Cesare Battisti… e gli altri – di Ignazio Gulotta

Non è facile parlare oggi di Cesare Battisti, troppo se ne è scritto, troppo se ne è parlato, ma non sempre con lucidità, anzi, come accade sempre più, non abbiamo assistito a un dibattito anche acceso fra diverse posizioni, ma a una singolar tenzone fra opposte fazioni, finendo così per rimestare le acque e intorbidirle sempre più. Detto che ci troviamo di fronte a un terrorista responsabile per la giustizia italiana di quattro omicidi, per i quali è stato condannato in regolari processi, ci sembra che su di lui si sia abbattuta una furia vendicativa degna di miglior sorte, ci riferiamo alle espressioni usate dal ministro Salvini – “deve marcire in galera” – o a quelle usate su certi quotidiani, così come quantomeno eccessivo ci è parso l’atto compiuto dallo stesso Salvini e dal ministro della giustizia Bonafede di recarsi all’aeroporto per l’arrivo dell’ormai ex latitante. Non ci piace la spettacolarizzazione della giustizia, privare, sia pur giustamente, della libertà un uomo è sempre una violenza che lo Stato dovrebbe compiere in modo riservato e con grande senso di responsabilità. Ma altrettanto scomposte ci sono apparse le posizioni di chi, di fronte all’arresto di Battisti, ha reagito chiedendo il perché altri terroristi latitanti, magari di estrazione fascista, siano ancora liberi: come se il fatto che ci siano condannati che sono riusciti a sfuggire alla giustizia, comporti la libertà anche per chi lo Stato è riuscito ad assicurare alla giustizia. Comprensibile anche che si sia andato a cercare i familiari delle vittime delle azioni di Battisti, ma è chiaro che nell’amministrare la giustizia lo Stato debba prescindere dalle emozioni e dai sentimenti di chi è suo malgrado fin troppo personalmente coinvolto nella vicenda. Ci sono infine quelli che da sempre hanno mostrato attivamente solidarietà a Battisti, con due motivazioni fondamentali: la prima sostenere il carattere repressivo e poliziesco dei processi che lo hanno condannato, la seconda il fatto che Battisti sia un intellettuale, uno scrittore e quindi di per se stesso immeritevole del carcere. Se si legge il manifesto che nel 2004 centinaia di intellettuali, artisti, scrittori firmarono a suo favore colpisce proprio questo aspetto, che è di gran lunga prevalente su quello giudiziario. “La sua opera è nel suo assieme una straordinaria e ineguagliata riflessione sugli anni 70”: come se, lasciando perdere l’iperbolico giudizio di merito, ciò per se stesso bastasse per esimerlo dal fare i conti con la giustizia. Un po’ è quello che è accaduto di fronte alla condanna come mandante dell’omicidio Calabresi per Adriano Sofri. Ma c’è un altro aspetto, che rende il caso Battisti simile a quello di Sofri: anche lui, come l’ex leader di Lotta Continua, si è sempre dichiarato innocente del reato di omicidio e ancora in questi giorni i fratelli ne hanno ribadito con forza l’estraneità ai crimini per i quali è stato condannato. Eppure entrambi sono stati condannati in via definitiva, dopo processi svolti secondo le regole della giustizia italiana, anche se sui processi Battisti incombeva il clima emergenziale della lotta al terrorismo che ha favorito pratiche a volte ben poco ortodosse. Cosa volgiamo dire? Semplicemente che in uno stato di diritto non è la confessione dell’imputato a renderlo colpevole, ma il sistema giudiziario che si esprime tramite sentenza. Quindi Battisti per lo Stato italiano è colpevole e ha fatto bene il governo ad adoperarsi per assicurarlo alla giustizia… se con altri sarà meno deciso avrà fatto invece malissimo. Semmai c’è da chiedersi come mai, fra tutti i latitanti italiani, Battisti sia assunto al ruolo di primula rossa numero uno, attirando su di sé l’antipatia e l’odio di una buona parte dell’opinione pubblica, cosa non accaduta per esempio per Petrostefani o Zorzi; probabilmente l’atteggiamento strafottente e spavaldo che ha spesso tenuto non ha giovato alla sua popolarità. C’è in lui un che di sfrontato che ora fa a pugni con le immagini televisive di questi giorni che lo ritraggono come un uomo ormai stanco e sconfitto che finalmente sconterà la pena per la quale è stato condannato. Finalmente, appunto, dopo 37 anni, durante i quali moltissimo è cambiato e anche Battisti non è più lo stesso uomo che si era dedicato alla lotta armata, nella sua nuova esistenza divisa fra Messico, Francia e Brasile, si è dedicato alla scrittura di romanzi in cui rievoca spesso gli anni Settanta… ma non dimentichiamo che se fosse stato arrestato allora ora, con tutta probabilità sarebbe da tempo a piede libero, come è accaduto a responsabili di crimini non certo meno terribili di quelli affibbiatigli: da Mambro a Fioravanti, Morucci, Faranda, Concutelli, Tuti e l’elenco sarebbe certo lunghissimo. Senza peraltro ricevere in cambio una versione davvero convincente di quel che accadde in quegli anni, a meno che non si voglia credere alla favoletta, più volte ripetuta dai protagonisti, che un’azione di straordinaria precisione militare come il sequestro di Aldo Moro sia stata effettuata da gente inesperta, letteralmente alle prime armi e che non aveva nemmeno munizioni per potersi allenare al tiro (in questo caso è ancora latitante Alessio Casimirri). Così come non si può dimenticare che il terrorismo, indipendentemente dalla volontà soggettiva dei singoli, contribuì in modo determinante alla sconfitta del movimento operaio e alla ripresa dell’egemonia della destra nella società italiana, e non solo. A fronte di ciò la vicenda Battisti è veramente di ben poco conto, tranne ovviamente per chi è stato vittima delle sue azioni.

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