Carlo Lizzani: “La vita agra” (1964) – di Gabriele Peritore

Basta guardare una pellicola degli anni sessanta per rendersi conto di quanto poco sia cambiato in Italia dal punto di vista socioeconomico. Già in quel periodo i lavoratori avevano pochi diritti e adesso ne hanno ancora meno. Il mercato del lavoro è totalmente destrutturato, lasciando gozzovigliare le multinazionali dei grossi capitali, che si sono impossessate dei nostri pensieri, dei nostri gusti e non solo. Tutto ciò apre ad un’agra (tanto per giocare con il titolo del film) riflessione, visto che in questi giorni siamo stati convocati alle urne per esprimere il nostro voto, con quale speranza di miglioramento, o di cambiamento ci siamo andati? Con quanta rassegnazione ci siamo recati ai seggi elettorali? Se il nemico è più forte non rimane che allearsi con lui. Carlo Lizzani, con uno stile del tutto attuale, nel 1964, dirige “La vita agra”, un film che sembra parlare della crisi esistenziale odierna. Veloce, diretto, ironico, a tratti assurdo, traduce in pellicola l’omonimo romanzo di Luciano Bianciardi. Riesce benissimo nella trasposizione, grazie anche alla partecipazione in fase di sceneggiatura dello stesso scrittore, pur dovendo cambiare il paese d’origine del protagonista, da Grosseto a Guastalla, per problematiche relative al dialetto. La visione risulta piacevole anche per l’intesa, complice e reale, tra i due attori principali, su cui sono incentrate gran parte delle scene. Ugo Tognazzi interpreta Luciano Bianchi, un intellettuale, incaricato di intrattenere culturalmente gli operai di una miniera viene licenziato dalla ditta per cui lavora… lo stesso giorno la miniera salta in aria. Lui si mette in testa di vendicarsi facendo esplodere l’edificio centrale della sua ex ditta a Milano. Un grattacielo enorme, simbolo del potere economico delle multinazionali che ribattezza: il torracchione. Giovanna Ralli interpreta Anna, una giornalista, corrispondente a Milano per un quotidiano di sinistra. Anna si innamora di Luciano assecondandone il desiderio di vendetta. I due vanno a vivere insieme nonostante Luciano abbia già una famiglia lasciata a Guastalla. Divertentissime le scene dei vari colloqui di lavoro di Luciano calate in una vaga atmosfera orwelliana. Ironia che pervade tutta la narrazione, dall’insediamento di Luciano a Milano, passando per i suoi goffi tentativi di studiare i punti deboli del famigerato torracchione, fino alla sua lenta rassegnazione. L’interpretazione degli attori è lasciata libera al loro talento. I due, con disinvolta naturalezza, espressa nei loro volti senza ombre, sanno far vivere la trasformazione da coppia eversiva, unita da ideali rivoluzionari, a coppia intrappolata in dinamiche borghesi, invischiata in un rapporto adulterino da nascondere alla famiglia tradizionale. Divertimento e umorismo, tipico di una commedia che, però, non riesce a nascondere il sapore agro, per non dire amaro, della rassegnazione. Il protagonista, infatti, si renderà presto conto che non sono più tempi per rivoluzioni o lotte civili e quando il nemico è troppo grande e forte è meglio cedere alle lusinghe che offre. Da gustare il cameo di un giovanissimo Enzo Jannacci calato nei panni di un cantastorie che si esibisce in trattoria. Carlo Lizzani, molto prima del fatidico ‘68, grazie anche allo spessore narrativo di uno scrittore tormentato come Luciano Bianciardi, riesce ad anticipare tematiche che sono ancora vive oggi. Profetico, se si pensa come sono finite le utopie rivoluzionarie degli anni settanta. Una pellicola, che se non fosse per il bianco e nero, potrebbe benissimo essere girata nei giorni nostri.

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