Captain Beefheart: il caos è servito – di Gabriele Peritore

Se ogni colore potesse avere un suono, se l’insieme di colori mescolati con violenza potesse uscire dalla tela, esploderebbe con un potente fragore da finimondo, o da inizio del mondo. Don Van Vliet è un musicista ma è soprattutto un pittore. Un pittore, ma soprattutto un musicista. Il suo modo di fare musica è un tentativo continuo, scanzonato e ossessivo, di ricostruire il caos in ogni singolo brano. Come del resto l’impasto di colori con cui imbratta i suoi quadri. Conosce bene le dinamiche della decostruzione musicale, è un amante del Jazz nella sua forma più libera, come quella del Free Jazz; concede massima indipendenza agli strumenti della sua band, non vuole neanche provare prima di andare in sala d’incisione. Perché il ritmo non ha bisogno di essere provato; è un impulso primordiale legato alle radici e le sue di radici sono profondamente avvinghiate alle zolle del Blues. Il  dolore, la sofferenza e il tormento sono tutti nel suo cuore di bue (Beefheart) e provano ad uscire così come sono, senza essere sgrezzati, ma con una venatura di leggerezza nella sua voce roca. Anche per i testi vale lo stesso: un assemblaggio di sensazioni estemporanee sulla morte, sulla vita, l’amore, la sessualità, tutta la bellezza e la bruttezza innegabile di questa esistenza, basata a volte su giochi di parole insensati. La melodia è un insieme casuale di poche note captate nell’aria, con cui si entra in una fugace sintonia, per poi essere sviluppata insieme agli strumenti al momento. L’armonizzazione tiene conto delle discrepanze quasi volontarie negli accordi e nelle battute. Fuori tempo, per andare oltre il tempo, le dimensioni e i sensi. Il risultato è un insieme sonoro che investe come un’onda d’urto, trascinando con sé strumenti fuori controllo, melodie strampalate, rumori e filastrocche, spesso sgradevole, inascoltabile per orecchie educate ma che, grazie alla provocazione e al graffio vocale trova spiragli per farsi strada nell’interiorità di chi sente, per trasportarlo oltre le dimensioni conosciute, per costruire nuovi ordini naturali, per distruggerli nuovamente e far trionfare un neonato disordine. Il caos è servito. Questo è lo stile di Don Van Vliet; è Dada, è protopunk, consapevolmente dissonante, nella sua musica e nella sua pittura. Questo è lo stile di Captain Beefheart. Non si conosce bene il momento in cui sia nato questo soprannome; forse alle scuole superiori, quando insieme al coetaneo Frank Zappa, si cimentava nei primi esperimenti artistici: o forse è soltanto un riferimento scherzoso alle dimensioni del membro di un suo zio esibizionista. La cosa più sicura è il coraggio, l’elemento che più caratterizza la sua arte, insieme alla sua natura provocatoria. Beefhearth è un capitano coraggioso che ha sempre e incondizionatamente continuato a proporre la sua arte andando contro tutte le avversità presentatesi. Ha dimostrato coraggio, forse troppo, quando ha dovuto gestire i continui cambi di formazione della sua Magic Band, costringendolo a comportarsi in maniera estremamente autoritaria, esasperando il suo carattere insopportabile e già oltre le righe. Ha dimostrato coraggio quando ha dovuto affrontare le cancellazioni dei contratti da parte dei manager delle varie case discografiche, a causa degli insuccessi commerciali dei suoi capolavori assoluti “Safe as Milk” del 1967 e “Trout Mask Replica” del 1969. Non ha mai modificato il suo atteggiamento, continuando a sfornare caos, anzi fino al 1970 e oltre, con “Lick My Decals Off, Baby”, è un crescendo di sperimentazioni tese ad abbattere la forma. Ha dimostrato coraggio quando non ha proprio potuto nascondere il suo disprezzo per le creazioni dei Beatles, per quelle che riteneva delle melense ninne nanne, nonostante i Fab four di Liverpool siano stati i primi ad apprezzare pubblicamente la sua proposta artistica ed a esaltarla. Ha dimostrato coraggio quando ha spiattellato la verità in faccia al suo amico e collega Frank Zappa che è stato il primo a spronarlo, a convincerlo a fare musica, a produrre i suoi album, a suonare insieme a lui e invitarlo a collaborare nelle proprie composizioni ma, Beefheart non tollerava i suoi metodi stacanovisti che costringevano i musicisti a provare e riprovare un pezzo fino al raggiungimento della perfezione esecutiva; glielo comunicava in tutti i modi, anche ritraendolo in maniera caricaturale durante i concerti, mettendo a rischio così una storica e proficua amicizia. Ha dimostrato coraggio quando, dopo la pubblicazione di album che gli hanno dato qualche soddisfazione economica, registrando con grandi case discografiche, come “Shiny Beast (Bat Chain Puller)” (1978), “Doc at the Radar Station” (1980) e l’ultimo “Ice Cream for Crow” (1982), consolidando la sua fama verso il pubblico ormai avvezzo alle sue stravaganze, ha deciso di ritirarsi dalle scene per dedicarsi solo ed esclusivamente alla pittura fino alla sua morte avvenuta nel 2010 a sessantanove anni. Lo stesso coraggio dovrebbe mostrare l’ascoltatore, avvicinandosi con curiosa attenzione ad ogni singolo brano di “Trout Mask Replica”, affrontando il primo smarrimento e la frastornante confusione sonora e predisporsi a sentire. Dovrebbe, infatti, sentire… più che ascoltare, e immedesimarsi in Wild Life, che narra le vicende di un uomo che si sente perseguitato e trova conforto nell’abbraccio della natura selvaggia. Dovrebbe farsi coccolare dalla filastrocca soltanto per voce di Well. Dovrebbe vivere la sessualità in maniera giocosa e morbosa come in Neon Meate Dream of a Octafish. Dovrebbe provare il disprezzo per la guerra come una madre che ha perso il figlio in battaglia, descritta in Veteran’s Day Poppy. Dovrebbe farsi prendere per mano da Frowland e attraversare il tempo, andare oltre la forma per trovare una propria forma, andare oltre la melodia per trovare una propria melodia, andare oltre il senso per trovare un proprio senso da sovrapporre alla piatta esistenza.

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