Cat Stevens: “Father and Son” (1970) – di Fabio Leggieri

Il fato, la fortuna, o semplicemente la mancanza di un letto ci ha portato a dormire insieme. Ovviamente, che questa situazione capita non è certo la prima volta, in passato è stata anche una routine. Ritrovarsi a dormire senza potersi muovere liberamente e svegliarsi nella medesima posizione con cui ci si è addormentati potrebbero essere annoverate come forma di lieve tortura. Una sorta di antipasto del dolore. Sì, quello che oggi trovo una benedizione un tempo fu percepita come condanna.
Lui dorme, ha sprecato anche l’ultima goccia d’energia, infatti è crollato, la giovinezza, acqua curativa di tutti noi. Io invece sembro addormentato, ma non lo sono, la mia testa continua a macinare chilometri, strade ininterrotte di pensieri e severi rimproveri. Datti pace, mi dico, ma niente, non ne voglio sapere della pace. “La pace è fatta per chi ha perso”, diceva un tipo quando ero piccolo, ma non credo dicesse realmente, era solo un modo come un altro per essere diverso, la frase ad effetto insomma. “La pace è fatta per chi vuol vivere più a lungo”, questa sì che è un bel grido da urlare in mezzo ad un mercato, in un aula di tribunale o messa come punto all’ordine del giorno della prossima riunione di condominio.
Ma invece come al solito sono qui nel mio letto che controllo la trincea, lucido le punte del filo spinato. Ma stavolta nel letto ho mio figlio poco più che maggiorenne. Dorme. Finalmente lo posso osservare da vicino, mi è concesso anche di fissarlo, per uno, due, tre secondi, anche di più se voglio, incredibile. Se solo sapesse cosa sto facendo sarebbe tutta un altra storia. Di solito quando lo guardo reagisce come farebbe un giovane leone, morde teneramente il collo del vecchio padre accontentandosi di qualche batuffolo di pelo nella bocca, è come se si accorgesse che io in quel momento non sto guardando lui, ma scruto me stesso, leggo la mia storia, il mio libro, il romanzo che mi porto dietro, strappo delle pagine, altre le sottolineo talmente tante volte che finisco per cancellarne le parole, e lui lo sa, e lui non vuole.
Lui non vuole essere me, te, voi, loro, non vuole essere nessuno tranne che se stesso. Bene, bravo ragazzo, così si fa. Ma io a volte non so trovare così facilmente la mia esistenza, e la cerco nel suo viso, nel viso di mio figlio. Datemi un altro posto dove potrei trovarla, e io ci vado. Lo giuro! Ma ora ho lui qui davanti, e lo guardo. In una notte fortunata, di tregua, di apparente tranquillità penso alla sua di vita, cerco il modo di anticiparlo nella strada per avvertirlo delle buche, delle curve senza illuminazione e delle maledette rotatorie senza uscita. Ma la verità è diversa, è crudele, la verità è che mentre cerco di rassicurarlo vorrei essere invece al suo posto. Vorrei essere anch’io così spaventato, così ignaro del pericolo, così giovane da voler crescere e diventare uomo.
Si sveglia, è mattina. Io rimango al letto mentre si alza, fa il giro del letto, guarda fuori dalla finestra, è allegro, si vede che ha dormito bene, sono contento, inizia un balletto, proprio come quando aveva cinque anni, balla davanti la finestra, balla davanti a suo padre, si agita talmente tanto che mi fa ridere, emetto suoni, mi guarda e continua la sua danza, scivola, non so dove, non so come ma scivola, cerca il davanzale con la mano per reggersi, non lo trova, sembra che una forza lo stia tirando a forza fuori dalla stanza, non ci credo, non può essere reale, non sta accadendo, è appena accaduto, sono davanti la finestra e lo guardo precipitare, il suo viso è rivolto verso di me, mi cerca con lo sguardo mentre si agita nella caduta, vorrei aiutarlo, penso rapidamente a come potrebbe mettersi per attutire la caduta, le possibilità sono minime ma è l’unica cosa da fare, ma invece non è l’unica cosa da fare, non faccio nulla, mi limito a guardare la sua caduta disperandomi. Rientro in casa. Un giorno qualcuno disse, “il bravo genitore è quello che a volte è capace di chiudere la finestra”. O qualcosa del genere. 

It’s not time to make a change / Just relax, take it easy
You’re still young, that’s your fault / There’s so much you have to know
Find a girl, settle down / If you want you can marry Look at me, I am old, but I’m happy
I was once like you are now, and I know that it’s not easy
To be calm when you’ve found something going on / But take your time, think a lot
Why, think of everything you’ve got
For you will still be here tomorrow, but your dreams may not
How can I try to explain? ‘Cause when I do he turns away again
It’s always been the same, same old story
From the moment I could talk I was ordered to listen
Now there’s a way and I know that I have to go away
I know I have to go / It’s not time to make a change
Just sit down, take it slowly / You’re still…

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