“Cara Scuola ti scrivo… così mi distraggo un po’” – di Cinzia Pagliara

“Per dirla in forma sintetica: non ne posso più. Sono stanca delle lamentele delle famiglie, che variano, peraltro, in base alle proprie individuali esigenze e fobie, spaziando da “chiudete tutto, non si scherza con la salute, a distanza va benissimo” fino agli ormai classici “poveri ragazzi come fanno stare a cinque ore con le mascherine, mancano i sorrisi, mancano le merende condivise” e “Certo, in DaD! Sono mesi che gli insegnanti non fanno niente. In vacanza perenne”. Sono stanca dei tecnici e dei politici che dicono come sempre tutto e il contrario di tutto, per cui (solo per fare un esempio) per due mesi la mascherina giù (e povero prof, se provava a dire che comunque era meglio indossarla) quando i ragazzi erano seduti al banco ma poi, d’un tratto cambio di rotta “Si intendeva in posizione statica” (statica? Ma cosa mai si è visto di statico in una classe? In una classe si muove tutto, durante i compiti e le interrogazioni, poi, si assiste a impercettibili ma continui movimenti di banchi e sedie, quasi d’un tratto si animassero, come i giocattoli nello Schiaccianoci).
Sono stanca anche di noi prof., che in nome di un lavoro da sempre considerato una missione, accettiamo tutto, ogni insulto, ogni follia, ogni cambio di decisione (sì, no, forse, tra un mese, tra una settimana, domani, ora) e lo facciamo perfino con un sorriso, con pazienza ascetica, con resilienza fuori luogo. Perché se avessi deciso di essere missionaria sarei andata in Congo. Io ho scelto un “mestiere”, un lavoro che implica passione, creatività, coscienza, che apre le menti, che soffia sui talenti più o meno nascosti, che ascolta, che consola, che sprona, che riprende. E che merita rispetto. Diglielo tu, Scuola (amo scrivere perché posso far parlare tutti e tutto, senza suscitare troppo stupore). Diglielo che da decenni sei stata ignorata, delegata a produrre progetti su progetti, schede su schede, grafici su grafici, statistiche su statistiche (mentre tu, da sempre, sei una fabrica mentis).
Diglielo che molto prima del Covid, ti sentivi insicura, perché non eri quasi mai a norma (e mica si può sempre sperare nella protezione del patrono della città!). Diglielo che gli insegnanti hanno sopperito a tutto quello che le amministrazioni non hanno più saputo assicurare diventando, a seconda del momento assistenti sociali, psicologi, medici, tecnici, operatori sanitari. Diglielo, che le differenze sociali erano da tempo così evidenti da far quasi male, e che nessuno, prima della mancanza dei tablet durante la pandemia, se ne è mai preoccupato davvero. Diglielo che durante il lockdown abbiamo imparato un modo nuovo di comunicare, studiando freneticamente, sostenendoci nei momenti in cui credevamo di non riuscire.
Diglielo, Scuola, cosa è la scuola. Perché lo hanno dimenticato, da anni. Ma ora basta. C’è bisogno di Scuola. Non importa che sia nascosta dietro una mascherina o filtrata da uno schermo. Perché lo hanno dimenticato, che la scuola sa parlare anche solo con uno sguardo, con un gesto. Intanto nelle classi, con i giubbotti e le sciarpe per arieggiare e gli spray alcolici che, a voler essere positivi, hanno almeno annullato gli odori non proprio gradevoli dei sudori adolescenziali, noi proseguiremo la nostra “missione”: in presenza, in DaD o in DID… in attesa di altri acronimi burocratici“.
Questa lettera alla scuola fa parte di “Streaming off” l’ultima iniziativa di Palco Off in questo lungo periodo di pandemia.
Le mie parole in scena virtualmente grazie a Francesca Falchi che leggerà questa mia lettera alla scuola: per me, una emozioneenergetica”.

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