CCCP: “Enjoy CCCP” (1994) – di Gianluca Chiovelli

I CCCP nascono di colpo, in affascinante anacronismo, lontani da Dio e dagli uomini. I loro strumenti chirurgici sono ferracci rugginosi che nessuno più adopera: il punk, la provincia, il socialismo sovietico, il teatro off. Essi raccolgono le spoglie di ciò che non è più e, con tali mezzi di fortuna, rigettati da tutti, allestiscono un ruvido, alienato e spettacolare resoconto della società italiana alle soglie della globalizzazione. Avanguardia hardcore su residuati bellici
Giro panoramico sul futuro prossimo a bordo d’una Trabant. Proprio a causa dei materiali utilizzati i CCCP non assomigliano a nessuno; d’altra parte non hanno mai imitato nessuno: per loro vale davvero la frusta aggettivazione: “originali”; sempre a causa di tale estrema originalità che li situa, da sempre, “fuori sincrono”, essi non hanno lasciato epigoni; un’increspatura solitaria nella storia rock italiana. Regnava il reaganismo e loro scioglievano un peana al comunismo e all’operaio (A Ja Ljublju SSSR). Avanzava l’architettura potmoderna e si facevano venire i lucciconi per i palazzi del Soviet berlinese; era incipiente l’individualismo edonista e cantavano Madre; si celebrava il liberi tutti dell’ideologia e propugnavano la beltà dell’ortodossia (Manifesto: Non si svende non si svende anche se non funziona) C’era la Milano da bere e questi licenziavano il viaggio al termine della notte di Emilia Paranoica; la gente cominciava a fare la bocca ai CCCP e quelli invitavano Amanda Lear… un contropelo totale. E poi: filosofi politicanti letterati, annusato il crollo dell’Impero del Male, già cantavano estasiati la vittoria finale del liberismo e la gloria del Paradiso della Compravendita e loro, inattuali sino al sacrificio, già prefiguravano cosa avrebbe recato il Paradiso: la psicopatia di massa. Le memorabili litanie “Io sto bene io sto male io non so cosa fare” e Non studio non lavoro non guardo la TV non vado al cinema non faccio sport sono dichiarazioni che non ammettono repliche. L’uomo, abiurata l’utopia (attenzione: qualsiasi utopia) si riduce a pupazzo balbettante come in Noia; “Non so bene non so cosa non so quando non so dove non so più non so non so” reitera laconico Ferretti mentre la batteria elettronica scandisce i ritmi dell’ennui del nuovo secolo. Quali sono le uscite da questo mondo invivibile, invaso dalla propaganda, dalla retorica dell’ONU, della NATO e della civiltà, sfinito dall’incessante “produci consuma crepa sbattiti fatti crepa”? L’elegia (Annarella, Amandoti, Depressione Caspica)? La rappresentazione grottesca (Oh! Battagliero e certe impennate antipubblicitarie come La Profezia della Sibilla)? In parte. L’essenza della loro arte, l’intima ispirazione potremmo dire, consiste nel rimpianto di un’età pienamente umana. I Soviet, la provincia emiliana, le accuse alla società orwelliana, la malattia dell’animo, il cabaret surreale, la ricerca spirituale, le provocazioni millenariste non sono che aspetti di un’unica ansia metafisica, né di destra né di sinistra:
il rimpianto per una vita più a misura d’uomo: umanesimo, appunto, contro nichilismo. Quando Giovanni Lindo Ferretti, dopo i cupi diari dei CSI, prenderà posizioni apparentemente reazionarie non farà altro che seguire, senza alcuna contraddizione, tale remota e profonda vocazione.

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