Cesare Basile: Cummeddia (2019) – di Girolamo Tarwater

“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”. (Walter Benjamin: Angelus Novus – Einaudi 1961, p. 80).
La poetica di Cesare Basile con “Cummeddia” (Urtovox 2019) arriva a una svolta. Non un cambio radicale. Basile continua sempre, cocciutamente, il suo discorso ma, nello stesso tempo, lo radicalizza. Non viene meno alla sua vocazione poetica di guardare al lato storto della storia, alle rovine di cui è disseminato il passato, e pure il presente. L’attitudine cantautorale, a metà strada tra Woody Guthrie e Fabrizio De André, smette di essere uno sguardo che lo porta a fissare, pure con orrore e compassione, la storia: una attitudine che potremmo definire contemplativa. In fondo il cantastorie ci aiuta ad immaginarci delle storie, a vedere in modo più o meno incisivo uomini e donne alle prese col loro destino. Ora non è più così. Non che prima Basile non fosse profondamente implicato nelle storie che cantava, ma ora è come se invece che guardare e raccontare, le canzoni fossero un tuffo, una immersione in queste storie. Non è questione di empatia, mai in discussione.
È un modo altro di intendere la poesia e la sua rilevanza politica. Da Benjamin siamo arrivati, per così dire, tramite Hölderlin (ma declinato in modo collettivo) a Empedocle: in questo marasma che è la storia, in questo magma infuocato, ora Basile-poeta ci si butta dentro. Il gesto del filosofo presocratico che finì la sua vita gettandosi nell’Etna è stato meditato in epoca moderna – tramite “La morte di Empedocle” di Hölderlin – soprattutto a proposito della filosofia del linguaggio, come in Heidegger, o come simbolo dell’unione tra impegno di vita e pensiero nella vocazione del poeta-filosofo, come in Giorgio Colli. In “Cummeddia” le canzoni non solo raccontano ma “sono” una atmosfera, un clima rovente che tutto avvolge e consuma. Il susseguirsi delle canzoni è come un rito pagano, una processione che si inerpica sul vulcano accompagnando Basile e i suoi compagni, i Caminanti, sempre più decisivi e determinanti per la riuscita dei pezzi, con voci femminili a fare da coro, con percussioni e tamburi della tradizione mischiati a una elettronica sempre più massiccia, se non nella quantità di sicuro nel peso specifico.
Basta il primo minuto del primo pezzo, Mala la terra, per capire l’aria che tira: una base elettronica che incombe, sospesa tra silenzio e pressione. Il legame alla terra, terra di fuoco, di lava e vulcani, ma anche terra abbracciata e trafitta dal mare, terra dura e amata, eppure maledetta: questo legame si fa ancora più forte e viscerale, non si accontenta di pestarci i piedi sopra. Una terra che è anche la sua gente, la gente che ci vive e ci muore. Tutto si condensa, le canzoni si fanno più corte (il disco non arriva ai 40 minuti), gli orpelli vengono abbandonati per arrangiamenti più compatti e meno raffinatamente cantautorali. Basile é il capobanda – lo si avverte chiaramente, è tutta farina del suo sacco – ma sembra prevalere una dimensione collettiva, un fare (che è etimologicamente poesia) insieme. L’impatto di questo pensiero poetante è molteplice. Prima di tutto si respira nell’aria, nell’atmosfera che genera, un senso di desolante pessimismo che fa piazza pulita di ogni illusione sul futuro. La storia, questa storia, non può permettere di coltivare illusioni. Di qui una qualità sociale, politica di uno sguardo disingannato. Se questo è un altro capitolo, ancora più nero e sofferto e cupo (e vorrebbe essere meno cupo, ma proprio non può) di un libro che Basile da anni scrive… stavolta è il libro stesso a bruciare. Il suono si fa più magmatico e trasforma ciò che prima poteva sembrare orpello, come decorazione musicale (ma non lo era, perché andava al cuore) in una profondità e pesantezza forse inattese. Non si tratta di stravolgimenti. La chitarra acustica che prima con i suoi riff era il nucleo pulsante ritmico a servizio delle storie, con un fingerpicking sbilenco da bluesman piegato a chansonnier, imbevuto di tradizioni folk: una raffinatezza sporcata da tocchi avant, cede il passo a quella elettrica. Anche qui Mala la terra è esemplare.
Parte, dopo l’intro elettronico, un riff che sembra venire dal J.J. Cale più pensoso e tosto, e subito si imbastardisce in un dialogo con l’altra chitarra che germina dallo stesso riff: non si sa bene se come suo sviluppo o divagazione oppure come tentativo di divincolarsene. Prima del canto di Basile parte un coro femminile, un canto stilizzato e imponente insieme, come una raggelata danza ditirambica, un raddensarsi e solidificarsi del ribollire magnatico della storia, con i suoi corsi e ricorsi. Su questa base, che sa di mito, di disvelamento di leggi ancestrali e immutabili, si inserisce la voce di Basile, con piglio incantatorio. Lui, poeta, lavora la pasta della sua materia, la plasma, la modella, la racconta. Inventa miti, rendendo immortali le nostre storie mortali. Incombe un senso tragico e ineluttabile, scevro da ogni piagnucoloso sentimentalismo. Qui sono in gioco le cose come stanno, non come le sentiamo. Le canzoni che escono da questa fucina accompagnano con consapevolezza, pietà, passione e dignità i nostri passi, il nostro incedere spesso malfermo e straziato. Il Nostro, con i suoi Caminanti, non guarda più solo con intelligenza e compassione le rovina che siamo, ma ci si butta dentro in questo calderone che è la storia. Come accennavo, un Empedocle con fare collettivo. È su questa storia (che non possiamo scrivere con le esse maiuscola: è sempre in minoranza, più piccola, mai dalla parte di chi sta sopra, di chi inizia in grande, di chi è o si crede grande; no, il maiuscuolo sarebbe un tradimento), su questa storia si cantano le storie.
In questo non ci sono grandi novità, i temi sono i soliti cantati da Basile. Se dovessimo cercare un filo conduttore, potrebbe essere quello dell’identità colta però, ovviamente, non dal versante in cui essa si costituisce sicura di sé ma dalle resistenze personali e sociali che mette in campo. Identità e differenza sono inscindibili ma vanno districati gli imbrogli attraverso cui si ingannano. Cosí in Mala la terra  l’immagine dell’albero che si radica alla terra diventa dolente consapevolezza di come questa terra si sia trasformata in terreno avvelenato (evidente il richiamo ai vari sovranismi che fanno della Patria – con la p maiuscola – un muro più che una bandiera) che invece di nutrire prosciuga. L’arvulu Rossu riprende non solo il simbolo dell’albero ma anche quello della terra e del mare che la bagna, anche se la prima strofa richiama la Anna Maria Ortese di “Il mare non bagna Napoli”. La canzone tocca poi una questione decisiva per l’identità personale e sociale, quella della sessualità, vista – e non poteva essere altrimenti – dalla parte della storia degli omosessuali che nel 1939 furono mandati in esilio e reclusi nelle isole Tremiti dal questore fascista di Catania. La tensione tra l’essere siciliano e lo scoprirsi italiano è affrontata in E sugnu Talianu, che si dimena tra questioni antropologiche e storiche (“sono nato in Sicilia e sono diventato italiano”).
La curranera (lavandaia) è una canzone popolare in senso stretto: nata dal popolo, per il popolo, cantata dal popolo su un personaggio del popolo, è il canto di una autocoscienza dal basso. Setti venniri zuppiddi (sette veneri zoppe) ci porta a San Berillo, il quartiere dei, anzi delle trans di Catania e anche qui è questione di identità e di riconoscimento sociale, attraverso i traumi che il cambio di nome porta con sé. La naza ri l’annijati (la culla degli annegati) è una specie di stornello che affronta il dramma dei morti in mare, evocando quello (ma non solo) dei barconi di immigrati, su cui il dibattito-scontro identitario è quanto mai attuale, scottante e lacerante. Lo stesso si può dire per Chiurma limusinanti (ciurma elemosinante), in cui vengono messi di fronte i molti poveri pezzenti e i pochi ricchi gaudenti, uno sguardo sui poveri cristi della storia, dal loro verso, inchiodati “con Cristo alla sua gloria”. Cummeddia è una ballata disperante (al presente e in forma attiva, non passivo passato come potrebbe essere per “disperata”) in cui un evento celeste (il passaggio della cometa) è da una parte ineluttabile, dall’altro porta con sé il male e la peste. Anche qui, testardamente, Basile vede solo il rovescio della storia.
Chitarra rispittusa intona una danza immobile, che finisce per essere isolata più che solitaria, quasi autistica (come una forma regressiva di sopravvivenza) che pure riesce a essere collettiva. Cchi voli riri (che vuole dire) è una domanda, che però viene solo alla fine, su una verità spinata, conficcata nella carne, nella storia, il sogno sui pazzi che siamo diventati, una domanda (senza risposta, la canzone finisce al suo affacciarsi) sul non senso della storia ridotta a guerra (da essa sempre e solo rovine). Mina lu ventu (soffia il vento) è una strina in cui pure le rime danzano per ricordare che si chiede sempre una risposta, una partecipazione, un coinvolgimento. Queste le storie, sempre le stesse, sempre diverse, che le canzoni indossano con una urgenza che le rende più corte, così che tutto è sostanza e fondo che determina l’umore. C’è un senso di urgenza e il suono (dal vivo lo si sente ancora di più) ha il sopravvento come se le parole si fossero prosciugate e suono e parole si fossero aggrovigliati, raggrumati, condensati più che rinsecchiti, impastati a vicenda.
Questo disco apre molte piste di letture. Ad alcune abbiamo accennato, come il rapporto tra cantante e collettivo (Basile e i Caminanti), la tensione tra elettronica e tradizione (che il collettivo mette in scena), tra le varie tradizioni folk e blues (quello americano e quello africano, ad esempio, oltre che la tradizione siciliana) ma molti sono gli spunti che potrebbero contestualizzare il discorso musicale di “Cummeddia” in molteplici direzioni. Ci sembra, però, che sia proprio l’atmosfera di fondo quella che decide del disco in modo nuovo. Ne è uscita una poetica, per così dire, nuova. Forse lo stesso Basile potrebbe essere sorpreso di un percorso ermeneutico che da Benjamin (e questo ci potrebbe stare) arrivi a Hölderlin, passando per Heidegger e magari Nietsche… ma è di poesia, di un pensiero poetante, che qui si tratta e questo non è un recedere – nemmeno di un passo – dalla verve militante di Basile. È un abitarla dal di dentro, uno sviscerarla per accorgersi che non si lascia racchiudere dalla pressione del presente. Storia e storie, mito e politica: questo la poesia che Basile riesce a coniugare nella sua processione dietro la cometa. E noi non riusciamo a non andargli dietro, guardando con lui – in questa marcia forzata – le rovine che siamo.

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