“Chiave 21” – di Francesco Picca

Penso di aver sentito i mie soldi arrivare a terra, e tintinnare, rimbalzando qua e la. Le monete, quelle che avevo nel taschino della giacca. Le ho sentite, mentre sfilavano davanti alla mia faccia. Le ho sentite smuovere appena l’aria. Quest’aria immobile d’agosto. Prima delle monete, però, ho sentito la mia chiave. La mia 21. L’ho mollata quasi subito. L’ho mollata. Mi ha urtato appena la spalla ed è andata giù, veloce e silenziosa. Poi ha toccato una trave. Poi, forse, un tubo. Infine il cemento. Tre suoni diversi. Tre note diverse. Quando il cordino si è teso, quando si è teso tutto, ho sentito un colpo. L’ho sentito dentro. Dentro, come se mi fosse esploso il cuore. Però non è stato un gran colpo. L’avrei immaginato più forte, più doloroso. Perché un ponteggiatore, almeno una volta, l’immagina la caduta. O almeno la sogna e, quando la sogni, la caduta, fa davvero male. Perché il giorno dopo non lavori. Resti a terra, e ti guardi attorno, e apprezzi le dimensioni delle cose viste da terra, e guardi i colori, e ascolti i suoni… e non pensi per niente al lavoro. Aspetti solo le otto ore e intanto guardi, osservi e non lavori. Gli altri ti lasciano in pace. Non ti rivolgono nemmeno la parola. Sanno bene a cosa pensi. Sanno bene che hai le ossa rotte, come dopo una malattia. Anche loro, gli altri, hanno avuto una giornata simile, almeno una volta. Quando il cordino si è teso, quando si è teso tutto, si è aperto il dissipatore“Dissipatore”. Non sono mai riuscito a memorizzare questa parola. L’ho sempre, sistematicamente, dimenticata. Dissipatore. Ha un bel suono. Oggi ha davvero un bel suono. Dissipatore. Quella specie di elastico. Quella cosa che riduce lo strappo. Che limita la frustata. Che limita le fratture. Non l’ho mai ricordato quel nome… mai. Oggi ha davvero un bel suono, il dissipatore. Cadere è un problema. E’ davvero un problema. Cadere in estate è un problema più grosso. Perché in estate stringi meno le cinghie della cintura. Hai la sensazione, così, di sentire meno caldo. I cosciali li agganci soltanto. Li passi sotto l’inguine e li agganci. Non pensi ai danni eventuali. Perché la caduta è solo una ipotesi. Una ipotesi che riguarda sempre e soltanto qualcun altro. Al corso ci hanno detto che i cosciali devono essere stretti. Molto stretti, altrimenti si rischia la lussazione dell’anca. Ci hanno detto che, se cadi, il cosciale ti sfila l’anca come un osso di pollo. Io non ho il coraggio di guardare il mio femore. Penso sia rotto. Sicuramente è rotto. Non sento un gran dolore. Anzi, non sento nulla, se non un torpore diffuso. Quando l’adrenalina comincerà a calare arriveranno anche i dolori. Spero di svenire prima. Anche il collo non deve stare benissimo. La testa ha dato un gran colpo in avanti. Col mento ho urtato forte sul petto. Il casco. Ho perso anche il casco. Ma non so dove sia finito. Non lo vedo. Non vedo molto. Non vedo bene. Penso di essere a venti metri. No, meno. A sedici metri. Si, a sedici metri. A sedici metri, e ciondolo come un salame. Un salame nell’aria ferma di agosto. Due secondi. Anche meno. Ci avrei impiegato meno di due secondi ad arrivare a terra e, in ogni caso, sarei arrivato dopo le mie monete. Dopo le mie quattro monete. Mi hanno raccontato che le monete ci sono sempre attorno al lenzuolo bianco. Me lo ha detto anche un ispettore. Gli ispettori raccontano un sacco di storie. Non sai mai cosa ci sia di vero e non capiscono che più scendono nei dettagli, meno la gente li ascolta. Perché la morte, quella raccontata, non l’ascolta nessuno. Il morto in TV lo vedi. Non devi immaginarti nulla. Lo vedi e ci credi. E un po’ ci pensi. Un po’ ci ragioni. Il morto raccontato, invece, devi costruirtelo. Devi dargli un nome, una famiglia, una storia. Devi dargli una posizione sul cemento. Devi anche dargli un tot di monete, tutt’attorno al lenzuolo. Gli ispettori, questo, non lo capiscono. Non sento voci. Ma ci sono. Sicuramente ci sono. Siamo in quattro. Adesso staranno gridando. Mi staranno chiamando. Ma non sento nulla. Questa cosa, però, al corso non l’hanno detta. O forse l’hanno pure detta, ma io non la ricordo. Forse dormivo. Al corso, spesso, dormivo. Mi staranno chiamando. Ma non sento nulla. Non ricordo dove ho attaccato il cordino. No, proprio non riesco a ricordare. Non so a cosa sono attaccato. Non lo so. Ad un corrimano, forse. Reggerà. Si che reggerà. Ha retto allo strappo. C’era una specie di formula. La ricordo scritta alla lavagna. Una formula matematica per calcolare lo strappo. In chilogrammi. Si, in chilogrammi. Centinaia di chili. Ricordo questo. Centinaia di chili per due metri di caduta. Vorrei ricordare quella formula. O almeno vorrei ricordare a cosa mi sono agganciato. Reggerà. Si, reggerà. Mi chiedo dove sia la mia 21. Non so proprio se sia etico lasciar andare la propria 21, anche in casi estremi. Non saprei dire se ci sia un’etica del ponteggiatore. L’ultima valutazione di ordine etico l’ho fatta quattro anni fa. Riguardava i miei studi. Ragionavo sull’opportunità di doverli trascurare. Sulla necessità, infine, di doverli interrompere. Mi domando cosa diranno i colleghi. Cosa diranno della mia 21. L’adrenalina sta calando. I dolori salgono. Vorrei svenire, ora. Mi domando se ci sia un modo per svenire. Potrei guardare il mio femore. Potrei toccarmelo. Ma le mie mani sono chiuse attorno alle cinghie sternali. Strette, attorno alle cinghie. Non vedo bene. Non vedo quasi nulla. E non sento. Sono mezzo morto. Mezzo morto. I dolori salgono. Provo a svenire. Ci provo. Vediamo se mi riesce almeno questo. Ho provato a morire e mi son fermato a sedici metri. Provo a svenire. A sedici metri. Che, a morire, in quest’aria immobile di agosto, è difficile. E’ davvero difficile. Quasi quanto vivere.

Tratto da: “Chiave 21” di Francesco Picca  (Pufa Editore 2015). 
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