Bud Powell: La gioia tra le mani – di Gabriele Peritore

Probabilmente uno dei momenti più importanti della sua carriera Bud Powell lo tocca nel 1947 quando Charly Parker lo chiama a far parte della sua orchestra, nel pirotecnico quintetto che dà vita al progetto Charly Parker All Stars. Tra gli altri Miles Davis alla tromba e Max Roach alla batteria. Il destino mette insieme quella che probabilmente è la staffetta più importante del Be Bop. Parker e la sua tromba e Powell che con il pianoforte riesce a fare quello che Parker fa con il suo strumento. Bud, è il nomignolo di Earl Rudolph. Nato e cresciuto in una famiglia di musicisti, sviluppa affinità per il pianoforte fin da bambino; con lo strumento studia e si esercita a lungo su un repertorio classico, ma la scintilla che fa scattare l’innamoramento la percepisce con l’ascolto dei brani di James P. Johnson e Art Tatum. Bud Powell si porta dentro lo stile stride, lo metabolizza nel profondo e poi, quando finalmente lo sente suo, lo rivoluziona. Raggiunge una tecnica grazie alla quale riesce a svincolare le mani da qualsiasi fissità o riferimento. Entrambe le mani hanno la libertà di fare da armonizzazione o imprivvisazione melodica con arabeschi di fraseggi eseguiti ad altissima velocità. Grazie a questa tecnica riesce a riprodurre con il pianoforte gli assoli volteggianti che “Bird” improvvisava con la tromba. Le dita planano leggere sulla tastiera del pianoforte, sfiorano i tasti sulle punte dei polpastrelli, non sembrano nemmeno premerli, ma ogni tasto accarezzato, ogni nota spremuta, sprizza gioia musicale, gioia per chi ascolta, gioia per chi suona. Una gioia che Bud Powell aveva dentro anche se costretto a farla convivere con il malessere psichico. Una sorta di schizofrenia, incurabile per quei tempi. Una notte del 1945, alla fine di un concerto tenuto con il suo mentore Thelonious Monk, vagabondava per strada insieme a lui, tutti e due ubriachi, per smaltire l’adrenalina e coccolare la creatività. Vennero arrestati per bivacco, ma forse soltanto perché neri e sbronzi, da “vigilantes” privati e con l’occasione pestati di botte. I forti colpi ricevuti alla testa contribuirono notevolmente ad acuire la sua patologia. Da quella notte Bud iniziò a soffrire di fortissime emicranie, di amnesie, di disturbi del comportamento che non riusciva a tenere a bada con nessuna medicina, neanche con potenti psicofarmaci. L’unico momentaneo e illusorio sollievo lo forniva l’alcool o la Marijuana. In più di un’occasione negli anni è stato ricoverato per svariati mesi in cliniche, o arrestato per possesso di sostanze e sottoposto a quella che credevano la migliore cura in quel periodo, la terapia elettroconvulsiva. L’elettroshock, ovviamente, non migliorava affatto la sua salute anzi, ne minava ancora di più le condizioni fisiche. Nonostante la malattia e i ricoveri, per tutti gli anni cinquanta ha tenuto concerti memorabili, ha suonato con i più grandi musicisti del periodo e composto alcuni dei brani più belli che il Jazz possa vantare. Pezzi come Dance Of The InfidelsUn Poco Loco, Tempus Fugue It o Bouncing With Bud, trasportano la sua gioia musicale fino a noi oggi. Nel 1959 decide di rimettersi in sesto fisicamente e si allontana dal suo ambiente trasferendosi a Parigi, dove vive un barlume di temporaneo benessere. Suona in Jam Sassion con Kenny Clarke e Pierre Michelott e dal vivo riesce ancora a sprigionare tutto il suo talento. Il fisico indebolito, però, non ha più le difese necessarie a respingere gli attacchi esterni. Contrae la tubercolosi e la dipendenza dall’alcool lo abbatte ancora di più. Negli ultimi anni si lascia andare, perde quasi la vista, non riesce più ad affrontare i sintomi sempre più gravi della sua malattia. Muore all’età di quarantuno anni in totale deriva. Se un pizzico di quella gioia che trasmetteva con la sua musica, oltre che provarla mentre la eseguiva, la avesse conservata per sé, la sua vita, probabilmente, sarebbe stata meno tormentata e più lunga; ma non possiamo intrometterci tra quello che la Musica dà e toglie e dobbiamo ritenerci fortunati se Bud Powell ci ha dato la possibilità di ascoltare ancora e per sempre il suo talento gioioso.

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Un pensiero riguardo “Bud Powell: La gioia tra le mani – di Gabriele Peritore

  • Aprile 29, 2017 in 11:17 am
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    come diceva al tempo “tale” Bill Evans a proposito di BP, forse la sua più grande fonte d’ispirazione di derivazione jazz, “nobody could measure up to him”…

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