Buddy Guy: “Blues Singer” (2003) -di Maurizio Celloni

Se vi capita di fermarvi al Legend’s di Chicago per bere una birra o mangiare uno spuntino, può accadere che a servirvi sia un anziano e alto uomo di colore, affabile al punto che, se gli ispirate simpatia, potrebbe recitarvi uno dei suoi mantra: “Ascoltate le parole dei blues, narrano della vita di tutti i giorni: la gente ricca si sbatte per fare soldi, i poveri cercano di fare altrettanto e ognuno ha i suoi problemi con la moglie o il marito”, oppure suonarvi uno dei blues che lo hanno reso famoso. Quell’uomo è George BuddyGuy, proprietario del locale e ultimo “grande vecchio” del deep blues, capostipite del blues elettrico, assieme a B. B. King e Muddy Waters. Nato a Lettsworth (Louisiana) il 30 luglio 1936, ma trasferitosi a Chicago a settembre 1957, è un abile chitarrista nonché autore di blues epici quali Sit And Cry, Hoodo Man Blues scritto con Junior Wells, Baby (Baby, Baby, Baby), Ten Years Ago, Leave My Girl Alone, Stone Crazy, infine è vincitore di Grammy. Ha registrato per note e importanti etichette discografiche a Chicago, dalla Cobra di Eli Toscano, alla Chess, alla Checker, alla Delmark, collaborando in veste di session man con i grandi del blues: Little Walter, Robert Nighthawk, Sonny Boy Williamson II (Rice Miller) e Muddy Waters, con il quale suonerà per un certo periodo. Alla fine degli anni 50 forma uno splendido duo con l’armonicista Junior Wells, di seguito affiancato da una giovane cantante che diventerà un’icona del blues al femminile: Koko Taylor.
La tecnica chitarristica di Buddy Guy, caratterizzata da attacchi solistici feroci, tesi su una sola nota, ha influenzato generazioni di grandi chitarristi, tra i quali Jeff Beck, Bonnie Raitt, Stevie Ray Vaughan, Eric Clapton. Quest’ultimo ebbe a dire che “Guy è di gran lunga e senza dubbio il miglior chitarrista vivente, ha davvero cambiato il corso del rock and roll blues”. Non solo il virtuosismo chitarristico contraddistingue la sua musica, anche la voce ne è un fondamentale elemento, capace di arrampicarsi in falsetti vertiginosi e di ritornare a toni caldi, potenti e baritonali per interpretare diversi stati d’animo. Nell’artista blues la musica scaturisce, ora come ai primi del 900, dalla condizione di lavoratore sfruttato, di amante traditore e tradito, di bevitore incallito, di uomo che la sorte costringe a vivere di espedienti, dal “male di vivere” in una società conflittuale e contraddittoria. Nella sua lunga vita artistica Buddy Guy ha percorso le vie musicali tracciate dai “Maestri del Delta“, le innovazioni stilistiche evolutesi nei quartieri “neri di Chicago e Detroit fino a officiare, assieme a Bo Diddley e Muddy Waters, il matrimonio tra il blues tradizionale, il country e il rock, questi ultimi suonati in prevalenza da musicisti bianchi che trovavano nei vecchi “race records” a 78 giri degli anni 30 e 40, fonti inesauribili di ispirazione.
Nel 2003 Buddy Guy pubblica per la Silvertone Records l’album “Blues Singer“, dedicandolo a John Lee Hooker, morto nel giugno 2001. Si tratta di un bel disco suonato in modalità semi acustica: già questa è una rarità per un campione della chitarra elettrica. Nel disco infatti si mescolano mirabilmente brani di derivazione classica in stile country blues ad altri dalla purissima essenza chicagoana. Il vinile inizia con un pezzo composto da Nehemiah Skip James dal sapore arcaico, Hard Time Killing Floor. Il testo recita “I tempi sono duri qui e ovunque tu vada, i tempi sono difficili più che mai, sai… le persone stanno andando alla deriva di porta in porta” ma il falsetto del canto di Buddy Guy rende sospesa la sensazione di ineluttabilità della fatica del vivere. Un brano giocato tra voce e chitarra acustica dall’intensità profonda, dall’interpretazione sentita, che nella sua essenzialità racchiude tutto il mondo difficile del nero sofferente per povertà e discriminazione. Il secondo pezzo è un brano di John Lee Hooker e Bernard Besman, Crawlin’ Kingsnake, nel quale Eric Clapton e il re, B. B. King, si alternano agli assoli di chitarra acustica. Il testo, dalle chiare allusioni sessuali, narra la gelosia di un uomo – serpente: “Un re serpente strisciante, piccola, e voglio strisciare sul tuo pavimento, governare la mia tana. Non voglio che ti aggiri intorno al mio amico”, ma il tono della voce non è mai minaccioso, ha anche lui qualcosa da farsi perdonare. Nel brano la sezione ritmica accompagna i solisti efficacemente: Jim Keltner, con sapienti colpi di spazzola, e Tony Garnier al contrabbasso sfiora le consistenti corde delicatamente, conferendo al pezzo rotondità e pienezza.
Si passa a Lucy Mae Blues, composta da Frankie Lee Sims, uno dei cavalli di battaglia di Buddy Guy. Anche in questo pezzo Eric Clapton rende omaggio al Maestro impreziosendo il testo con un delizioso assolo in acustico. Batteria e contrabbasso valorizzano il canto – in modalità quasi narrativa – del leader ed esaltano le sapienti note della chitarra di Slowhand. Con la quarta traccia Can’t See Baby, firmata da Jack Nelson Owens, si ritorna al classico canto e chitarra. La voce prende il sopravvento in una supplica d’amore. Buddy Guy dimostra quanto il blues sia l’essenza ancestrale della sua anima di “figlio del Delta“. Una grande interpretazione che commuove, ascoltando a occhi chiusi si materializzano nella mente immagini di distese a perdita d’occhio di campi coltivati, fiumi che scavano la piatta e fertile terra, sudore per la fatica e l’umidità afosa di cui è zeppa l’aria, donne troppo stanche per pensare all’amore. Brano dall’intensità stratosferica. I Love The Life I Live è invece un celebre brano firmato da Willie Dixon. L’interpretazione di Buddy Guy è potente, con voce e chitarra in evidenza che si elevano dal tessuto sonoro intrecciato dal contrabbasso di Tony Garnier e dalla batteria di Jim Keltner. Arriviamo a Louise McGhee di Son House. L’intensità del pezzo sta nel magistrale tocco delle chitarre acustiche di Buddy Guy e Jimbo Mathus, combinate alla voce del leader, volitiva e affermativa. Il testo si dipana in un recitativo, tipico del canto dei coloni neri che sfuma piano nel tramonto rosso fuoco e prepara alla serata di agognato riposo dopo tanto lavoro.
Il secondo vinile si apre con Moanin’ And Groanin’, titolo composto da Johnny Shines. Il testo viene declamato tra falsetto e toni più grevi, le chitarre rispondono puntualizzando le parole con sapienti arpeggi. Due gli assoli di una bellezza cristallina che emergono dal tappeto di note intessuto da contrabbasso e batteria. Brano splendido. Si continua con Black Cat Blues, composta da John Lee Hooker e Bernard Besman. Il pezzo ha la forma del talking blues, con l’immancabile battito del piede sul tavolato del pavimento, tipicamente hookeriano, e le chitarre si rincorrono nel cesellare note attorno ad un singolo accordo. L’interpretazione di Buddy Guy rappresenta un atto di gratitudine nei confronti dell’amico John Lee Hooker. L’emozione potrebbe facilmente prendere il sopravvento nell’ascoltatore ma arriva la traccia successiva a salvare la lacrima, Bad Life Blues di Andrew Hogg e Joe Josea. Buddy introduce il brano con la sua voce accorata e una delicata chitarra svisa le note sul testo. La sezione ritmica fa capolino quasi con prudenza, per non distogliere troppo l’orecchio dalla straordinaria miscela di voce e chitarre.
Buddy Guy introduce il brano seguente invitando i suoi musicisti ad ascoltarlo mentre esegue Sally Mae, altro pezzo dell’amico John Lee Hooker, di cui ricordiamo la splendida versione suonata con George Thorogood nell’album “The Healer” del 1989. Nell’interpretazione di Guy, chitarra acustica e voce si fondono in un magico racconto, una supplica a Dio per far ritornare la sua donna che tutte le notti l’abbandona. Nel canto, accorato reso dall’accento tremulo delle vocali, si può cogliere tutta l’angoscia sprigionata dalla sensazione di abbandono per la fuga notturna della sua compagna. Nel penultimo pezzo, Anna Lee di Robert Nighthawk McCullom, ritorna la sezione ritmica a cadenzare questa notevole ballata blues dalle tinte tendenti al violetto profondo. Il brano ha un andamento lento e Buddy Guy canta quasi da crooner di nightclub, con la complicità benedetta del contrabbasso di Garnier e della batteria educata, appena sfiorata dalle spazzole di Keltner. Consiglio due dita di whiskey torbato per l’ascolto.
Il doppio vinile termina con Lonesome Home Blues di Willie Borum. Come si conviene, dopo una giornata di lavoro, è bello ritrovarsi attorno al caminetto e farsi prendere della nostalgia, accompagnandola con un goccetto di moonshine, un buon sigaro Virginia e una chitarra che accompagna il canto dolente ma al contempo consolatorio. È stupefacente Buddy Guy, chitarrista da platee infiammate dalle cascate di note della sua Stratocaster, ma che sa ripercorrere con grazia le strade polverose dei Padri del blues, la voce tonante ma capace in questo brano di farsi tenue, morbida e commovente. Ascoltatelo a occhi socchiusi e lasciatevi trasportare dal Dio (o dal Demonio, fate un po’ voi) del blues, ne uscirete con una serenità riconquistata. “Blues Singer” è un disco imprescindibile, uno di quegli album che rimangono nel cuore. Ogni tanto lasciate che la mano ricada sul dorso della copertina, ordinatamente riposta nello scaffale di casa, per farvi sognare, per aiutarvi a comprendere come il blues rianima le coscienze nei momenti in cui ce n’è bisogno. Ha ragione da vendere il grande vecchio Buddy Guy quando afferma: “The blues in alive and well”.

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