Charlie Musselwhite: “Tell Me Where Have All The Good Times Gone?” (1984) – di Maurizio Celloni

Doveva essere noioso per un ragazzo trascorrere le giornate a Kosciusko, nel Mississippi. Nonostante il colore bianco della pelle, la vita era dura per la famiglia Musselwhite, tanto che, appena ne ebbero l’occasione, si trasferirono a Memphis, nel Tennessee, dove il giovane Charlie, nato il 31 gennaio 1944, frequentò la scuola fino alle superiori, imparando nel tempo libero i primi rudimenti dell’armonica. Immagino che nei suoi sogni adolescenziali apparisse spesso il maestro Sonny Boy Williamson, sì proprio quel musicista che per primo mise il microfono vicino all’armonica affinché il suono del piccolo strumento equivalesse ai decibel degli altri. La radio gracchiante, posta accanto al cuscino del suo letto, diffondeva le note blues del Delta, selezionate dai grandi musicisti neri che sbarcavano il lunario con la paga da deejay, alimentando le sue fantasie musicali. Charlie Musselwhite trovò impiego come garzone a Memphis ma, attratto dal miraggio del “$ 3,00 an hour job” (lavoro da tre dollari l’ora) si trasferì a Chicago, come accadde a una moltitudine di genti nere del sud. La “Windy City” era un continuo fermento di accordi, un crogiuolo di musica, soprattutto per il blues del Delta che trovò in quella città il terreno fecondo per trasformarsi in ciò che unanimemente viene chiamato Chicago Blues.
Il nostro giovane armonicista, alla sera dopo il lavoro, andava a sentire i numerosi musicisti di scena nei locali tra i quali il Pepper’s, il Turner’s e il Theresa’s. Tra i tanti ascolti, Musselwhite fu colpito dalla tecnica e dalle tonalità espressi da Little Walter, Carey Bell e il suo preferito, Sonny Boy Williamson. Come spesso accadeva, gli affermati musicisti chiamavano sul palco i giovani che si facevano notare per la loro bravura e il garzone Charlie ebbe la buona sorte non solo di accostarli in alcune esibizioni, ma anche di apparire nei dischi di Tracy Nelson, John P. Hammond e Shakey Horton, con il nome di Memphis Charlie. Il vecchio Big Joe Williams, chitarrista e cantante che collaborò con Sonny Boy Williamson, ebbe a dire: “Charlie Musselwhite è uno dei più grandi armonicisti del country blues. È da considerare alla pari di Sonny Boy Williamson e fu il mio armonicista da quando Sonny Boy fu assassinato (il 1° giugno 1948 ndr)”. A suon di comparizioni sui palchi che contavano, registrò il suo primo album a suo nome, “Stand Back! Here Comes Charley Musselwhite’s Southside Band” (1967), ottenendo un buon successo, soprattutto nella programmazione delle radio diffuse nella baia di S. Francisco. Le sue band hanno accolto straordinari chitarristi tra i quali Harvey Mandel, Luther Tucker, Louis Myers, Robben Ford, Fenton Robinson. Nella metà degli anni 60 fondò, assieme a Paul Butterfield, il White Blues Movement e fu componente della The Paul Butterfield Blues Band, tra i primi gruppi bianchi a mettere al centro della loro musica l’armonica.
Nell’anno 1984 Charlie Musselwhite pubblica l’album “Tell Me Where Have All The Good Times Gone?(Blue Rock’it), prodotto da Patrick Ford, che in questo disco suona la batteria. Gli altri musicisti coinvolti sono Robben Ford alla chitarra, Steve Ehrman al basso elettrico, Clay Cotton al piano, oltre al leader, all’armonica: una band di tutto rispetto. Il disco è registrato in modalità live il 5 novembre 1983 e il 20 febbraio 1984, presso l’Oasis Studio a San Francisco. I titoli contenuti nel disco sono accreditati a Musselwhite, a esclusione di Going Away Baby composto da Jimmy Rogers e Kid Man Blues di Big Maceo Merriweather. Il vinile profuma di fresco e all’ascolto risulta pimpante, nella migliore tradizione del blues di Chicago; si colgono, tuttavia, echi jazz miscelati sapientemente da Robben Ford (che non a caso, nel 1986, fu chiamato da Miles Davis per il tour di quell’anno), all’impostazione country blues di Musselwhite. Brani quali Hello Stranger e Seemed Like The Whole World Was Crying ci portano al puro stile di Chicago: il primo è un boogie allegro e scoppiettante, il secondo percorre le strade del blues canonico, avvolgente nel suo incedere lento e nel canto quasi intimo del leader. L’armonica si insinua nelle pieghe più recondite dell’animo, con lo strazio dell’esistenza richiamato dalle folate delle note alte e tirate, ma è la gioia del sentimento e della speranza a prevalere.
Il brano successivo è l’intenso Baby-O cantato e suonato dal solo Musselwhite, che imbraccia per l’occasione anche la chitarra e ci riporta idealmente sulle rive del Mississippi, accompagnati dalla malinconia del fluire lento dell’acqua e del “blues” che accoglie l’anima del cantante, cullandola dolcemente. Con Still A Stranger eccovi servito un boogie nel quale si può cogliere l’eco ispiratore di altri grandi maestri del blues, John Lee Hooker tra tutti. La sezione ritmica mantiene l’incedere potente del tempo musicale, il piano fluidifica lo scorrere delle note, finemente allineato con il battito di batteria e basso, e la chitarra e l’armonica si rincorrono tra le 12 battute. L’ultimo brano del lato A, Exodus, è un trionfo di armonica e chitarra in tinta jazz. Le armonie morbide di Musselwhite in questo pezzo richiamano il suonatore nel “carro da buoi” degli sposi, magistralmente descritto da Fabrizio De André in Marcia Nunziale: “Ed io per consolarla, io con la gola tesa suonavo la mia armonica come un organo da chiesa”. Pura poesia in un ideale, inconsapevole scambio artistico tra Charlie e Fabrizio che esalta la sensibilità di entrambi.
Il lato B del vinile inizia con Stretching Out, nel quale sono presenti venature jazz nell’assolo di chitarra di Robben che ricorda lo stile della The Charles Ford Band, dove militano sia Robben che Patrick Ford. Il pezzo è un piacere per le orecchie e per lo spirito. Il successivo Going Away Baby, brano composto da Jimmy Rogers, ci riporta nel blues classico dalle reminiscenze country. Il pianoforte accompagna con classiche sequenze di accordi l’armonica che si arrampica sulle note acute, sorretta dalla rassicurante e discreta presenza della chitarra. Il basso è preciso e la batteria contrappunta il tempo, predisponendo i solisti ai loro voli musicali. L’ascolto lascia una piacevole sensazione di serenità e armonia. Il vinile continua con Where Have All The Good Times Gone, che dà il titolo al disco. In questo pezzo si fanno apprezzare la chitarra di Robben Ford, suonata con precisione e maestria dall’allora giovane chitarrista (il piccolo della famiglia Ford) e il pianoforte, liberato dal compito di solo accompagnamento, suonato da Clay Cotton con fantasia e bravura.
Kid Man Blues di Big Maceo Merriweather è il brano di chiusura del disco. Il profumo di Georgia, dove è nato l’autore, si coglie nelle note del pianoforte, in uno stile che richiama anche il jumping boogie di New Orleans. Lo sviluppo del pezzo è tendente alla spensieratezza e l’ascolto mette allegria. L’assolo alla sei corde di Robben Ford è un apostrofo dalla tecnica ineccepibile, il canto di Musselwhite si posiziona nei piani leggeri della narrazione pacata. Il finale del bel disco invita a rimettere la puntina del giradischi all’inizio. Charlie Musselwhite, lasciati i panni di giovane garzone a Memphis, conferma con questo lavoro le doti di armonicista e compositore di blues, doti che negli anni successivi, fino a oggi, lo pongono tra i migliori interpreti della “musica del Diavolo” e nell’eccellenza degli armonicisti blues. Le sue collaborazioni artistiche, da ultimo con Ben Harper, ne sono la testimonianza tangibile. Lunga vita e ancora tanta musica, Charlie.

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