Cercando una fine – di Isabella Dilavello

Alzò lo sguardo dalla nebbia posata sul fiume. Per un attimo, i passi sui lastroni umidi, quel grigio liquido e le sue trasparenze e il grido ovattato di un gabbiano le avevano fatto credere di essere a Londra. Chissà perché Londra, dove non era mai stata, e non Parigi che conosceva come non avrebbe mai conosciuto nessun’altra città, nessun uomo. Le città con i fiumi non è vero che sono tutte uguali. Alzò lo sguardo e ricadde nella sua giornata ed era in ritardo. Allungò il passo. Camminava quasi sulle punte, temendo che il tacco sottile perdesse la presa sul selciato. Che cosa la avesse spinta a mettere quelle scarpe invece dei soliti anfibi, proprio non lo sapeva. Era freddo, il freddo di fine novembre, il freddo di quei pomeriggi ormai troppo bui per essere chiamati tali, il freddo di quando l’aria si fa a gocce intorno al respiro e gela e le guance arrossano di capillari prossimi alla rottura, il freddo di quando ci si ingolfa in maglioni e ci si chiede come non sembrare dei fagottini abbandonati ai bordi della strada. Insomma, troppo freddo e umido per collant sottili e tacco 12. Diede la colpa della propria stupidità all’appuntamento al quale era in ritardo, un appuntamento con un uomo ed era troppo tempo che non ne aveva uno, un appuntamento con un uomo sconosciuto o quasi. Di lui sapeva solo il nome, incerta che fosse vero, e il suo scrivere così sapiente e crudo e tagliente e colto e incessantemente erotico. Frequentavano la stessa stanza virtuale in cui si incontravano gli ossessivo/compulsivi della narrativa on line. Conversazioni fatte di racconti brevi, di discussioni infinite per una virgola, per una necessità grafica, per un bisogno di ritmo. Non ricordava come fossero arrivati alla decisione di incontrarsi, ma ora si trovava lì ad affrettarsi sui tacchi, rischiando un arrivo in scivolata che nemmeno Babe Ruth “Usi ogni volta l’ironia per salvare i tuoi racconti” glielo aveva scritto un paio di giorni prima e lei non aveva ancora capito se fosse un apprezzamento o una velata critica. E poi, salvare i racconti da cosa, da chi? Da una brutta fine, dalla noia, dalla banalità? Forse sarebbe stata la prima cosa che gli avrebbe chiesto, sempre che lui non fosse scappato prima ancora di avvicinarsi. Lo sguardo tornò al fiume e alla sua nebbia, come fosse un rifugio, una dose di benzodiazepina. Assenza e calma nel pensiero per ritrovare equilibrio anche sui tacchi. Quasi non si accorse di essere arrivata all’ansa del fiume coperta dal ponte, il luogo esatto dell’appuntamento. Quasi non si accorse di non essere più sola e questo era strano, perché era stata sola per tutta la strada fatta fin là e di un respiro in più così vicino avrebbe proprio dovuto accorgersi. Ma l’ansa era un punto cieco, chiunque avrebbe potuto nascondersi facilmente tra le ombre, vedere non visto. “Non ti voltare”. La voce alle sue spalle la fece sobbalzare e, nell’attimo immediatamente successivo, fermare. Immobile, paralizzata non proprio dalla paura, ma da una strana sensazione alla bocca dello stomaco che non riusciva a comprendere, a metà tra il conato di vomito e il desiderio. Doveva dirlo allo psicanalista, farsi spiegare questa cosa che non aveva mai incontrato in letteratura e quindi nella vita. Sicuramente sarebbe stato il primo argomento della loro prossima conversazione, se mai ce ne sarebbe stata una. Perché questo ancora non lo sapeva. Era caduto un silenzio ridicolo. Aveva appena cominciato a chiedersi se si fosse immaginata tutto per via della suggestione della nebbia, quando di nuovo la voce prese corpo confortandola della convinzione di non avere una immaginazione poi così fervida.
“Non ti voltare, ascolta e basta, come se mi stessi leggendo. Lo so, ti ho chiesto io di incontrarci, ma vorrei che tu provassi questa cosa, a leggermi con la mia voce.” 
“La tua voce mi distrae dalle parole” non gliel’ha detto. Avrebbe voluto, ma temeva di rompere qualcosa, il momento, la paura, l’orlo della manica di lana del cappotto rimasta impigliata al suo orologio. Sì perché le aveva afferrato la mano per poi lasciarla immediatamente ed erano rimasti incastrati per un filo. È così che succede? Si resta insieme, vicini solo per un filo sul punto di rompersi? Un filo, un niente di che, a fare resistenza senza motivo. Ma lui stava continuando a parlare e lei non capiva di cosa. Sentiva quel suono e l’umidità del suo fiato sulla nuca, sul bordo dell’orecchio, sulla tempia. Cos’era? Cos’era che voleva da lei? Questo lo chiese davvero, stupendosi. 
“Vorrei che trovassi un finale per me. Perché è tempo che  finisca.”
 
“Dipende dall’inizio. E io non lo conosco”. 
Le gambe le tremarono sui tacchi. Sapeva bene di aver detto una stupidaggine: la fine dipende dalla fine, sempre. Puoi cominciare tutto alla luce del tramonto, ma non sarà la causa della fine in una fogna, al massimo sarà il sogno di una spiaggia dove svernare la solitudine. Ma non riusciva a capire se lui le stesse chiedendo di aiutarlo a chiudere un racconto, una relazione o la sua vita. Intanto le stava sfilando il cappotto senza che lei opponesse resistenza, liberando l’orlo della manica, l’orologio e il filo. Sciolse un legame per crearne un altro, mettendoglielo, il cappotto, a coprirle il lato opposto, quasi a somigliare una camicia di forza. Le si accostò senza lasciare spiragli tra i corpi, la schiena di lei in aderenza perfetta con il suo torace, i fianchi sbilanciati ma uniti senza dondolii di assestamento. Sapeva esattamente dove tenerla e la teneva. 
“Ecco, sto trattenendo la realtà. L’ho scritta, ridefinita nei confini e nei dettagli. Mi sono fatto cronista asettico. Ma lei trema, geme, mi ama, mi tocca. Ti somiglia. E voglio che smetta. Smetti tu. Finisci tu. Il tuo corpo che mi tocca, che trema”
. 
Non si era mai sentita tanto reale come in quel momento. E non si era mai sentita tanto sul punto di non esserlo più, come in quel momento. Riusciva a vedere perfettamente le parole che lui pronunciava come stese a rincorrersi su una pagina e che raccontavano la sua morte. Era corsa sulla nebbia scivolosa per l’appuntamento con la morte. Di questo si trattava?
“Non mi pare di essere pronta a morire. Non ora. No, non voglio”
. 
“Non è che tu debba essere pronta. È solo che arriva il momento”
. 
Con tutte le parole che maneggiava da tanto tempo, non riusciva proprio a trovare quelle in grado di descrivere il sollievo di sapere che non ne avrebbe maneggiate più. Le avrebbe solo ascoltate, fino a non volerle, fino a dimenticarle. Quell’uomo era l’appuntamento con una ossessione che smetteva di ossessionarla. Si abbandonò con le spalle sul suo petto che percepiva sotto la camicia tesa. Non immaginava sarebbe stato così liberatorio leggere senza scrivere più.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *