CCCP Fedeli alla Linea: “1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi…” (1986) – di Fabrizio Medori

Nel panorama italiano degli anni 80 spicca un esperimento particolarmente ben riuscito, condotto da due menti geniali e disturbate, due autori completamente originali e innovativi, Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni. Ferretti è l’autore delle liriche e il cantante dei CCCP, Zamboni è il chitarrista e compositore musicale del gruppo. La formazione è particolarmente originale, con i due affiancati da un bassista, Umberto Negri e da due straordinari performer: Annarella, soubrette del Popolo e Fatur, mimo del Popolo. Le parti ritmiche, curate dal bassista, sono suonate da una drum-machine e questa, per un gruppo punk, è un’altra evidente anomalia. All’epoca gli stessi CCCP mi raccontarono della difficoltà di trovare un batterista adeguato al loro stile e di un annuncio, pubblicato sulla stampa locale, nel quale cercavano un batterista di Punk filosovietico – musica melodica emiliana. Ovviamente risposero soltanto pochi batteristi di liscio.
In “1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi. Del conseguimento della maggiore età” (Attack Punk Records 1986) è messo pienamente in risalto l’aspetto economico del gruppo, cioè l’idea di utilizzare quello che i musicisti hanno a disposizione, per raggiungere l’obiettivo prefissato. In quest’ottica la batteria viene utilizzata come uno strumento originale e non come l’imitazione di una batteria acustica, un vecchio glockenspiel con parecchie piastre mancanti, una melodica o una chitarra acustica sono sufficienti a garantire la varietà timbrica necessaria. Il modo di utilizzare gli strumenti principali e la voce sono, come prevedibile, altrettanto geniali, trovando sempre il modo per sfruttare tutti quelli che in un contesto commerciale sarebbero stati individuati comedifetti oerrori. Tutte le componenti presenti nei brani dei CCCP contribuiscono a formare un vero e proprio stile, un marchio di fabbrica inconfondibile, una miscela talmente personale da vanificare ogni tentativo di imitazione. Anche la più piccola citazione o il più delicato omaggio al gruppo rischiano di diventare ridicoli: molto più difficile è infatti cercare di esportare in un qualsiasi altro tipo di progetto i tratti caratteristici del progetto emiliano.
I primi suoni del disco sono un giro di basso ripetuto e una melodia, poi parte il brano-
manifesto, CCCP come il nome del gruppo, ed è un’esplosione di metrica sghemba e di quel modo di cantare che è unico ed estremamente collegato all’essenzialità del tappeto sonoro sottostante. Curami, il secondo brano del disco, è una disperata richiesta di soccorso con il culmine raggiunto da Ferretti che recita in un loop paranoico sono la terapia prima di essere nuovamente accompagnato dal suono del gruppo, la cui scheletricità viene rivestita dall’ausilio di un glockenspiel. Mi Ami si apre con un suono di chitarra anni 60, in aspro contrasto con il testo scabroso ma, anche in questo caso, si tratta di una semplice introduzione che apre al suono ruvido della chitarra distorta per poi ritornare ad un accenno di beat da balera. Quello della chitarra acustica è il suono che introduce Trafitto, condotta su una efficace altalena tra strofe acustiche e incisi violenti e distorti. Valium Tavor Serenase attacca senza alcun filtro ed è un po’ come un pugno nello stomaco, stupendo l’ascoltatore con un ritornello in perfetto stile liscio, parodia di Romagna Mia, per poi finire velocemente nell’ultima convulsa strofa. Per terminare il lato A del vinile torna una delicata e nello stesso tempo soffocante atmosfera acustica, il brano è intitolato Morire e dopo la strofa delicata si entra in uno stato d’animo convulso, passando dall’ode a Mishima e a Majakovskij al Produci, consuma, crepa, che è uno degli slogan più amati del gruppo, recitato come un mantra e sostituito, in coda, dalla ripetizione ossessiva della parola Crepa.
Il secondo lato si apre con una batteria affogata in un riverbero che le dona un suono decisamente industrial, anche qui c’è un cambio di suono e la voce del cantante inizia a trascinare la parola che intitola il brano, Noia, nel paesaggio monotono e postmoderno della parte più a sud della Pianura Padana. La noia e la monotonia sono il leitmotiv del disco e anche il brano successivo, Io Sto Bene, trasforma l’angoscia postmoderna in arte allo stato puro, con l’ennesimo slogan: “Non studio, non lavoro, non guardo la TV, non vado al cinema, non faccio sport”. Allarme inizia con un giro di tango robotico ambientato in una balera elettronica di periferia, tra luci al neon e banconi di vetro e cemento, in una miscela di suoni nevrotici e allucinati per lasciare improvvisamente spazio al brano simbolo, Emilia Paranoica, introdotta da voci mandate al contrario, un basso pulsante, una batteria elettronica martellante e una chitarra distorta straziata e lancinante. L’improvvisa accelerazione parossistica si risolve in un ritorno alla velocità di partenza, a simboleggiare promesse mai mantenute e il forzato ritorno ad una vita paranoica e sempre uguale a se stessa. Bellissimo il finale urlato, ma senza speranza.

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