Car Seat Headrest: “Teens Of Denial” (2016) – di Porter Stout

Car Seat Headrest è la sigla (a dir poco stramba: poggiatesta del seggiolino dell’auto) dietro la quale si cela Will Toledo, One Man Band originario di Williamsburg in Virginia, oggi ventitreenne, diventato popolare negli ambienti Indie per l’enorme mole di materiale autoprodotto diffuso in rete dalla piattaforma Bandcamp. La sua fama cresce ulteriormente nel 2015, quando in seguito all’interessamento della Matador, esordisce in forme più tradizionali con l’album della svolta, “Teens Of Style”: ottima accoglienza di critica e pubblico, che contribuisce a fare del nome di Toledo uno dei più caldi tra le nuove proposte del Rock americano. Ora, per “Teen Of Denial”, Car Seat Headrest assume una nuova fisionomia e, con l’ingresso in pianta stabile del polistrumentista Ethan Ives, di Seth Dalby al basso e di Andrew Katz alla batteria, assistiamo alla nascita di una band vera e propria. Determinante in sala regia l’apporto dell’esperto Steve Fisk, produttore storico nella Seattle del Grunge (Beat Happening e Screaming Trees, collaborazioni con Nirvana e Soundgarden). E’ un album torrenziale “Teen Of Denial” (doppio nella versione in vinile), 70 minuti in cui si dà seguito alle esperienze surreali e ai pensieri bislacchi di Jack (alter-ego di Toledo), adolescente problematico e a suo modo geniale.
Un flusso emotivo attraversa i 12 brani come fossero i capitoli del romanzo di formazione di un giovane slacker perennemente sotto sostanze alcoliche e psicotrope, nel quale i ritratti di Van Gogh sono utili nelle terapie antidepressive, la morte suona uno xilofono fatto di costole umane e gli ubriachi guidano sulle interstatali in cerca di orche assassine. Un “delirio” poetico/letterario che correda un album dal grande impatto sonoro, a testimonianza dell’avvenuta maturità. Un salto di qualità, dunque, che fa di questo lavoro il migliore della discografia di Toledo e tra i più interessanti dell’annata in corso. In “Teen Of Denial” si cita, si ruba e si mescola: fonte primaria il Rock alternativo degli ultimi decenni. Anche troppo se è vero che a Rick Ocasek il giochino non è piaciuto affatto e ha negato il permesso per l’utilizzo del riff e del testo di Just What I Needed, impedendo l’uscita imminente del disco e costringendo Toledo a riscrive il pezzo senza nessun riferimento alla hit dei Cars. Altissimo, quindi, il rischio di implodere nel proprio citazionismo, che Toledo però supera agevolmente, con la personalità del veterano e un’intelligenza compositiva fuori dal comune. Il disco si apre con il Punk grezzo e sferragliante di Fill The Blank, chitarre a pieno volume e ritornello che ti si ficca immediatamente nel cervello. Pulsazioni elettriche introducono l’assordante Space-Rock di Vincent con tanto di fiati  e synth a rimarcarne il carattere ludico. Il trittico iniziale si chiude con la  fantastica Destroyed by Hippie Powers, attacco fulminante subito stemperato in favore di un liquido fraseggio chitarristico di scuola Television e Sonic Youth
Joe Gets Kicked Out Of School For Using Drugs With Friends (But Says This Isn ‘t A Problem) è incredibile fin dal titolo: ballata sconnessa ed in egual modo schizzata, nella quale si racconta del cazziatone che Gesù impartisce a Jack/Toledo, dopo una colossale sbronza. Toni rallentati e post-alcolici anche in Drunk Drivers/Killer Whales, nessun dubbio sulla resa dal vivo del coretto che caratterizza il brano: It doesn’t have to be like this / Killer whales, killer whales / It  doesn’t have to be like this. 1937 State Park è il pezzo in cui si sente di più il tocco di Steve Fisk intriso com’è di Grunge granitico e malumori cobainiani: Sto alla larga dai cimiteri / sono cliché della mia generazione ossessionata dalla morte.
La seconda parte del disco graffia forse meno, ma piazza ugualmente un  paio di colpi formidabili. 
The Ballad of the Costa Concordia (in cui si irride alle gesta del Comandante Schettino: “mi è stata data una nave che non può governare se stessa”) e la distorta Connect the Dots (The Saga of Frank Sinatra). “Teen Of Denial”, disco dai tanti rimandi, piacerà ai fan di Pavement, Guided By Voices  e Pixies ma anche ai ventenni di oggi che troveranno in Will Toledo un credibile quanto beffardo cantore in cui rispecchiarsi.

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