Captain Beefheart & His Magic Band: “Mirror Man” (1971) – di Gianluca Chiovelli

Ma chi diavolo è Don van Vliet? Come sentenziò Tahar Ben Jelloun: “Per capire una sola esistenza bisogna inghiottire il mondo”. Per comprendere a pieno un artista come Van Vliet/Beefheart, rissoso, caratteriale, mutevole e talentuoso occorrerebbe davvero una sapienza totale; ci limiteremo, perciò, a qualche ragguaglio in modo da avvicinare il personaggio a un paio di lettori recettivi (e magari a stuzzicare la curiosità verso di esso di almeno un altro paio; il dovere di un critico, in fondo, consiste solo nel rendere appetibile ciò che egli reputa “bello”). Captain Beefheart nasce in California, in prossimità del deserto del Mojave. Mostra da subito uno spiccato talento per l’arte, inclinazione a cui si renderà devoto nell’età matura della vita. Da giovane la sua carriera di studente s’incrocia con quella di Frank Zappa: col siculo di Cucumonga intratterrà un lungo rapporto di amicizia e scontro. Li unirà l’attitudine alla devastazione per i generi musicali pregressi (doo-wop e American Fifties per Zappa, il blues del Delta per il “Capitano”) macerati nell’aceto delle proprie idiosincrasie e predilezioni. Zappa, tuttavia, nonostante la complessità della propria ricerca, avrà un successo quasi mainstream, indubbiamente favorito dalle provocazioni al limite dell’esibizionismo e della goliardia. Beefheart, no, rimarrà nell’ombra, assolutamente a suo agio nel respingere qualsivoglia moina pubblicitaria; anzi, forse compiaciuto della propria misantropia e della ferocia dittatoriale con cui prevaricava amici, compagni di bisbocce jam e ammiratori. Non è dato sapere l’origine del nomignolo, “Cuor di Bue” (Zappa, in una biografia, adombra un’etimologia oscena). Quel che è sicuro è che Van Vliet officia da subito un blues catarroso e pericolante, denso e disarticolato, condotto da una voce che non è una voce, ma un rauco florilegio di echi provenienti da anime perdute di cui egli si fa medium sciamanico.
Le sessioni di “Mirror Man” (1971), venute alla luce discografica nella loro interezza solo trent’anni anni più tardi, sono la conferma di tale predisposizione. I toni di Beefheart sono un saliscendi variopinto: egli declama, grugnisce, ammicca, fischia, si prende una pausa, quindi riprende a borbottare come un pentolone di streghe in ebollizione. Alle sue spalle i seguaci, un’accolita slabbrata e freak, appositamente scelta per la bisogna e battezzata coi nomi più formidabili: Snouffer (Alex St. Claire), Drumbo (John French), Antennae Jimmy Semens (Jeff Cotton), Zoot Horn Rollo (Bill Harkleroad), Rockette Morton (Mark Boston), Ed Marimba (Artie Tripp III), Orejon (Roy Estrada), Winged Eel Fingerling (Elliott Ingber), The Mascara Snake (Victor Hayden). Ma che musica è quella di “Mirror Man Session”? Ascoltiamo gli episodi più clamorosi: il brano eponimo e Tarotplane (rispettivamente 15’46” e 19’08”). Il calco formale è indubbiamente blues, ma l’esito è completamente diverso. Un impasto rovente in cui si avvertono le impennate taglienti della slide guitar, la cupa bolla del basso, gli sfiati dell’armonica e, soprattutto, le percussioni: instancabili, basiche e ossessive che trasformano le cadenze di riferimento (Howlin’ Wolf?) in una sorta di danza tribale del deserto, conchiusa e statica. Statica poiché non si intravedono sviluppi o progressioni: è sempre lì a caracollare attorno al totem, al ritmo di tamburi, bonghi e scudisciate elettriche.
Le jam di Beefheart non hanno inizio e fine; potrebbero continuare per ore, non sono canzoni, ma ristagni in cui si continua a pestare il mortaio ritmico: tamburi, sistri, ballo, respiro, i tonfi del sangue pompato nel cuore. Il fascino è profondissimo. Perché? Forse la musica di “Mirror Man” riproduce ritmi biologici elementari del corpo umano; solletica  pulsioni ancestrali, dimenticate: Beefheart è un Sileno del deserto che guida a una sorta di estasi dell’anima seguito da un caravanserraglio di satiri fricchettoni. Con “Trout mask replica” (1969), il suo disco più celebrato, la musica beefheartiana si frantuma in episodi quasi d’avanguardia, meno vulcanici e più astratti (la produzione di Frank Zappa, probabilmente, ne limò le asperità più sconcertanti). La purezza di questi ritmi voodoo non sarà più raggiunta.

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