Caparezza: “Prisoner 709” Tour 2018 (Acireale) – di Flavia Giunta

16 febbraio. La fila che si snoda fuori dal Pal’Art Hotel di Acireale sembra non avere fine. Fa freddo, ma la folla pressante ha il pregio di riscaldare i singoli individui, come nelle colonie di pinguini. Migliaia di persone provenienti da tutta la Sicilia, e tutte accomunate da una sola cosa, quella sera: l’amore per la musica del rapper pugliese Michele Salvemini, in arte Caparezza. Si avverte nell’aria la fibrillazione dell’attesa: sappiamo già che stiamo per assistere ad un grande show. Sì, perché “Prisoner 709” non è un album come gli altri: per la prima volta l’artista ha intrapreso, mediante questo concept, un percorso di analisi introspettiva; in altre parole ha messo a nudo se stesso e le sue paranoie, paragonandosi a un galeotto chiuso nelle carceri dei suoi problemi, che riesce però ad evadere grazie ad un viaggio nel proprio inconscio. Ciò viene sottolineato dalle musicalità marcatamente più rock ed elettroniche rispetto ai lavori precedenti. Per questo ci aspettiamo tutti un tono più cupo, solenne e meno spensierato in confronto agli spettacoli cui Caparezza ci ha abituati. Quello che avverrà di lì a poco riuscirà sia a confermare le nostre ipotesi, che a lasciarci di stucco. Alle 21.00 circa, la marea vociante che si era disposta a riempire spalti e parterre piomba nel buio. Inizia a risuonare il beat caratteristico di tutto l’album, quasi un cuore pulsante; sul palco a “T” si dispongono i membri della band, i ballerini, le coriste in abiti da carcerati e al centro appare una grande bolla illuminata dai fari: è da lì che Caparezza uscirà tra grandi clamori intonando la prima canzone dello spettacolo nonché del disco, Prosopagnosia, scritta in collaborazione con John De Leo. Il titolo del pezzo è un chiaro riferimento alla patologia che causa l’incapacità di riconoscere i volti delle persone care, o di se stessi. L’artista ci introduce nella sua prigione, fatta di dubbi, ripensamenti e feroce autocritica. I colori sul palco sono solo bianchi o neri; i ballerini sono vestiti da corvi che fanno da guardia alla “cella” con movimenti sinuosi e inquietanti. 
“…Un video di chirurgia ricorda a me stesso / che può essere sgradevole guardarsi dentro / fino a diventare oggetto del proprio disprezzo / e dire: ‘Sono io sputato quello nello specchio’”Neanche il tempo di riprenderci dalla repentina immersione in queste atmosfere, che dal palco partono delle alte fiammate e inizia Prisoner 709, potente traccia in cui il musicista delinea la propria condizione di prigionia mettendola a confronto con la condizione dei dischi in fila sullo scaffale, ormai in disuso in questa epoca digitale. “…Ho un titolo di studio stampato su copertina / ma non mi prende nessuno, qua non è più come prima / Cerco me stesso, quindi un supporto che ormai / nessuno può darmi, puoi contarci, seven o’ nine!” Il brano successivo viene introdotto da un ironico intermezzo. Sul palco è comparsa un’enorme lavatrice alata, e una voce fuori campo recita: “Lava le coscienze. Monda i peccati”. Poi, la testa di Caparezza sbuca dall’oblò della suddetta lavatrice e inizia a cantare Confusianesimo, una pungente critica alla necessità dell’uomo di un costante conforto spirituale
“…Forse sarà l’età, ma voglio un culto da osservare / per essere libero di privarmi della mia libertà…” ma è con il pezzo successivo che si raggiunge il clou di questa prima parte del concerto. Una Chiave è uno dei più bei testi che siano mai usciti dalla penna del rapper di Molfetta: una sorta di dialogo introspettivo fra il Michele di oggi e il Michele adolescente. La canzone inizia con il “grande” che incoraggia il “piccolo”, perché sa cosa ha passato ma sa anche che ne verrà fuori; la situazione finisce però col ribaltarsi: “Potessi apparirti come uno spettro lo farei adesso / ma ti spaventerei perché sarei lo spettro di me stesso / E mi diresti: ‘Guarda, tutto a posto / da quel che vedo, invece, tu l’opposto / Sono sopravvissuto al bosco ed ho battuto l’orco / lasciami stare, fà uno sforzo, e prenditi il cosmo / E non aver paura che’…” ed è a questo punto, prima del ritornello finale, che l’artista viene sollevato in aria su una chiave volante, sopra la folla in subbuglio. A fine canzone gli applausi si sprecano, gli occhi sono lucidi, siamo rapiti. Atmosfere più leggere arrivano con il brano Ti fa stare bene, primo singolo estratto dall’album, con i suoi cori di bambini nel ritornello e la musica allegra e incalzante. Tutti cantano e saltano, mentre sul palco vengono proiettati colorati disegni infantili e grossi palloni rimbalzano sulla calca. “Scusa, non dormo sulla mia Glock 17 / sognando corpi che avvolgo come uno stock di cassette…”. Migliora la tua memoria con un click, scritta insieme al bravo Max Gazzé, ci riporta ad un contesto più psichedelico, con i danzatori che si muovono come dei robot seguendo la sonorità elettronica bassa e pulsata. “Non aver paura di invecchiare: / l’età che si dimostra attrae, vedi Persepoli / Non aver paura di stonare: / non le popstar, le campane suonano per secoli”Dopo è il momento di Larsen: cupo brano che descrive con accuratezza la patologia di cui Caparezza si è accorto di soffrire pochi anni fa, l’acufene. Ballerini travestiti da orecchie giganti passeggiano per il palco, mentre Michele canta: “Credevano che fossi matto / Volevano portarmi dentro / Ho visto più Medici in un anno / che Firenze nel Rinascimento”A seguire, una movimentata canzone resa ancora più attuale dagli ultimi fatti di cronaca: L’uomo che premette, il cui ritornello diviene un gioco di parole fra “premettere” e “premere il grilletto”… è una sorta di satira su come la violenza sia ormai legittimata dalla mentalità dell’italiano medio. Il cantante indossa ora una maglia con stampato su un bersaglio di tiro, e saltella insieme a noi intonando le sue frecciate. “Fuori dalla rotta ognuno è criminale alla deriva / Di sensibile stavolta mi rimane la gengiva / Non posso cambiare me, posso cambiare mira / L’invettiva è la mia malattia, la malattia invettiva!” Finito il brano, attacca l’intro della bizzarra Minimoog e Caparezza si siede su un lettino da psicanalista, il quale non tarda a trasformarsi in un’auto che l’artista guida verso la canzone della sua evasione definitiva, quella grazie a cui riesce a guardare dentro se stesso e a sconfiggere i propri demoni: Autoipnotica. L’incerto carillon dell’apertura del brano si diffonde per la sala, mentre noi assistiamo alla “fuga”“La mia macchina è il cursore di una lampo sulla linea tratteggiata / Guardo nel retrovisore, dietro me si sta scucendo l’autostrada…” 
E’ fatta. Sulle note di Prosopagno Sia!, cantata dalle coriste, Caparezza è evaso… è qui che cambia completamente l’atmosfera dello spettacolo; siamo ormai fuori dal concept di “Prisoner 709” e la seconda metà del concerto sarà completamente incentrata sulle più spensierate canzoni dei vecchi album, tutte inframmezzate da dialoghi comici e irriverenti fra Michele e l’inseparabile Diego Perrone (la seconda voce), ma anche da monologhi del cantante, fra cultura e denuncia… e quale inizio migliore di Fuori dal Tunnel, il brano che nel lontano 2003 consacrò il cantante alla fama internazionale e che, contro il proprio stesso significato (vale a dire di protesta contro il divertimento ostentato), divenne l’inno di ogni discoteca e lido in quel periodo? Si potrebbe scommettere che tutto il pubblico presente ne conosca a memoria il testo. Segue Legalize the Premier, un trascinante reggae nato grazie a una collaborazione con gli Alborosie il cui testo bersaglia un noto ex Presidente del Consiglio: direttamente dal graffiante album “Il Sogno Eretico” (2011). Proviene invece da “Museica” (2014Non me lo posso permettere, con il suo violino irriverente e l’andamento saltellante che ci contagia tutti quanti. Il pezzo successivo è l’intelligente Jodellavitanonhocapitouncazzo, uno dei primi in cui Caparezza prende di mira proprio se stesso, con incredibile cinismo e autoironia: adesso sul palco ballano tanti sosia di Michele. Un’animazione di valigie colorate ci introduce alla spietata Goodbye Malinconia, mentre attimi di emozione arrivano grazie a China Town, un delicato elogio all’arte della scrittura e alla sua capacità di curare l’anima. Il rapper indossa una tuta da apicoltore durante il brano seguente, La fine di Gaia; prima di attaccare con le sue rime, sbraita infatti: “Se proprio volete far finire il mondo, dovete uccidere tutte le api! In quattro anni il pianeta si estinguerà!”Siamo ormai vicini alla fine, ma non può mancare all’appello una delle hit più famose del repertorio di Caparezza: Vieni a ballare in Puglia viene anticipata da un siparietto in cui il cantante “venera” – in modo sottilmente satirico – un grande spaventapasseri, che però si rivela poi essere un pretesto per introdurre Mica Van Gogh, parlando dei pensieri depressivi che hanno avvelenato la vita del grande pittore e che sono stati dallo stesso raffigurati come corvi, appunto, nel suo ultimo dipinto. Adesso per concludere lo spettacolo mancano solo i bis, che saranno ben tre: Avrai ragione tu, con tanto di bolscevichi a ballare sul palco, l’arrabbiata Vengo dalla Luna contro il razzismo (introdotta da un vero e proprio sbarco del cantante sul satellite), e un’insperata Abiura di Me dopo i saluti generali, quando sembrava che il concerto fosse proprio finito. Mentre tutti i membri della band, le coriste, i ballerini e ovviamente lo stesso Caparezza salutano ancora una volta la folla che li ha accolti e ringraziano tutti, ma proprio tutti, viene mandata in sottofondo Sogno di Potere. Noi non vorremmo mai andarcene, ma quando ci rassegniamo all’evidenza capiamo che non dimenticheremo facilmente l’esperienza che abbiamo appena vissuto.

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