orecchie pensavo a cosa avrei potuto vedere ma non avrei mai immaginato il freddo che avrei provato in quelle poche ore di visita. Il pulmino ci lasciò all’ingresso del campo, dove il fango misto a pietrisco faceva da sfondo a ciò che rimaneva dell’unico blocco ancora in piedi, il famigerato H4, che ospitò tra gli altri Bobby Sands e Brendan McFarlane, i due famigerati Official Commander dell’Ira all’interno del carcere. Ai miei occhi quel blocco era paragonabile ai forni di Auschwitz o alla cupola di Hiroshima, totem monumentali che resistevano alle intemperie del tempo, ingrigiti da polvere e vetustà. Mentre percorrevamo i corridoi del carcere, le celle si susseguivano senza soluzione di continuità e dall’interno il blocco era decisamente più grande di quanto appariva nelle sbiadite foto in bianco e nero dell’epoca. Quasi ogni cosa non removibile era ancora al suo posto. Le inferriate arrugginite, le videocamere di sorveglianza offuscate, i telefoni ingialliti, la sala di controllo impolverata, le latrine puzzolenti, le celle immacolate e minuscole dai cui muri sfogliati rinascevano sbiaditi murales che nel carcere in quegli anni rappresentavano l’appartenenza a un’ideologia e un cameratismo che nel corso dei decenni ha fatto la differenza favorendo la sopravvivenza di un’intera generazione ai soprusi e alle umiliazioni quotidiane che per alcuni detenuti durarono anche un ventennio.
Quando siamo entrati nella cappella ci siamo resi conto che anch’essa era rimasta pressoché intatta, dalle pareti in legno alle file di sedie al pianoforte nell’angolo. Anche l’ospedale era immacolato e lo stesso letto di morte di Bobby Sands era ancora lì, al suo posto, scheletrico come il martire simbolo del repubblicanesimo irlandese nei suoi ultimi giorni di vita. Il gelo penetrava dalle grate senza finestra ed era praticamente impossibile restare fermi. Nessuno si è esimato dal pensare a come fosse possibile resistere a quelle condizioni negli anni 70 e 80 durante gli scioperi. Nulla era cambiato nei Blocchi H, a testimonianza di un passato che stentava a morire nonostante la fine del conflitto. L’area esterna vedeva ancora i disegni delle porte da calcio sulle lamiere e sul cemento. Tutto intorno filo spinato e recinzioni, telecamere e torrette di guardia che non bastarono a fermare i 38 detenuti repubblicani che il 25 settembre 1983 evasero nella più grande fuga carceraria nella storia della Gran Bretagna.
Christy Moore non avrebbe mai immaginato che quell’album potesse essere il perno musicale del repubblicanesimo. Ancora oggi nei suoi numerosi concerti in giro per l’Irlanda e non solo, viene celebrato dai suoi fans e venerato in città come Belfast, Derry, Dublino e Cork, dove sovente si esibisce tra folle in silenzio che accompagnano in coro i suoi brani e la sua chitarra, a occhi chiusi e con luci soffuse, quasi a voler rimandare il loro pensiero a quegli anni di lotta. Anni duri dove grazie anche alla musica e alle ballate lungo il filo conduttore che univa reclusione e libertà, la dignità di un popolo è emersa in tutta la sua struggente bellezza.

Foto e articolo di Salvatore Di Noia ©
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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