Caravan: “In the Land of Grey and Pink” (1971) – di Benedetta Servilii

Avevo conosciuto Andrea nel periodo in cui i ragazzi iniziano ad acquisire consapevolezza del loro fascino e le ragazze diventano donne. Io l’avrei vista donna molto tempo dopo, in un modo che non avrei mai immaginato. In quegli anni la vedevamo tutti come la sorella minore da proteggere, era l’unica ragazza del gruppo (il suo nome, ironia della sorte!) e anche la più piccola, ci sentivamo in dovere di evitarle qualsiasi tipo di dolore. Lei ce lo lasciava fare con la tenerezza di una bambina e la consapevolezza di una donna che, invece, se la sarebbe cavata anche senza il nostro sguardo. Cosa che faceva comunque, ovviamente, sfuggendo alle nostre attenzioni di fratelli maggiori. Per noi era intoccabile, per gli altri inavvicinabile. Andrea era sempre stata un’anima libera, aveva bisogno di navigare in mare aperto, ma anche di un porto sicuro. Noi lo saremmo sempre stati per lei, io per primo. Le nostre vite avevano preso rotte diverse negli anni a venire, avevamo navigato per mari calmi e oceani in tempesta senza mai incontrarci. Ci eravamo ritrovati una sola volta, su una spiaggia, per festeggiare un amico che, invece, non era più tornato. 
Un dolore che non potevamo evitarci, un dolore che ha azzerato ruoli e differenze tra noi e che ci ha costretti ad occuparci inevitabilmente l’uno dell’altra. È in quel momento che l’ho guardata con altri occhi e dev’esser stato così immediato anche per lei se quel giorno, sotto una quercia dove ci eravamo seduti a crogiolarci nei ricordi, per la prima volta mi baciò … “And we sat under a tree, she kissed me”. In quel bacio c’era tutto, c’erano affetto e gratitudine, il timore di perdere l’equilibrio e allo stesso tempo la certezza di recuperarlo, estraneità e familiarità. Un caos emotivo senza precedenti, eppure era la sensazione più vicina al concetto di casa che avessi mai provato prima. Sin da bambino, quando provavo emozioni intense, correva in mio aiuto la musica. In quel momento, il mio cuore mi suggerì un album dei Caravan che, con il loro stile solare e fiabesco, sembravano perfetti per accompagnare me e Andrea in un territorio sconosciuto e meraviglioso.
Non so perché pensai a “In The Land Of Grey And Pink” (1971), forse per quell’atmosfera magica, leggera e surreale che si respira in tutto il disco, sensazioni che rispecchiavano esattamente quello che stavo provando in quella bolla di estatica meraviglia. La prima traccia, Golf girl, sembrava descrivere la nostra foto in quel momento, con Pye Hastings che suona la chitarra sotto a un albero e una Pat che lo bacia. Eravamo noi. Con l’aggravante di una musica spensierata in grado di entrarti nella testa e non andarsene più per giorni. Cosa che, ovviamente, era successa anche a me, ripensando a quel bacio. La mia storia con Andrea è stata un viaggio onirico, mi piace definirla così perché, a raccontarla, nessuno ci avrebbe creduto. Noi non la raccontavamo perché, si sa, le cose belle vanno custodite gelosamente. Adesso che ne parlo per la prima volta, il cuore sorride e torno da lei, in quella terra colorata che avevamo scelto come rifugio. “How you’re always flowing, blowing in my mind/ Like a stream, these magic waters move me to a dream/ Of travelling with you, drifting carefree/ dropping downward through fresh grasses/ Bubbles merrily as it passes, never knowing where you’re going/ Carry me with you, carry me with you”.
Quell’album continuava a parlare di noi, di un fiume spensierato di emozioni che ci portava inevitabilmente a vivere, per quel tempo che trascorrevamo insieme, lontani dai draghi e i maghi della quotidianità. Era bello. Avevamo entrambi le nostre vite, le nostre gioie e i nostri mulini a vento da sfidare, a volte non sapevamo nulla l’uno dell’altra per mesi, poi ci ritrovavamo. Facevamo l’amore con l’affetto sincero di chi sa che non andrà mai via e con la passione di due amanti che sanno che potrebbero non incontrarsi più. Poi tornavamo ad essere magicamente amici, lei cercava la mia protezione così come faceva anni prima e io non potevo fare a meno della sua visione ribelle della vita. Tutto sapeva di libertà, una sensazione che non avevo mai provato nella sua pura semplicità. Ci salutavamo senza farci promesse, non ne avevamo bisogno: Funny how it’s clearer now, you’re close to me, We’ll be together all the time”, sapevamo perfettamente che qualsiasi cosa fosse successa, qualsiasi strada avremmo percorso, chiunque avremmo incontrato, noi ci saremmo stati sempre l’uno per l’altra. Anche, semplicemente, chiudendo gli occhi.
In the Land of Grey and Pink” ha la capacità di portarti in un’altra dimensione, dove tutto è possibile, dove tutto è semplice, dove tutto è reale, dove anche i maiali possono volare mentre noi continuiamo ad amare. Per me Andrea era tutto questo. “So we sail away for just one day/ To the land where the punk weed grows/ You won’t need any money, just fingers and ye toes/ And when it’s dark a boat will pass in the land of Warm and Green/ Take a fill of punkweed and smoke till ye bleed, that’s all/ We’ll need/ Sailing back in morning light/ We’ll wash our feet in the sea/ And when the day gets really bright/ We’ll go to sea drinking tea”. Avremmo navigato per altri mari e percorso altre mille rotte, ma ci saremmo sempre ritrovati su una spiaggia a bere thè e a guardare un tramonto. Avremmo ancora aspettato chi non sarebbe mai tornato. Mai dimenticheremo. Forse, in quella terra dalle infinite tonalità cromatiche, immaginavamo che anche l’impossibile potesse accadere. Nell’attesa, avevamo entrambi l’urgente bisogno di celebrare la vita, nelle sfumature più gioiose, leggere e vitali.
Amavo il nostro mondo per questo: “My mind is yours, yours is mine/ Don’t talk to me ‘bout forgiving/ So much to do, no more time/ All my love goes straight to you/ With just a thought for something new/ All I have is what you feel/ With hands in mouth, you gently kneel/What I see I know is real/ What I touch I know I feel/All my love goes straight to you/ All my love is you”. Mi sono sdraiato sull’amaca in giardino e ho aperto una birra ghiacciata sapendo che mi attendevano i 23 minuti di Nine Feet Underground. Mi è tornata in mente di nuovo lei e il suo stupore quando le ho fatto sentire per la prima volta questo pezzo. Sono felice di esser stato io a regalarle quell’emozione. Ora non so dove sia, ma sento che sta sorridendo … e lo faccio magicamente anch’io.

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