Carlos Santana e Gato Barbieri: “Europa” (live at Soundstage studio 1977) – di Francesco Picca

Gato Barbieri, classe 1932, ha tagliato in diagonale il panorama di mondi impensabili, musicali e non, calmierando le diversità, unendo e conciliando, pacificando e miscelando generi e culture, accreditandosi con semplicità e naturalezza anche quando la circolarità della carriera lo ha più volte ricondotto alle origini. La singolarità della tecnica e l’espressività del suono lo hanno sempre tenuto al riparo dal fuoco incrociato della critica manualistica, quella che nulla perdona, nemmeno la piccola imperfezione che pure certifica l’unicità del mito. I suoi primi esperimenti nel free jazz hanno spiazzato più di qualcuno; le numerose uscite e i rientri repentini nella latino americana hanno fornito spunti a molti; le sue sonorità a volte sovversive, le sue note interminabili e deformate, il suo inconfondibile “rauco” hanno segnato chiunque abbia impattato la Sua arte. Leandro Barbieri incrocia la musica sanguigna di Carlos Santana incidendo la cover di Europa in “Caliente!” (1976) – tratta dall’album “Amigos” dello stesso anno con il titolo Europa (Earth’s Cry Heaven’s Smile) – in un momento artistico che, per il chitarrista, è ancora di ascesa creativa, permeato di ardente spiritualità e arricchito dalla lettura politica dei temi più spinosi di una società in piena evoluzione. Gato e Carlos si affrontano poi in uno studio televisivo, realizzando il dvd “Live at Soundstage studio 1977”, incastonati in un allestimento oltremodo scarno che si esaurisce nella pedana circolare e nel fondale neutro per i giochi monocromatici delle luci. Barbieri è in “total black”, con l’immancabile cappello e una camicia dalle maniche ampie. Santana, opposto, fasciato in una tenuta bianca. Una dicotomia cromatica che chiama a deporre la filosofia, la religione, le stagioni dell’anima e il peso delle rispettive vite. Lampi di luce provengono dall’ottone de “El Gato”, dai piatti torturati dal batterista, dalle meccaniche della chitarra di Santana e dal suo vistoso ciondolo a metà strada tra una croce bizantina e un talismano Atzeco. Una performance pervasa di realtà, impastata di misticismo, introdotta da una partenza lenta con il suono morbido del sax che non disturba quello ovattato della chitarra. “El Gato” ricama i pochi spazi vuoti scavati nella melodia e riempie con parsimonia le brevi pause contornate dalle note lunghe di Santana. Poi la discesa, dapprima lenta, poi vertiginosa, furente, accompagnata da una base ritmica poderosa assicurata da un basso feroce, una batteria martellante e due percussionisti che picchiano le pelli in un crescendo tribale. L’abbraccio sonoro è vigoroso e si libera progressivamente in un crescendo che avrebbe costretto molti a cambiar mestiere, in una sfuriata psichedelica che toglie l’aria, sino al sottovuoto spinto creato da Santana quando si piazza davanti al suo amplificatore e manda in feedback la chitarra per quaranta interminabili secondi. Carlos stende un tappeto su cui “El Gato” dipana uno dei suoi assolo forsennati e la sessione ritmica sembra quasi doverlo rincorrere. Acuti impossibili, note rauche e viscerali, vibrati impensabili che, forse, ricordano a Carlos Santana il verso dei gabbiani sui pontili ventosi della California. Santana, che per natura è un capobanda, in questa occasione sembra rendere omaggio all’artista Barbieri, alla sua versatilità disarmante, alla sua capacità di accomodarsi con naturalezza in qualunque brano di qualsiasi genere, alla sua maestria nell’esaltarlo, nel renderlo vivo e struggente, nel massimizzarne il valore, alla sua pretesa più che legittima di miglioralo sino all’incanto. A volte il Gato stacca la mano destra dal sax tenore e stringe il pugno, come per dare forza a qualcosa che altra forza non può contenere e non può liberare. Vuole di più, pretende di più: da se stesso, dall’uomo, dal proprio suono e da quello degli altri strumentisti. In quel pugno stringe il suo girovagare giovanile nei club di Buenos Aires (e anche in quelli romani); stringe le scorribande a Montevideo in cerca dei vinili; stringe le notti parigine; stringe l’amore di una vita, quello per la moglie Michelle; stringe la sua madre terra incatenata dai Golpisti, ormai orfana della “revolucion libertadora”; stringe la sua gente, quella fuggita e quella che non c’è più. Il finale, con le svisate che si incrociano e la ritmica che prepara la chiusura, si libera nell’ariosità degli ultimi accordi, questa volta maggiori, espressivi di una spazialità, di una luminosità e di una speranza che i quasi otto minuti precedenti non hanno mai confessato. Questa versione di Europa avrebbe potuto avere altri mille titoli, ma nessuno mai avrebbe potuto narrarne la meraviglia.

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