Brunori Sas: “Cip!” (2020) – di Flavia Giunta

È tornato. A tre anni di distanza dall’ultimo, fortunato “A casa tutto bene” (2017), Dario Brunori, il cantautore delle piccole cose, ha sfornato un disco che non fa altro che confermare un determinato modo di essere, di vedere il mondo e di fare musica. Basta ascoltare le prime note de Il Mondo Si Divide per riconoscere l’impronta inconfondibile del musicista calabrese, la cui poetica è sempre stata caratterizzata dall’interesse per l’umanità, partendo dall’infinitamente piccolo – il sé: non solo l’autobiografismo, ma le emozioni dell’individuo in generale, i piaceri e le tristezze delle persone – per arrivare all’infinitamente grande – ciò che è collettivo, dalla politica fino alla ricerca del senso del nostro essere su questo pianeta. In “Cip!” c’è tutto questo, condensato in undici brevi brani spesso molto diversi tra loro, ma che hanno in comune quello stile inconfondibile di una sorta di De Gregori naif e sempre più pop. Non si può non notare una certa omogeneità negli arrangiamenti, come se il Nostro avesse infine trovato un giusto compromesso tra la musica che ama fare e quella che il pubblico italiano ama ascoltare e, vi si sia, giustamente, accomodato.
La produzione vede lo zampino di Taketo Gohara, che ha collaborato con una buona parte del cantautorato italiano attuale: per citare solo alcuni esempi, Vinicio Capossela, Motta ed Elisa. Insomma, è chiara la necessità di creare un prodotto di qualità ma strizzando al contempo l’occhio alle tendenze musicali di oggi, che vedono l’indie-pop italiano invadere le classifiche. Il brano di apertura ci fornisce la summa dell’intero disco: Il Mondo Si Divide narra dell’armonia tra gli opposti, partendo da due posizioni inconciliabili per concludere, con una certa rassegnazione sorridente, che tutto fa parte dello stesso universo e che dunque “la divisione, intesa come dividere me da te o dividere me da quel fiore, è un’operazione che è comunque fatta dalla mente e che spesso e volentieri ti inganna” (parole di Brunori). Questa specie di relativismo viene resa musicalmente con un motivetto semplice, dettato all’inizio da suoni infantili di pianoforte giocattolo, windchimes e glockenspiel, e che si apre verso il finale con solennità grazie ad archi e coro. In Capita Così si retrocede ad un aspetto più personale, ma non meno universale: quello del fare il bilancio della propria vita e del fare i conti con le cose spiacevoli che ci sono accadute.
Come la morte di un padre a cui non hai potuto dire addio. C’è una sorta di contrasto fra il testo, effettivamente malinconico, e l’andamento energico del brano; solo verso la fine si ha una conciliazione tra i due aspetti, cioè quando il cantautore si apre a un finale più ottimistico (“E accade il miracolo, è un miracolo – accade in un attimo, è un attimo – una gioia che infiamma di nuovo il tuo cuore – e ti fa dire che in fondo alla fine andrà bene – e alla fine va bene”). Si muove sullo stesso terreno la successiva Mio Fratello Alessandro, brano dalle musicalità variegate che, con dolcezza, spazia dall’importanza di prendersi cura dei propri cari alla consapevolezza che ognuno di noi, in fondo, è buono e chi non lo è, è soltanto un po’ solo. E così si torna al concetto iniziale, che c’è una luce che sta in tutte le cose; quest’ultimo può essere considerato come il leitmotiv che percorre per intero “Cip!”. Ne abbiamo un ulteriore esempio nella quarta traccia, Anche Senza di Noi. Nel riassunto morale dell’album il cantautore esprime una grande verità, cioè che per quanto noi possiamo sentirci importanti, siamo minuscoli in confronto alla grandezza del mondo, per non dire del cosmo, e la nostra influenza sugli eventi è minima.
Una filosofia spicciola che viene accolta con positività, come sembrano suggerirci il coro che scandisce il motivetto della canzone dall’inizio alla fine, il pianoforte e il finale con sonagli e chitarra. Il brano successivo riprende la dimensione dell’amore, un tema molto frequente in Brunori e che verrà trattato più efficacemente fra qualche altra traccia, come se La Canzone Che Hai Scritto Tu fosse solo un preludio, un’introduzione. La struttura ricorda quella Canzone Contro La Paura di “A casa tutto bene”, poiché anche qui si ha una “canzone che parla di altre canzoni”, nel caso specifico di se stessa. Il risultato è buffo, tenero, vagamente inconcludente ma con un suono che giunge al suo scopo, grazie alla slide guitar. Completamente diverso da Al Di Là Dell’Amore, che con il suo ritmo cadenzato quasi anni 80 e la tonalità minore, segna un cambiamento di rotta rispetto ai brani precedenti, sia per quanto riguarda la musicalità che le tematiche. In questa invettiva, infatti, Brunori riprende la sua crociata contro la banalità del male, indirizzando garbate polemiche contro una determinata fetta di mondo che sembra aver perso la rotta giusta, quella dell’amore, al di là di ogni confine stabilito a tavolino. I riferimenti alle morti dei migranti per mare sono molteplici. Il brano, scelto come primo singolo estratto, funziona; di sicuro è il più radiofonico tra i pezzi di “Cip!”.
Non solo per i temi delicati, ma anche per la sua costruzione, che vede una sorta di climax inverso tra strofe (aspre), ritornello (speranzoso) e finale (solenne). Dopo questo momento impegnato si torna ad una dimensione più intima e fanciullesca propria di Brunori con Bello Appare Il Mondo, che somiglia ad una versione rivisitata de Il Costume Da Torero, con la sua prospettiva semplice e netta, come dagli occhi di un bambino, anzi due: suo nipote Francesco e Lorenzo, il figlio del suo tastierista, entrambi nominati nella prima strofa. Il suono ricalca perfettamente il senso della canzone, con una predominanza di voce, chitarra acustica e qualche tocco di mandolino. La successiva Benedetto Sei Tu, a dispetto del titolo evocativo di qualche canto religioso, esplora al contrario le incoerenze insite nelle confessioni e sottolinea il bisogno di un’etica più profonda e vera (Sia benedetta l’energia delle persone – che si abbracciano lo stesso, anche senza religione – quelli che lo sanno ancora cosa è bene e cosa è male – senza che ci sia un padrone a doverglielo spiegare). Il tutto in una cornice allegra e movimentata data da batteria, basso, fiati, cori, chitarre. Ma il vero momento “strappalacrime” del disco viene raggiunto con Per Due Che Come Noi, che segna il picco della sincerità dell’autore, sebbene egli stesso abbia specificato che questa non sia la canzone in cui vede meglio riflessa la propria storia d’amore. In questo brano delicato ma complesso, arricchito da un’intera orchestra di archi che si intreccia alle armonie della celesta, Brunori delinea le dinamiche di un amore che dura da vent’anni, usando l’espediente del dialogo diretto (Vuoi fare l’amore, o vuoi solo godere?).
Non si tratta solo di una declamazione della bellezza di questo sentimento, ma di una messa a nudo di tutti i suoi aspetti, anche quelli spiacevoli, che inevitabilmente si incontrano quando si prova qualcosa di tanto forte e tanto a lungo. Il riferimento a Lucio Dalla è esplicito, come afferma l’autore stesso. Forse in nessun altro pezzo dell’album viene raggiunto un livello di qualità del cantautorato simile. Una dichiarazione così profonda richiede un momento di leggerezza; è quello che viene fornito da Fuori Dal Mondo, una specie di canto hippie in difesa delle persone che non hanno ceduto al cinismo e sanno ancora coltivare sogni. Nata in principio per fare autoironia sul modo di essere proprio del cantautore (e del disco), così ingenuo ed effettivamente “fuori dal mondo”, la canzone finisce per elencare caratteristiche che gli appartengono realmente, aggiungendo un retrogusto vagamente ecologista. A sostenere il tutto, un arrangiamento grazioso, tropicale e quasi da cartone animato. Un tono completamente diverso dalla conclusiva Quelli Che Arriveranno; evidentemente il musicista ha deciso di chiudere il disco con una nota di dolcezza amara. Si parla qui di un bambino con problemi di cuore, che sa che non vivrà a lungo e si domanda come saranno gli uomini che vedranno il futuro che a lui è stato negato. Sono il pianoforte e la voce ad accompagnare il brano, fino alla conclusione dell’album. Si può dire che “Cip!” consacri la maturità di Brunori, senza apportare cambiamenti al suo stile ma piuttosto marcandolo e definendolo ancora di più, insistendo su caratteristiche che erano finora state abbozzate. Forse un gradino al di sotto di “A casa tutto bene”, ma comunque gradevole e pregnante di significato. A partire dalla copertina, realizzata dall’artista italiano Robert Figlia e raffigurante un pettirosso, senza sfondi né ulteriori abbellimenti. L’obiettivo di questa scelta viene spiegato da Brunori con la volontà di lasciare libero l’ascoltatore di dare un proprio senso all’immagine e, conseguentemente, al disco che la riporta. Noi ci abbiamo visto semplicità, genuinità e un piccolo tocco di fantasia. Praticamente le caratteristiche principali di Dario Brunori.

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