“Carpe Diem e P-Funk” – di AldOne Santarelli

Nelle faccende di cui mi trovo a scrivere, ci si infila sempre – sottilmente e subdolamente – la mia adolescenza, dai tredici, quattordici anni in poi (anche perché dei miei anni di vita precedenti non ho ricordi… chissà, forse cancellati da abbandonirincorse). Un illuminato psicoterapeuta comparativo, un mio caro amico, anche produttore di buon vino rosso, mi ha detto durante i nostri incontri di qualche anno fa che, se avessi voluto, avrei potuto ricostruire quella mia vita dal minuto zero fino al primo spinello ma, aggiungendo anche: “a che ti serve?”. Gli ho dato ascolto e quindi – oltre a non conoscere la causa dei miei disagi – faccio i conti con queste parole che si infilano nelle storie: i miei “vaticinii” sulle ragazze che non ho avuto, il motorino che sognavo e quelle domeniche in discoteca passate in un angolo vestito come un punk yugoslavo (l’ho scoperto dopo, in un video girato in un supermercato spoglio dei Pekinska Patka). Quelle domeniche che sì, me le ricordo tutte, miei cari (come direbbe Alex di “Arancia Meccanica”). Ero da poco parte di un nuovo gruppo di amici, conosciuti reciprocamente per il nostro abbigliamento: un punk, un rockabilly, un sosia di  Willy De Ville ancora nei Mink DeVille e un teppista alla Steve Jones dei Sex Pistols sempre con l’erba in mano e a trafficare con carburatori e marmitte della sua Vespa. I miei amici d’infanzia e della scuola, tutti con giacca a vento blu della Ellesse e scarpe da ginnastica bianche della Superga, la domenica pomeriggio andavano in discoteca a ballare la “disco music”, mentre io rimanevo a casa (o recluso dentro a un bar a giocare a biliardo) con Buona Domenica di Venditti a straziarmi l’esistenza per cui, appena reclutato, cambiai i miei pomeriggi domenicali, incontrandomi, dopo il pranzo col risotto di mia madre, a casa di Willy DeVille con gli altri sfigati, chiusi a chiave nella sua cameretta, sdraiati sul divanetto o per terra a fumare mariuana, guardando Discoring alla televisione nella speranza di vedere (e sentire) qualche nostro “eroe”… ma ci bastavano Bad Manners, Devo, Kraftwerk, Pretenders, Lene Lovich e (udite udite miei cari) Joe Jackson insieme a Ivan GrazianiGoran Kuzminac e qualche altro che ora non ricordo, per la nostra “Top of the Pops”. Dopo qualche domenica, decidemmo di andare anche noi sfigati, stufi di baretti e birre Peroni, a cercare di rimorchiare le ragazze. Quindi, belli carichi di ganja e in sella a due Vesponi 125, partivamo alla volta della discoteca paesana, il Carpe Diem, divenendo in breve abituali. In discoteca fummo presto quelli “amati dalle donne e braccati dalla Madama”, sempre nel mirino dei buttafuori e dei ganzi gelosi. Legammo con un paio di rocker che venivano dai paesi vicini,  ballavamo al centro della discoteca quei pochi brani che ci concedeva il DJ… cose come The KKK took my baby away dei Ramones, My Sharona dei Knack, Lorraine dei Bad Manners… fino a This is Radio Clash dei Clash, giusto in tempo per farci cacciare via e raggiungere il “bello” della banda, il nostro Steve Jones, sempre fuori a fare sozzerie… che poi era l’unico a rimorchiare realmente. Il DJ del Carpe Diem, oltre ad altre sostanze, consumava erba e divenne subito cliente del nostro amico, per cui provai a corromperlo sulla scaletta dei dischi da mandare. Gli passavo ogni domenica una lista con i titoli che mi piacevano e che avrebbe dovuto procurarsi… ma non è mai successo, portando a termine la stagione della mia vita in discoteca, sognando di emulare i miei coetanei inglesi, sempre troppo lontani e fortunati. Uno dei brani che più mi intrigava era quello di una band misconosciuta, troppo difficile da reperire anche per il nostro DJ di provincia: un gruppo di ragazzini che hanno goduto dei molti meriti che ha avuto il punk. Jazz, funk, ska, reggae, soul, afrobeat, pop, nomi e musiche conosciute grazie a quei gruppi ed artisti, diversi tra loro, animati da passioni e influenze a cui il punk ha dato motivazioni, coraggio e opportunità di suonare tutto quello che volevano, alternativo e successivo al punk stesso, arricchendo anche l’mportantissima scena che è quella dance. Ora, pensate a dei ragazzini di fine anni 70 di Cheltenham, nord Inghilterra vicino a Birmingham, passati per il punk ma innamorati del funk e della dance. Quando iniziano a provare, nell’appartamento di Chris Hamlin, fondatore della band, partono da una lunga jam session… il brano che li connoterà per sempre, un reale caso di omen nomen. I ragazzi sono trasportati da tutto quello che il punk ha veicolato, in particolare da un nome eccitante come il Pop Group, fino a contattare e assoldare – dopo l’ennesima jam – un loro componente, Simon UnderwoodIl musicista in questione si rivela subito una scelta fondamentale: è amico di Dick O ‘Dell, manager delle Slits e a capo della Y Records. I ragazzi vengono invitati a supportare le Slits in un concerto a Bristol nell’ottobre 1980, suonando solo quel lungo pezzo strumentale per venti minuti, divertendo e facendo ballare la platea. Il giorno dopo sono in sala di registrazione ad incidere il brano Papa’s got brand new Pigbag, subito fuori per la Y Records, in particolare la versione 12 inch, con il brano di  5.58 minuti di puro  punk-funk e il retro di minuti 7.10 intitolato As it was, una versione live con gli strumenti  (percussioni e fiati) che virano in un free- jazz- funk deragliante. Sul mio 12 pollici, copertina nera anonima, recita una etichetta “Brand new disco mix”. con il nome scelto definitivamente dal gruppo sul centrino del vinile, ovvero Pigbag, che va a sostituire il precedente e provvisorio US Corporation. Inutile dire del peso di sua maestà James Brown, omaggiato dal titolo. Tutto in un brano. Magistrale invéro, perfetto anzi: percussioni, batteria, giro di basso, con quei fiati seminali e la chitarra a disegnare il jazz free di Attica Blues” di Archie Shepp le note di Herbie Hancock, in un crescendo implacabile per ogni dancefloor. Destino segnato, se pensiamo che con un unico brano (altri si sono aggiunti nel frattempo, ma quello basta) i Pigbag vengono ingaggiati per un tour USA, forti dell’impatto del singolo distribuito dalla madre delle labelRough Trade – e subito salito nelle classifiche. Nella nazione che era dei Nativi si sviluppava un proverbiale atollo dance underground, in particolare a New York, in parallelo con lo spirito post-punk d’Albione, con nomi basilari come Liquid Liquid, ESG, Branca, DNA, Defunkt, James Chance e così via. Un brano segnante, Papa’s got  brand a new pigbag, così incalzante da divenire marchio riconoscitivo non solo per la Band, ma per chiunque decida di usarlo. Ricordo di averlo riconosciuto come sigla del radiogiornale di una radio antagonista romana ma, fin dal 1981, un network canadese la adotta. Stessa cosa per i tifosi del Middlesbrough prima e del Manchester United poi, fino al boato di Wembley e una infinità di remixes, a sostegno della grande influenza musicale del brano e del genere. I Pigbag si prodigheranno in cambi di formazione con un primo album“Dr. Heckle & Mr. Jive” (1979), (altro titolo intrigante) di spessore… ma ad ogni traccia ti aspetti che la successiva suoni come il brano infernale che li ha posseduti in origine. In quei fogli di carta che passavo al DJ c’era tanto post-punk da ballare: Joy Division, Smiths, New Order, Public Image Limited, Cure, Siouxie and the Banshees, Cabaret Voltaire… ma in fondo sono contento che sia andata nel modo che sapete, miei cari”: io appoggiato al muro o insieme ai miei pards”, contenti di sfidare i buttafuori, con gli occhi delle ragazze tutti su di noi. Per poi sparire nel buio invernale sulle Lambrette, con il sogno e le scarpe pronte per ballare all’Hacienda di Manchester o a Londra allo Shepard’s Bush, all’Empire o al Roxy… l’aria in faccia a screpolarci le labbra e a farci lacrimare gli occhi, sentendoci padroni di niente e schiavi di nessuno.

Buona domenica / Passata a casa ad aspettare / Tanto il telefono non squilla più
Il tuo ragazzo ha preso il volo / Buona domenica / Tanto tua madre non capisce
Continua a dirti “ma non esci mai? / Perché non provi a divertirti” / Buona domenica
Quando misuri la tua stanza / Finestra, letto e la tua radio che / Continua a dirti che è domenica
Ciao, ciao domenica  / Passata a piangere sui libri / Tanto lo sai che non t’interroga 
E poi è domani che ti frega / Ciao, ciao buona domenica / Davanti alla televisione
Con quegli idioti che ti guardano / E che continuano a giocare
Ciao, ciao domenica / E tua sorella parla, parla / Con quello sguardo da imbecille, poi 
Apre la porta la domenica
Ciao, ciao domenica / Passata a scrivere da sola / Venti minuti su una pagina nuova
E proprio…

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