Cage the Elephant: “Tell me I’m Pretty” (2015) – di Flavia Giunta

Vi siete mai chiesti quanti gruppi musicali esistano – o siano mai esistiti – al mondo? Un numero spropositato, probabilmente. Impossibile conoscerli tutti, o quantomeno ascoltare almeno un brano di ciascuno di essi, pur supponendo di avere il tempo di andarseli a cercare singolarmente. Questo è un vero peccato, perché chissà quanta musica che potrebbe piacerci ci stiamo perdendo solo perché nel nostro Paese la band tal dei tali non è conosciuta e non se ne sente parlare, oppure le stazioni radio trasmettono in fin dei conti sempre le stesse tracce? In questi casi dobbiamo ringraziare la curiosità personale, i libri, le riviste musicali, Youtube, Spotify, Shazam e chi più ne ha più ne metta. I Cage The Elephant sono uno di quei gruppi che facilmente in Italia ci si può “perdere”: famosi nella scena indie rock americana, ma non al punto da varcare l’oceano con più di qualche singolo mandato in onda da poche radio specializzate. Una volta scoperti, però, non passano inosservati: con il loro sentore a metà strada tra Arctic Monkeys, Kasabian, Led Zeppelin, Nirvana e, perché no, anche Beatles e Tame Impala. Questi cinque ragazzi provenienti dal Kentucky sono capaci di fornire delle atmosfere talvolta energiche, talvolta sognanti e psichedeliche. I singoli si appiccicano in testa in maniera estremamente facile, delle vere e proprie hit: merito sia delle sonorità appena descritte, che della voce del cantante Matt Schulz, unica nel suo genere, acuta e misteriosa. “Tell me I’m Pretty”, uscito nel 2015, non fa eccezione rispetto ai precedenti successi della band: si sente il lavoro della mano sapiente di un produttore come Dan Auerbach, a sua volta frontman dei Black Keys e impeccabile anche nel suo lavoro da discografico. In questo disco si nota comunque una certa “inversione di rotta” per quanto riguarda il suono: rispetto all’album di debutto “Cage the Elephant” del 2008, più improntato al rock classico e movimentato, e rispetto ai successivi “Thank You, Happy Birthday” (2011) e “Melophobia” (2013), di cui soprattutto il secondo più intimista, qui si ha una percepibile tendenza alla psichedelia. E’ ciò che si sente nella parte centrale dell’album, particolarmente in tracce come Trouble e la ballata How Are You True. Queste danno l’impressione di fluttuare in un mondo colorato e sconosciuto, e non possono neanche definirsi rock, come se costituissero un genere nel genere. Eppure, l’incipit del disco era stato ben diverso: Cry Baby e Mess Around sono in sostanza blues distorti e movimentati, molto vicini al mondo musicale di Auerbach e che potrebbero trarre in inganno l’ascoltatore, se ci si aspetta che tutto il disco segua questo andamento. In particolare Mess Around, primo singolo estratto e tipica hit da compilation indie, a detta degli autori è stata ispirata dallo stile di David Bowie. Si procede con Sweetie Little Jean, che ricorda molto da vicino gli Arctic Monkeys e, da qui, comincia la discesa graduale verso la parte psicotropa dell’album, passando da Too Late To Say Goodbye e Cold Cold Cold (alquanto anni 70). Torniamo sulle tracce dei Black Keys con l’allegra – ma non troppo – That’s Right, che sembra quasi uscire da “Turn Blue” (disco del duo di Auerbach del 2014), seguita da Punchin’ Bag, di simile composizione ma poco più arrabbiata. Conclude l’opera la decima traccia, Portuguese Knife Fight, con una nuova influenza ancora non sentita in nessuno degli altri brani: non sembra anche a voi di sentire quell’Iggy Pop degli Stooges?. Concludendo, è chiaro come dalla miscellanea di influenze seguite nel corso del disco emerga un’identità propria dei Cage The Elephant, che li rende riconoscibili al primo impatto se li si ascolta, pur discostandosi dai primi lavori più “grezzi” e disimpegnati. Allo stesso tempo, con tutta la volontà di distaccarsi dalla propria dimensione originaria, l’album non riesce a superare in tutto e per tutto il suo predecessore “Melophobia”. Il risultato è un prodotto buono ma non esattamente esplosivo, che spicca solo in poche tracce, vale a dire quelle in cui i musicisti hanno osato di più.

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