Cage the Elephant: “Social Cues” (2019) – di Flavia Giunta

A due anni dal disco live “Unpeeled” e a ben quattro dall’ultima produzione in studio Tell Me I’m Pretty, l’elefante in gabbia dell’indie rock è tornato. E questo fa sentire a casa chi, come me, tiene diversi brani della band del Kentucky fra i suoi preferiti di Spotify; la voce metallizzata di Matthew Shultz e il sound così caratteristico, talvolta sonnolento e ipnotico, talaltra più movimentato ed energico ma sempre con quella punta di tristezza, rappresentano un ideale intermezzo orecchiabile tra un brano grunge e uno elettronico, gradevole e senza pretese, mai invasivo. Così, ci si chiedeva quando i Cage the Elephant sarebbero tornati con un disco di inediti. Ebbene, l’hanno fatto, e ciò ha soddisfatto i fan di vecchia data ma non ha convinto chi non li conoscesse ancora. Niente fuochi d’artificio, solo la riconferma di un determinato modo di far musica che può piacere o meno, tentando stavolta di strizzare l’occhio a generi più mainstream – complice la produzione di John Hill, noto per aver lavorato con artisti come Florence + the Machine, Eminem e Rihanna. Altra novità del disco è l’ulteriore incupirsi delle atmosfere, sia a livello musicale sia a livello del lavoro di paroliere; come molti altri gruppi musicali, i Cage the Elephant sono arrivati a quel punto della carriera in cui si cede al cliché della vita tormentata dell’artista disilluso – ma ciò non toglie che possano averne cavato un lavoro soddisfacente e non banale. Si dice inoltre che il frontman abbia riversato nei testi la delusione per il recente divorzio dalla moglie.
Per questi e altri motivi, “Social Cues” viene considerato il lavoro della maturità di una band che è sulle scene ormai dal 2008. Ma, a mio modesto parere, potrebbe avere ancora molto da svelarci. Una cosa che si può notare già al primo ascolto, e che probabilmente rappresenta il fil rouge che collega tutte le produzioni del gruppo in questione, è l’eterogeneità fra le singole tracce che compongono il disco. Diversità che però, in qualche modo, non stona e contribuisce a costruire ulteriormente la sonorità che distingue i Cage the Elephant dagli altri gruppi cosiddetti alternativi. Come i pezzi di un mosaico, le varie sfaccettature creano un insieme coerente e riconoscibile se ci capita di incrociare un loro pezzo alla radio mentre si fa zapping tra una stazione e l’altra. Sarà dovuto alla relativa omogeneità dei gruppi a cui questi artisti si ispirano (Beatles, Nirvana e Pixies da una parte, Kasabian e Arctic Monkeys dall’altra)? Non si sa, fatto sta che il risultato è quasi sempre equilibrato. Si passa da un’ouverture energica e quasi industrial, Broken Boy, che con i suoi veloci riff di chitarra e la voce arrabbiata del ritornello fa immaginare dei Black Keys alzatisi con il piede sbagliato, alla successiva title-track che invece ci riporta in lidi di suono più noti (“Tell Me I’m Pretty” risulta un paragone scontato, ma è fin troppo evidente, lo si sente riecheggiare chiaramente in Social Clues) e, forse proprio per questo, non graffia”.
È un peccato, dato che il testo della canzone in questione è uno dei più rappresentativi del mood dell’intero album: “Io non so se sia giusto vivere così / Starò nel retro, dimmi quando è finita / La gente mi dice sempre: amico, almeno sei alla radio”. Uh, ok Matt. Arriva poi Black Madonna, che mostra un tentativo di restare nella comfort zone mettendo però la punta del piede nel terreno dell’elettro-pop. Tentativo abbastanza riuscito. Il pezzo successivo è una delle vere sorprese del disco: Night Running, una collaborazione con il bravo Beck che viene condotta da un ritmo completamente diverso dal solito, un misto fra dub e reggae elettrificato che ci sembra di aver sentito altrove (qualcuno ha detto Twenty-One Pilots?). Convincente e trascinante. Si torna ancora alle origini con Skin and Bones; la modulazione della voce è di nuovo quella a cui i Cage ci avevano abituati, come anche gli effetti sognanti al sintetizzatore. Il singolo Ready to Let Go si muove sulla stessa linea ma, in più, contiene il ritornello più orecchiabile del disco – ed è subito “Melophobia” (2013). Subito dopo, altra sorpresa: l’arrabbiata House of Glass che sembra tirata fuori dagli Arctic Monkeys di “Favourite Worst Nightmare” come un coniglio dal cilindro, con il suo incedere sferzato da chitarra e basso e una rapidissima batteria. Quasi a concedere il riposo dopo una simile tempesta arriva Love’s the Only Way, una ballata spinta avanti dagli archi, malinconica e dolce. Anche qui le reminiscenze del passato abbondano.
Segue The War Is Over, vagamente in stile Black Keys e poco incisiva, che lascia il posto ad una Dance Dance cupa, distorta e paranoica ma funzionante. Si affacciano nuovamente gli archi in What I’m Becoming, una sorta di dolorosa confessione di Shultz ben resa dalla sonorità timida e strisciante, come se si vergognasse a chiedere perdono. Ma ecco di nuovo l’arrabbiatura, per l’ultima volta, in Tokyo Smoke che a modo suo vuole ricalcare l’andamento (e l’umore) del brano di apertura e di House of Glass prima del saluto finale di Goodbye, lenta, solenne, cullata dal piano. “Addio, addio, addio / Non piangerò / Dio sa quanto ci abbiamo provato”. Dopo diversi ascolti dell’intero disco vien voglia di andare ad abbracciare il frontman e portarlo a bere qualcosa per tirarsi su. Scherzi a parte, “Social Cues” nel suo insieme porta alcune piccole novità allo stile dei Cage the Elephant ma, come già detto, dà principalmente un’ulteriore conferma della loro identità artistica, oltre a dimostrare la loro crescita in senso musicale. Ne è passato di tempo dal garage rock di Ain’t No Rest for the Wicked, e gli elefanti in gabbia non vedono l’ora di dimostrarcelo sul palco, dove sanno dare il meglio di sé.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: