Chrisma: “Chinese Restaurant” (1977) – di Alessandro Freschi

Dal beat dei New Dada al pop melodico di Cinque minuti e poi, passando per i fotoromanzi in bianco e nero Bolero ed i fortunati musicarelli al fianco di Ric e Gian. A cavallo tra gli anni sessanta e settanta Maurizio Arcieri (o più correttamente solamente Maurizio) occupa senza ombra di dubbio un posto di rilievo nel palinsesto artistico italiano; le allettanti performance nelle kermesse musicali ed una manciata di successi a 45 giri lo impongono alle attenzioni del grande pubblico che ne apprezza le eleganti doti canore. Il fatto poi di essere anche un bel ragazzo lo porta ad essere apprezzato dal gentil sesso, catapultando la sua ribelle e fluente chioma bionda sulle copertine dei rotocalchi dell’epoca. Un interessante album dalle tinte psichedeliche (“Trasparenze” del 1973, destinato a rimanere opera prima ed ultima da solista) segna il punto di demarcazione tra la produzione, più o meno commerciale, di inizio carriera e l’alba di una parabola sperimentale di ben altra caratura, decisamente più consona al talento innato dell’artista meneghino. Dopo l’unione con la giunonica bellezza di origini elvetiche Christina Moser, Arcieri si trasferisce nel 1974 nella nebulosa Londra e l’incontro con Nico Papathanassou, direttore artistico della Polygram nonché fratello del più noto Vangelis, sancisce l’inizio di una prolifica collaborazione. Scelto come moniker la crasi delle prime sillabe dei loro nomi, Chrisma, i coniugi Arcieri si cimentano con alterne fortune in alcuni episodi musicali in puro stile sensual-discomusic (“Amore” nel 1976 e “U (I Dig You)” cover di un successo degli Odyssey nel 1977) per poi straripare inaspettatamente nel rilascio di “Chinese Restaurant” (1977), full-lenght dalla graffiata anima punk e dalle intuizioni elettroniche che in un solo attimo capovolge nell’immaginario collettivo l’icona del “bel Maurizio” di L’Amore È Blu/… …Ma Ci Sei Tu! (1969) in quella di un oscuro figuro dalla cresta platinata con una spilla da balia conficcata nella guancia.
Registrato tra Milano (Phonogram Studios) e Londra (Nemo Studios), “Chinese Restaurant” si apre sulle linee cosmiche e stridulamente algide del synth (il polifonico GX-1 Yamaha) di Thank You. L’ouverture lascia da subito presagire quanto drastica sia stata la virata artistica di Maurizio e Christina, passati nel giro di pochi mesi dai bagliori stroboscopici delle dancefloors a crepuscolari vicoli decadenti. A conferma di questa metamorfosi dai tratti sperimentali sopraggiungono le trame ipnotiche di Black Silk Stoking, traccia abbagliata da trasversali distorte e da una ammiccante recita di Christina Moser, che anticipano l’indiscutibile fulcro rotante dell’album, Lola, tango sintetico a due voci dalle atmosfere languidamente rétro che sembra provenire da una nebulosa e subdola Berlino anni trenta. Il brano, scelto come singolo apri-pista, ottiene un ottimo riscontro di vendite e, con il passare degli anni (insieme alla hit dell’estate 80 Many Kisses) diviene canzone-simbolo della produzione del duo. Orditi circolari, bassi gommosi e strofe ripetute ad oltranza albergano nell’elettro-kraut di C-Rock, mentre gli spartiacque del vinile, What For e Wanderlust (rispettivamente coda della side A e incipit della facciata opposta) custodiscono, più di qualsiasi altro episodio del disco, l’incalzante e rabbioso mood tipico del punk d’oltremanica. Rarefatta ed alienata la recita avvolgente di Lycee volge il suo sguardo verso malinconici scenari futuristici e ben poco si combina con le ritmiche della successiva Mandoia, istantanea dal retrogusto oriental-pop e dai colori solari. Decisamente convincente il cortocircuito finale in scaletta in cui viene riproposta la base di ingresso del disco, Thank You, stavolta in una versione sorretta dal vocoder di Maurizio, impegnato a ringraziare in un interminabile elenco i suoi capisaldi musicali (dai Roxy Music a Iggy Pop, passando per Presley, Morrison ed Hendrix).
Dopo alcuni passaggi televisivi, la sera del 21 febbraio 1978 il tour promozionale di “Chinese Restaurant” fa tappa al “Due Stelle”, locale in provincia di Reggio Emilia. Per l’intera durata della performance i Chrisma sono oggetto di provocazioni ed insulti da parte di un gruppo di autonomi sistemato ai piedi del palco: il duo vestito in cuoio “total black” è accusato di mettere in scena una rappresentazione che riecheggia scenari filo-nazisti e di scimmiottare indegnamente il vero punk albionico… gratuiti pretesti per creare disordine e far sospendere il concerto. Arcieri, che si è appena fatto saltare i bottoni della camicia con un rasoio, risponde alla violenta contestazione procurandosi con lo stesso un profondo taglio all’indice della mano sinistra, gesto che gli costa una decina di punti di satura al pronto soccorso più vicino. L’episodio acquisisce notevole risonanza mediatica in virtù della presenza in sala del giornalista Luca Goldoni che all’indomani sulle pagine de Il Corriere della Sera, si affretta a pubblicare un articolo dal titolo quanto mai eloquente, “Si canta meglio tagliandosi un dito”, consegnando di fatto alla leggenda il primo e (fortunatamente) unico finger-job del punk made in Italy. Quello consumatosi nel “ristorante cinese” di Maurizio e Christina.

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