“Capiparanza e marinai” – di Francesco Picca

La destra italiana è passata dal Movimento Sociale a Fratelli d’Italia nel breve volgere di un quarto di secolo, in prima battuta attraverso l’esperimento sdoganatore di Alleanza Nazionale al traino di Forza Italia e, a seguire, utilizzando il calderone della Lega Nord come vasca di decantazione per l’anima incerta del fenomeno post fascista, una sorta di camera di decompressione per quelle numerose individualità un po’ titubanti, non perfettamente formate e oltremodo timide nel manifestarsi come portatrici di un pensiero destrorso. Mentre scorrevano i fotogrammi di questo film popolare, di questo arduo esperimento evolutivo, il seme malato della destra reazionaria è rimasto sepolto, ibernato, annidato nel corpo disfatto del revisionismo fascista, organizzandosi alla meno peggio in falangi di portata talvolta persino provinciale. La meno timida di queste squadracce, di queste falene para-politiche che incorporano il peggio della retorica illiberale e della violenza sociale, è l’organizzazione Forza Nuova. In questi giorni, anzi, in queste ultime notti, la creaturina dell’audace Roberto Fiore ha realizzato il suo sogno di sempre, quello di appropriarsi del miglior palcoscenico ancora esistente nell’era della propaganda social: la piazza.
Ovviamente lo ha fatto nel momento in cui la piazza si è svuotata per decreto, nel preciso istante in cui si è liberata per la nota emergenza sanitaria. Avendo gambette rigide e braccine corte, i “fratellini poveri di Alba Dorata hanno sfondato il muro della timidezza e si sono palesati in questo spazio insperatamente libero, a favor di telecamera, godendo di inquadrature in esclusiva per fare sfoggio delle torce tricolore, degli striscioni nostalgici e dei cori da stadio (altro luogo quest’ultimo, incubatore di tale disegno). Poi, per dimostrare una vitalità insospettabile, hanno persino sfasciato e incendiato qualche arredo urbano. Un derby calcistico di quarta serie avrebbe prodotto lo stesso risultato, al costo delle ore di straordinario e dell’indennità di servizio di qualche centinaio di poliziotti. Lungi da me, però, deridere e limitare oltremodo la portata del fenomeno derubricando questa alzata di testa a un rigurgito infantile. Il fatto che certa destra ci sia, che balbetti la sua presenza e che possa contare sull’appoggio morale di altri fronti fascisti e nazisti ben più corpulenti e meglio organizzati, persino avvalorati da congrue rappresentanze parlamentari in numerosi paesi europei, è un problema di non poco conto.
La comunicazione bruta di queste cellule incistate nel corpo malandato del Paese, la loro sintassi scarna e il tono perentorio, la cantilena nazionalista e sovranista, le croci celtiche e quelle cristiane, sono tutti strumenti di facile affascinamento per una platea stanca, pigra, demotivata, confusa e, purtroppo, con un approccio civico acerbissimo e con una cultura politica paurosamente zoppicante. Il fenomeno pentastellato nell’ultimo quinquennio ha fornito una dimostrazione concreta di come, in Italia, la sacca del consenso ballerino e ondivago abbia dimensioni davvero importanti. La piazza nera” quindi va tenuta d’occhio e, se possibile, svuotata al più presto. Tener d’occhio non corrisponde a “strizzar l’occhio”. Mi preoccupano a tal proposito le parole plastificate di pura circostanza espresse dai leader della destra parlamentare. Nell’esprimersi controvoglia sull’accaduto sembrano aver risposto più a un obbligo istituzionale e strategico che non ad un sentimento reale. Spetta allora al resto dell’emiciclo la difficile opera di chiarimento politico e di difesa della Costituzione. Non mi consola di certo conoscere i nomi dei portavoce e dei portaborse che dovranno assolvere a questo compito, oggi pesantemente arduo, ma che meno di un secolo fa era il pane quotidiano di chi maneggiava con passione lo strumento democratico e la cultura liberale, peraltro esercitando queste prerogative dall’interno della fornace fascista.
L’esempio più facile che mi riesce di proporre è quello di Gaetano Salvemini e del suo “Le origini del Fascismo in Italia“. Salto a piè pari l’imbarazzo di definirlo, praticando sforzi di equilibrismo tra un ventaglio molto ampio di accezioni: il filosofo, il professore, lo statista, lo storico, il giornalista, l’editore o il semplice politico. Mi avvalgo invece del suo essere “amico” fraterno del mio bisnonno, già sindaco della sua natale Molfetta. Lo spirito, il senso, l’essenza pura di quel tempo e del clima che ha condizionato più di quarant’anni della loro vita, sta tutto nella pratica consueta e accorta posta in essere da Francesco Picca, vale a dire quella di bruciare le lettere inviategli da Salvemini, prima da Firenze, poi da Parigi e infine da Boston. Pertanto, del fitto scambio epistolare tra i due, sono arrivate a noi unicamente le missive a firma del mio bisnonno, custodite nell’Archivio Gaetano Salvemini di Firenze* e dalle quali si può soltanto dedurre o immaginare il contenuto e il tenore dei pensieri espressi reciprocamente.
Nonostante tale premura, finalizzata a tutelare la libertà e la stessa incolumità del Salvemini, la frustrazione degli oppositori politici riuscì comunque a procurare a Francesco Picca tre giorni di galera e una serie di altre rappresaglie, come per esempio una mezza dozzina di proiettili conficcati nelle mura esterne di casa sua nel centro storico di Molfetta. Questa storia di profonda amicizia e, prima ancora, di granitica stima, rappresenta per me un punto fermo, un facile esercizio di memoria, una veloce mano di calce bianca per rinfrescare lo spirito e, all’occorrenza, rimettere a nuovo le mie convinzioni. Tanti sono i contributi forniti da quelle lettere, peraltro raccolte in una preziosa edizione curata da Pasquale Minervini per il Centro Studi Molfettesi, all’interno della Collana Salveminiana. Sono novantasette lettere riferite al periodo gennaio 1902novembre 1924, in gran parte incentrate sul disbrigo di questioni amministrative e sulla rendicontazione della gestione fiduciaria dei beni del Salvemini affidata proprio all’amico avvocato Ciccillo Picca; ma tanti sono anche gli spunti di pura passione civile, tante le riflessioni sull’indirizzo politico da imprimere al governo del territorio, tanti i suggerimenti su come creare punti di contatto con la sinistra nel resto d’Italia e del mondo; numerosi sono anche i riferimenti alle questioni sindacali in carico all’universo contadino e operaio.
In merito a quest’ultimo tema c’è una lettera davvero illuminante, fortemente affine nei contenuti alla trattazione delle problematiche lavorative attuali, incredibilmente concorde al clima e ai fatti di questi giorni e, in particolar modo, a quelle manifestazioni tardive di associazioni di categoria e corporazioni che, ignorando le regole base dello “stare in piazza”, hanno spianano la strada ai fascisti di cui sopra. È una lettera del luglio 1903 in cui Francesco Picca descrive un improvviso sciopero dei marinai impiegati sulle paranze della flotta molfettese: “(…) domenica non vi era nulla per aria, neanche il più lontano sentore, nella notte poi all’ora di uscita delle paranze una ventina di giovani marinai aspettano sulla banchina gli altri, che andavano a lavoro e impediscono che s’imbarcassero. Di qui lo sciopero senza alcuna preparazione, strano e violento. Intanto essi stessi non sanno cosa vogliono e fin dove possano spingere onestamente le proprie domande. Discordi e ignoranti, padroni e marinai avvertono un disagio, gridano volendo rivalersi gli uni sugli altri senza badare che i primi son tutti indebitati e gli altri versano in miseria e non vogliono vedere che la causa della decadenza della classe bisogna ricercarla fuori”. L’antifascismo, l’opposizione ferma a tutti i fascismi, è una pratica quotidiana vecchia di un secolo ma che ringiovanisce a ogni occasione di tutela del singolo, di conciliazione sociale e di difesa della libertà collettiva. La difesa di questo nostro “abbominevole paese, come lo definiva Francesco Picca, ci compete sia che siamo marinai, sia che ci atteggiamo a capiparanza.

*presso Istituto Storico della Resistenza in Toscana

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