Charlie Haden: “Song for Che” (1969) – di Carmine Spinella

Nel nostro precedente articolo su Charlie Haden (qui consultabile in link) eravamo rimasti al 1969 e all’uscita dell’album “Liberation Music Orchestra”. Si è parlato delle problematiche legate alla pubblicazione di un album così fortemente politicizzato, e della successiva stroncatura dellacritica conservatrice” del Jazz, che ha sempre malvisto – forse perché semplicemente non le comprendeva – quelle che potevano essere le idee e le ambizioni del musicista. Ebbene, per Haden, problemidisavventure erano appena all’inizio. Stavolta si parla d’incolumità personale, con il rischio di finire in gattabuia, non senza aver ricevuto un’accoglienza molto “focosa” da parte della polizia lusitana, in un periodo fortemente connotato da dittature e militarismo imperante. Il Portogallo pativa la dura dittatura di Marcelo Caetano (succeduto ad António de Oliveira Salazar, scomparso nel 1970) e inoltre, cosa non da poco, la  moglie di Charlie aveva dato da poco alla luce tre gemelle, che negli anni a venire diventeranno a loro volta musiciste. In quel periodo la rassegna Newport Jazz Festival portava in giro per l’Europa maggiori rappresentanti della scena mondiale, come Ornette Coleman e il suo quartetto. Charlie fu subito informato della grande opportunità, anche perché tra gli invitati c’erano i più grandi: da Miles Davis ed il suo gruppo, all’orchestra di Duke Ellington, e ancora Dizzy Gillespie, Thelonious Monk, Sonny Stitt, Art Blakey… insomma, roba da far strabuzzare gli occhi.
Il giovane Haden partecipò con il quartetto di Ornette, con Ed Blackwell e Dewey Redman.
Charlie, dal canto suo, era un ragazzo attento e scrupoloso, sapeva del clima che si respirava in America come in Europa, e s’informò sui paesi dove si sarebbero esibiti. Tra questi c’era come detto il Portogallo, paese ancora in possesso delle colonie africane, dove i neri venivano trattati come bestie sotto la spietata dittatura fascista. Charlie ne parlò subito con Ornette, lui non voleva suonare in quel paese, ma Coleman gli fece notare gli obblighi contrattuali, oltre al fatto che quella era l’ultima tappa del tour. A quel punto Haden accettò, facendosi coraggio: dopotutto, il loro era solo un tour musicale. Poté anche scegliere di suonare un suo brano, e lui optò per quello più rappresentativo delle proprie idee politiche, Song for Ché, con quell’introduzione al contrabasso capace di riportare in vita il “Comandante” a cui il brano è dedicato. Inno e manifesto politico del suo debutto discografico con “Liberation Music Orchestra” (Impulse 1969).
Non contento, prima dell’esecuzione, Haden annunciò al microfono che il brano da lui scritto che stavano per eseguire, era dedicato al movimento di liberazione dei neri in Mozambico, Angola e Guinea-Bisseau, proprio le colonie portoghesi. In Romania, precisamente a Bucarest, Haden parlò con un giornalista lusitano, il quale lo avvisò del pericolo che correva in Portogallo. Avrebbe rischiato la vita, avrebbero potuto farlo scendere dal palco o arrestarlo in albergo dopo l’esibizione… Ma il giovane contrabbassista credeva nella musica, nel suo Jazz, nella sua cittadinanza americana e al fatto che erano in concerto, non ad una manifestazione politica. Il concerto si svolse a Cascais un sabato sera, il 20 Novembre 1971. Il giovane Haden si esibì col gruppo di Ornette Coleman in un concerto strepitoso, sempre con il suo brano dedicato a Guevara. Tantissimi “capelloni” si entusiasmarono e, alle parole di Haden, si scatenò una bolgia sotto il palco… sembrava di essere ad un concerto rock. Entrò immediatamente la polizia con le armi in pugno, gli agenti si aggiravano nervosi e minacciosi tra le fila dei più esagitati. Il concerto non subì interruzioni. Appena finito però, l’enorme stadio in cui l’esibizione si era tenuta venne chiuso.
Haden non si sentiva tranquillo, ma comunque riuscì a rientrare in albergo senza problemi. La domenica mattina, giorno della partenza, in aeroporto tutto si stava svolgendo regolarmente quando un addetto della TWA comunicò a Charlie che una persona voleva parlare con lui. Nonostante le rimostranze del contrabbassista e dello stesso Ornette Coleman, che si rifiutava di imbarcarsi, furono tutti costretti a salire sull’aereo, tranne Charlie, che fu portato in una saletta per un primo interrogatorio. Haden chiese di parlare con la sua ambasciata ma, non senza macabra ironia, gli fu fatto notare che “Oggi è domenica. L’ambasciata è chiusa. Mr. Haden, lei sbaglia a mischiare la musica con la politica”. Il contrabbassista fu trasferito al quartier generale della PIDE, la famigerata polizia politica portoghese. Dopo un ulteriore interrogatorio, in cui Haden spiegò che in ogni paese aveva suonato e dedicato quel brano ai popoli neri di alcuni stati africani, fu caricato in una macchina e portato in carcere.
Sbattuto in cella senza riguardi e trattenuto per ore. Ad un certo punto fu prelevato e portato in un’altra stanza con una luce che l’abbagliava, ed 
ancora interrogato, con domande dai toni sempre più aspri e violenti. Volevano che firmasse una dichiarazione di ammissione di colpa per istigazione. Al suo rifiuto si fece avanti un uomo armato di manganello brandito a mo’ di minaccia. I peggiori pensieri si affacciarono nella mente di Charlie… su tutti, la paura di non vedere più la sua famiglia. Poi qualcuno parlò nell’orecchio del capo degli “sbirri” e tutto cambiò. Lasciarono che si rimettesse in sesto, quindi lo accompagnarono al piano superiore, dove qualcuno dell’ambasciata americana venne a prenderlo. Il tizio, un certo Bob Jones, lo accompagnò in albergo, chiedendo incredulo di quale reato si fosse macchiato. Alla fine Charlie si ritrovò in una stanza di lusso, tutt’altra cosa rispetto agli stanzoni umidi e luridi delle celle di sicurezza salazariste.
Rientrato in patriaHaden rilasciò subito un’intervista e dichiarò che il governo americano voleva lavare le mani della vicenda perché era coinvolta anche la NATO, e che era stato uno straordinario Ornette Coleman a “smuovere le coscienze delle persone”, ribadendo a tutti che Charie Haden era un suo collega e, soprattutto, un musicista straordinario che aveva eseguito un brano per il diritto alla libertà”Liberation, la “parolina magica” ricorrente nella vita di Charlie e che fu capace, grazie alla caparbietà di Bob Thiele, di sconfiggere l’ipocrisia e la paura dei discografici, restii ad incidere l’album due anni prima. Haden fu posto sotto sorveglianza dall’FBI, che ogni tanto si recava a casa sua per porre domande, e che su di lui aveva aperto un dossier, solo perché era in disaccordo con la politica del suo paese. Un artista trattato, insomma, alla stregua di un “comunista rivoluzionario” e “pericoloso per la sicurezza nazionale, sorte peraltro comune a tanti nell’America della “caccia alle streghe”. In seguito, Charlie Haden dichiarò: “Rifarei di nuovo tutto ciò che ho fatto. Combattere per l’eguaglianza nel mondo è un impegno. Quando vedi attorno a te cose che non sono degne di un essere umano, non puoi restare in silenzio. Louis Armstrong non era riuscito a tacere, e lo stesso hanno fatto Charlie Mingus e Max Roach ed anche Archie Shepp. Sono lieto ed onorato di essere uno di loro”. Pochi anni dopo, nella primavera del 1974, il Portogallo si affrancò dalla dittatura grazie alla rivolta dei militari progressisti e del suo Popolo, passata alla storia come La Rivoluzione dei Garofani.

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