Caparezza: “Argenti Vive” (2014) – di Francesco Picca

Filippo Cavicciuoli era solito cavalcare per le vie di Firenze con una postura strana, con le gambe ben aperte, si ché gli fosse più agevole colpire il volto di chiunque incrociasse a piedi la sua strada. Ma questa è solo una diceria. È certo, invece, che il Filippo avesse il vezzo di ferrare i propri cavalli con ferri d’argento e pertanto nella Firenze della metà del XIII secolo era meglio noto come Filippo Argenti. Il Boccaccio, nella nona giornata del suo Decameron, lo descrive come “sdegnoso, iracundo e bizzarro”, offrendo una conferma provata alle illazioni messe in prosa anni prima da Dante o, forse, semplicemente influenzato da quanto il Sommo Poeta aveva sceneggiato nel Canto VIII dell’Inferno. Giunti al quinto cerchio, quello degli iracondi, Dante e Virgilio inciampano in un dannato che, ergendosi dal fango in cui è immerso, domanda al fiorentino il perché del suo essere giunto anzitempo negli Inferi. Bella domanda, considerando come sia lo stesso Dante a vergarla di suo pugno rivolgendola a sé stesso. La reazione di Dante è perentoria, brusca, verbalmente violenta, e trova l’appoggio e la complicità di Virgilio. I due stringono un sodalizio ferreo, intrecciato di parole e di intenti, che stona alquanto con la compostezza che aleggia abitualmente tra i versi della Commedia: ricacciano l’Argenti nella melma e lasciano che sia dilaniato dagli altri iracondi.
La cura particolare che Dante riserva alla famiglia dell’Argenti trova conferma dalla presenza di un altro suo componente, Tegghiaio Aldobrandi, tra i sodomiti, nel settimo cerchio. Immagino un detective cazzuto e arguto, in piedi davanti alla sua lavagna trasparente riempita da un collage di fotografie e appunti, mentre tortura un chewing gum, sorseggia un caffè imbevibile per un qualunque abitante dell’arco mediterraneo e si domanda quale sia il movente. Il movente va ricercato nella politica fiorentina del tempo e nelle dispute personali tra la vittima e il carnefice. Pare infatti, ma qui il vox populi cede il passo ad alcuni riferimenti storiografici, che il guelfo nero Argenti si fosse opposto al rientro a Firenze dell’esiliato Alighieri, vendicando in tal modo il precedente spocchioso disinteresse del Poeta per una sua bega giudiziaria. Alcune prove indiziarie parlano addirittura di un sonoro schiaffo assestato dall’Argenti a Dante e di un’appropriazione indebita dei beni confiscati all’esiliato da parte della famiglia del baldanzoso Filippo
La trasposizione delle schermaglie familiari in terzine abbassa a latitudini meno auliche il tenore della grande opera dantesca e apre il campo a critiche e interpretazioni non del tutto scontate. Forse sono maturi i tempi in cui, senza farci impaludare da certa reverenziale soggezione, possiamo cedere alla legittima e lusinghiera spinta di contestare la condotta del poeta fiorentino, uomo tra gli uomini, in quanto tale caduco e fallace.
L’assist ci è offerto da Michele Salvemini, alias Caparezza. Il ragazzone di Molfetta, ormai uomo fatto, ha sfoderato per l’occasione le lame più affilate in sua dotazione e ha sfilettato il Sommo Poeta con le parole di Argenti Vive, una delle diciannove tracce dell’album “Museica” (Universal Music Group 2014), ciascuna delle quali ispirata da un’opera pittorica. Il brano concede il diritto di replica al vituperato Filippo e prende spunto da una illustrazione di Gustave Dorè, apprezzatissimo artista francese della metà dell’ottocento che mise il proprio talento al servizio, tra gli altri, di Dante, La Fontaine e Cervantes. Il testo di Argenti Vive non si può commentare: rischierei di tralasciare qualcosa, di sminuire l’efficacia della lirica, di diluire il senso dirompente e dissacrante di ogni singola parola sciorinata da Caparezza sotto la luce abbagliante di una base sonora feroce affidata alle schitarrate metal e alle mitragliate della sessione ritmica. È un pezzo di grande rottura, di denuncia, di rivendicazione; una brusca inversione a U in mezzo al traffico con la conseguente folle corsa contromano. È una traccia da ascoltare e riascoltare più volte, testo alla mano, per apprezzarne gli incastri, le metafore, la ricchezza degli innumerevoli spunti. Concedetevi il punto di vista della mazza chiodata in luogo di quello della rima baciata.

“Mentre solcavamo l’immobile palude, mi si parò davanti uno spirito coperto di fango / Allungò verso la barca entrambe le mani ma Virgilio pronto lo respinse dicendogli / “Via di qui, vattene a stare con gli altri maledetti!” / Ed io:” Maestro sarei molto desideroso, prima di uscire dalla palude, di vederlo immergere in questa melma” / Poco dopo vidi gli iracondi fare di lui un tale scempio, che per esso ancora glorifico e rendo grazie a Dio / Tutti insieme gridavano: “A Filippo Argenti!” / Ciao Dante, ti ricordi di me? Sono Filippo Argenti / Il vicino di casa che nella Commedia ponesti tra questi violenti / Sono quello che annega nel fango, pestato dai demoni intorno / Cos’è vuoi provocarmi, sommo? / Puoi solo provocarmi sonno! / Alighieri, vedi, tremi, mi temi come gli eritemi, eri te che mi deridevi? 
Devi combattere, ma te la dai a gambe levate, ma quale vate? Vattene! / Ehi, quando quando vuoi, dimmi dimmi dove! / Sono dannato ma te le do di santa ragione! / Così impari a rimare male di me, io non ti maledirei, ti farei male Alighieri! / Non sei divino, individuo / Se t’individuo, ti divido! / È inutile che decanti l’amante, Dante, provochi solo cali di libido! / Il mondo non è dei poeti, il mondo è di noi prepotenti! / Vai rimando alla genti che mi getti nel fango, ma io rimango l’Argenti! / Argenti vive, vive e vivrà, sono ancora il più temuto della città / Sono Ancora il più rispettato, quindi cosa t’inventi? / Se questo mondo è l’Inferno allora sappi che appartiene / A Filippo Argenti! / Poeta tu mostri lo sdegno / A Filippo Argenti! / Ma tutti consacrano questo regno / A Filippo Argenti! / Le tue terzine sono carta straccia / Le mie cinquine sulla tua faccia / Lasciano il segno  
Non è vero che la lingua ferisce più della spada, è una cazzata / Cosa pensi tenga più a bada, rima baciata o mazza chiodata? / Non c’è dittatore che abdichi perché persuaso / Pare che più nessuno sappia nemmeno che significhi abdicare, ma di che Parliamo? / Attaccare me non ti redime, eri tu che davi direttive, per annichilire ogni Ghibellino, Cerchio 7, giro primo! / Fatti non foste per vivere come bruti, ben detta / Ma sputi vendetta / Dalla barchetta di Flegias / Complimenti per la regia! / Argenti vive, vive, vivrà, alla gente piace la mia ferocità, persino tu che mi Anneghi a furia di calci sui denti, ti chiami Dante Alighieri, ma somigli Negli atteggiamenti 
A Filippo Argenti! / Poeta tu mostri lo sdegno / A Filippo Argenti! / Ma tutti consacrano questo regno / A Filippo Argenti! / Le tue terzine sono carta straccia / Le mie cinquine sulla tua faccia / Lasciano il segno / Stai lontano dalle fiamme, perché ti bruci / Guardati le spalle, caro Dante, è pieno di Bruti! / Tutti i grandi oratori sono stati fatti fuori / Da signori, volenti e nerboruti / Anche gli alberi sgomitano per un po’ di sole / Il resto sono solo inutili belle parole / Sono sicuro che in futuro le giovani menti / Saranno come l’Argenti e l’arte porterà il mio nome! / Filippo Argenti! / Filippo Argenti! / Filippo Argenti! / Filippo Argenti! / “Lo lasciammo là nella palude e non racconto altro.”

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