Charlie Parker: “At The Open Door” (2020) – di Ubaldo Scifo

“E quant’è dolce una storia / Quando è Charlie Parker / a raccontarla, 
In dischi o in jam session / O in apparizioni ufficiali nei night, / Buchi nel braccio per il portafoglio,
Allegramente lui suonava il / sassofono / perfetto / Ma poi che differenza c’era”(1).
C’era quasi sicuramente Jack Kerouac quel 26 luglio 1953 all’Open Door, club nel Greenwich Village di New York, seduto ad un tavolino magari a scrivere questi versi, immerso, come tutto il pubblico, dentro quell’atmosfera calda e fumosa, di cui rimane testimonianza nella registrazione effettuata proprio durante il concerto di Charlie Parker insieme a  Benny Harris alla tromba, Bud Powell e Al Haig al piano, Charles Mingus al basso e Art Taylor alla batteria. Una line up da fare paura: “tigri inferocite” che Bird riesce a tenere a bada e ipnotizzare con la sua frusta sonora. L’essenza del bebop in quelle 20 tracce annegate nell’alcol, nel chiacchiericcio e nel riverbero della sala, tra risate ed applausi degli astanti, ignari che anche loro, insieme a quel bombardamento di note, sarebbero stati parte di uno storico evento musicale: gli ultimi momenti di luce di una stella cadente, incisi su nastro magnetico. Racconta Mingus: “Il pubblico di Bird ballava sempre, si facevano di chissà cosa, era gente alla moda, brillante, puttane e papponi. Niente di male, dico solo come stavano le cose. Ed erano di ogni razza“ (2).
“At The Open Door” (2020) è l’ennesima 
edizione per la Grey December pubblicata il 20 gennaio 2020, per la gioia degli estimatori di Bird, preziosa per il suo valore storico “documentale” se vogliamo ma, soprattutto, per il turbinìo di sensazioni che suscita l’ascolto del suo contenuto. Parker suona reinterpretando i classici jazz, a volte stravolgendoli con il suo bebop, stratosferico, entusiasmante, coinvolgente. Ascoltando brani come Star Eyes, My Little Suede Shoes, Ornithology, Scrapple From The Apple, Star Eyes e via dicendo, rimani incantato, piacevolmente sorpreso durante la loro esecuzione. Bird li tira fuori dalle tasche, e li ripone nel taschino. Come niente fosse. Un diabolico prestigiatore. Assisti a un compendio della sua tecnica esagerata, fuori dal comune, che gli consentiva di suonare in estrema scioltezza, cose che altri suoi colleghi avrebbero eseguito sudando copiosamente senza minimamente ottenere un risultato. Arrigo Polillo lo definisce ”(…) un genio per davvero, perlomeno come Armstrong ed Ellington e forse più di loro. Fu il Picasso dell’arte afro-americana, l’uomo che inventò la sintassi e la  morfologia della musica jazz e ne deviò il corso” (3). C’è anche una versione deliziosa diAll The Things You Are, unico replay, dalla scaletta del live canadese alla Massey Hall di Toronto del 15 Maggio 1953, circa due mesi e mezzo  prima, che vide un incontro tra titani del bop. Charlie Chan (pseudonimo strategico di Charlie Parker) alto saxophone. Dizzy Gillespie trumpet. Charlie Mingus bass. Max Roach drums. Bud Powell piano. Bird è un treno quando prende velocità e ti porta veramente lontano trascinandosi dietro tutti i suoi compagni, tuttavia dove colpisce pesante, pienamente nel segno, e ti costringe a piangere di commozione è nelle ballad come My Old Flame, I cover The Waterfront, East of Front, I’ll Remember April, quando l’assolo da morbido, suadente, malinconico diventa a momenti serrato e nervoso, lasciando intravedere lo spirito beffardo che  annida nel sassofonista, e che poco dopo sparisce. Niente paura: è il tipico approccio di Parker. Nel 1954, ricoverato per l’ennesima volta, al Bellevue Hospital di New York, sulla sua cartella clinica scritta dai medici che lo curarono si legge “notevole intelligenza,ostile,evasiva personalità, fantasie primitive e sessuali,associate all’ostilità; pensiero di tipo paranoide in grande evidenza” (4). Insomma una diagnosi di schizofrenia. Charlie Parker era un Genio combattuto fra il desiderio di costruirsi una vita e l’impulso terribile di distruggerla, tormentato da devastanti debolezze e una di queste (l’eroina) lo mise al tappeto definitivamente. Correva l’anno 1955, era il 12 marzo.
“Charley Parker Assomigliava a Buddha / Charley Parker, morto di recente
Mentre rideva di un giocoliere in TV / dopo settimane di tensione e malattia,
era chiamato il Musicista Perfetto. / E l’espressione sul suo volto
Era calma, bella e profonda / Come l’immagine di Buddha
Rappresentata in Oriente, gli occhi socchiusi, L’espressione che dice «Tutto va bene»
– Questo diceva Charley Parker / Quando suonava, Tutto va Bene,
Si provava / la sensazione del mattino presto / Come la gioia di un eremita, o come,
‘ il grido perfetto / Di qualche banda scatenata ad una jam session (…)”
(5)

note: (1) da “Mexico City Blues” (1959di Jack Kerouac.
(2) da “Mingus secondo Mingus, interviste sulla vita e la musica“ di John F.Goodman
(3) e (4) da Jazz. La vicenda dei protagonisti della musica afro-americana” (2017) di Arrigo Polillo.
(5) 
dal “Mexico City Blues” (1959di Jack Kerouac.

01. Out Of Nowhere 3:04 (Edward Heyman). 
02. Star Eyes 3:55 (Bud Powell). 
03. Cool Blues 4:44 (Charlie Parker). 
04. East Of The Sun 3:36 (Brooks Bowman).
05. The Song Is You 6:02 (Jerome Kern). 
06. My Little Suede Shoes 2:15 (Charlie Parker). 
07. 52nd Street Theme 2:36 (Lorenz Hart, Richard Rodgers).
08. Ornithology 3:17 (Charlie Parker, Benny Harris).
09. Scrapple From The Apple 3:2 (Charlie Parker).
10. I Cover The Waterfront 2:26 (Charlie Parker).
11. This Time The Dream’s On Me 4:14 (Harold Arlen).
12. I’ll Remember April 4:13 (Gene de Paul, Patricia Johnston and Don Raye). 
13. My Old Flame 4:18 (Lorenz Hart, Richard Rodgers).
14. 52nd Street Theme 2:59 (Lorenz Hart, Richard Rodgers).
15. I Remember You 3:01 (Victor Schertzinger, Johnniy Mercer).
16. All The Things You Are 4:14 (Jerome Kern).
17. Hot House 3:17 (Tadd Dameron).
18. Just You, Just Me 2:02 (Jesse Greer, Raymond Klages).
19. I’ll Remember April 2:36 (Gene de Paul, Patricia Johnston and Don Raye). 
20. 52nd Street Theme 0:36 (Lorenz Hart, Richard Rodgers).

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