CAPULETI E MONTECCHI (Storie d’onore e d’amore) – di Cinzia Pagliara

Quando si scrive un canovaccio teatrale si hanno già in testa colori e suoni, a volte il gesto di un braccio, il movimento danzante dei piedi, il sorriso accennato o straripante delle labbra. La storia nasce da altre vite ascoltate, lette o spiate senza morbosità: trame che si intrecciano in nuovi disegni, con personaggi che diventano vivi e che occupano spazi mentali sempre più grandi, fino a che non fuggono attraverso le parole. Quei ragazzi sempre fuori posto, con il loro linguaggio quasi incomprensibile fatto di dialetto strettissimo e neologismi postmoderni da adolescenti globalizzati; la loro camminata da film di Saviano: piedi con le punte leggermente in fuori, ginocchia rigide, le anche ondeggianti con braccia morbide ai fianchi… quei ragazzi li aveva osservati per mesi, stupita e insieme quasi affascinata. Si dividevano in gruppi, era chiaro. Rivali o fratelli. Nessuna possibilità nel mezzo.
La gestualità delle mani esprimeva l’appartenenza ad uno o all’altro dei gruppi; avvicinarsi troppo, con il dito puntato dritto in mezzo agli occhi era una sfida dichiarata, alla quale l’altro non poteva sottrarsi e la folla era pronta ad applaudire, fare il tifo, fingere di mettere pace. Avvicinarsi per un abbraccio era segnale di fratellanza, di equilibri da rispettare: regola condivisa e accettata. Le ragazze ridevano forte, eccessive nel tono di voce, nell’abbigliamento. Incredibilmente femmine con i loro maschi. Anche se nessuna aveva molto più che dodici anni. Erano come i servi dei Capuleti e dei Montecchi per le vie di Verona, che non sapevano perché dovevano essere nemici, ma lo erano. Su decisione dei loro Signori. 
Decisi, allegri, spavaldi. Sfacciatamente con la sigaretta in bocca appena potevano:
“niente regole, niente regole, noi ce ne fottiamo”. Immaginò un palco su cui far raccontare loro la storia dei Montecchi e dei Capuleti: le risse, la morte, la giustizia che insegue. E soprattutto l’amore. 
Si tenevano per mano, si guardavano felici negli occhi. Erano belli, mentre scoprivano l’amore. Erano adolescenti normali. Eccessivi, ma normali. Immaginò il balcone, senza giardino. Due vite adolescenti di gruppi diversi. Capuleti e Montecchi. C’erano ancora. Li vedeva ogni giorno.
Immaginò possibilità di riscatto. Un futuro diverso. Sogni da sognare, come tutti.
Alcuni si facevano, era chiaro. Lo vedeva dai loro occhi e dai sorrisi che vagavano ovunque, mentre ascoltavano la storia. Alcuni vendevano la roba, altri rubavano, sapeva anche questo. Perché mentre inventavano la storia raccontavano le loro. Immaginò un ballo in cui sarebbero stati dame e cavalieri, con i mantelli e i veli lunghi a volare. O un passo a due, come in AMICI. Con le prese in aria e le mani tra i capelli. Comunque una fiaba. Erano in grado di  procurare qualunque cosa, bastava chiedere. Alcuni di loro non erano più tornati. Alcuni avevano atteso in un carcere minorile il giorno in cui, maggiorenni, avrebbero dovuto affrontare quello degli adulti. Con paura. Gli amici si raccontavano, a frasi spezzate e mezze parole 
che…
“non aveva parlato”
… e c’era ammirazione nelle voci, mista e tristezza infantile, così giusta su quei visi che erano già grandi ma con morbide guance da bambini. A volte accadeva qualche “disgrazia”, un lutto: anche quello da vivere da uomini, ma chiedendosi perché, piangendo dietro gli occhiali da cantante neomelodico, o dietro il ciuffo opportunamente lisciato sugli occhi. Immaginò un finale a sorpresa, una catarsi di lacrime, sorrisi e urla contro il cielo.
Studiando la storia avevano imparato a… camminare.
Li guardava contenta, come si osservano i primi passi di un bambino. Immaginò che avrebbero capito che l’onore non si esprime con una camminata. Che l’onore e la dignità sono conquiste faticose e immense e appaganti come il più appassionato degli amori. 
Avrebbero imparato ad amare come uomini diversi, avrebbero scoperto che l’Amore può essere cambiamento. Immaginava… e a loro, invece, piaceva la scena della rissa. Provavano ridendo, così struggentemente adolescenti di strada.
Capuleti e Montecchi.
Niente sipario: un semplice palco che diventa Teatro. Immaginò gli applausi.
Poi li sentì davvero. Per loro: i Capuleti e i Montecchi di quella scuola a rischio.
Per loro e per le loro vite che poi sarebbero diventate  “vere”…
e molto più pericolose di quel cortile assolato e protetto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I CAPULETI E I MONTECCHI
opera in due atti su libretto di Felice Romani
musica di Vincenzo Bellini
Prima rappresentazione: Venezia, Teatro La Fenice, 11 marzo 1830
Live Recording, Verona, Teatro Filarmonico, 10 aprile 1983
personaggi e interpreti:
Giulietta Capuleti, CECILIA GASDIA – soprano
Romeo Montecchi, MARTINE DUPUY – mezzosoprano
Tebaldo, ANTONIO BEVACQUA – tenore
Cappelio Capuleti, padre di Giulietta, MARIO RINAUDO, basso
Lorenzo, medico e familiare dei Capuleti, GIORGIO SURJAN, basso
Orchestra e Coro dell’Arena di Verona – direttore JANOS ACS

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