“Brunori a teatro – Canzoni e monologhi sull’incertezza” (Catania, tour 2018) di Flavia Giunta

21 marzo. La fila che si snoda al botteghino del teatro Metropolitan di Catania, la sera del 21 marzo, è fra le più ordinate che si siano mai viste. Composto soprattutto da persone over 30, il pubblico prende posto tra le tribune e nel parterre; ad assistere allo spettacolo anche il cantautore siciliano Colapesce: un attestato di stima nei confronti del collega Dario Brunori, in arte Brunori S.A.S., in onore dell’omonima impresa edile dei genitori. Questa tournée in giro per l’Italia non è neanche la prima avventura a teatro, per Brunori: aveva dato avvio a questa sperimentazione nel 2015, con “Brunori SRL, una società a responsabilità limitata”; solo che adesso il cantautore calabrese è notevolmente cresciuto in senso artistico: il suo album “A casa tutto bene”, uscito nel 2017, è stato insignito del Disco d’Oro e rappresenta una vetta di maturità nella produzione del musicista, toccando temi che spaziano dalla paura del diverso, al qualunquismo, al femminicidio e sempre con il piglio delicato e ironico che caratterizza la persona di Brunori. Per questo ci aspettiamo grandi cose da questa serata; ma chi non era mai stato ad un suo spettacolo a teatro non poteva immaginarsi l’abilità dell’artista nell’intrattenere il pubblico anche nei momenti in cui non fa musica, e nel suscitare allo stesso modo risate e riflessioni, alla pari di uno stand-up comedist professionista.
Lo show si apre con un dialogo immaginario, a sipario chiuso, fra le tre componenti di Brunori in conflitto: intelletto, cuore e pancia, di cui quest’ultima strappa le prime sonore risate dagli spalti, poiché dà voce ai nostri pensieri più prosaici e terra-terra. Poi, ecco che il palco si schiude e compare il cantautore, che si siede al pianoforte e intona i primi due brani della serata: Secondo me e La vita liquida. Da dietro un paravento, situato in mezzo al palco, si intuisce la presenza di una piccola orchestra: è quella che accompagna da sempre Brunori, e che lui provvederà poi a presentarci con calore. Questo paravento resterà sollevato per tutta la durata dei primi due brani, e del primo monologo dell’artista, un simpatico resoconto della sua vita da “terrone” emigrato a Milano, tra freddure ed esperienze culinarie… ma con l’occasione vengono trattati anche temi più impegnativi: è qui che il musicista calabrese cita un autore che lo ha ispirato più degli altri, il sociologo Zygmunt Bauman con il suo pensiero sulla liquidità; “società liquida”, “modernità liquida”, tutti modi per dire che il mondo sta cambiando.
E’ in questa situazione che risiede l’incertezza, l’argomento dello spettacolo. Vengono così introdotti i due brani successivi, che sono tra l’altro i più conosciuti dal grande pubblico: Lamezia Milano e Canzone contro la paura. Il brusio canticchiante proveniente dai posti a sedere fa capire come tutti, o quasi, conoscano i testi delle due canzoni. Non per niente, queste ultime rappresentano un sunto dello stile e dei temi del cantautore. “Scrivo canzoni poco intelligenti / Che le capisci subito, non appena le senti / Canzoni buone per andarci la domenica al mare / Canzoni buone da mangiare…” Il monologo seguente narra la storia di un uomo che compra una nuova macchina, e la custodisce così gelosamente da non farla mai uscire dal garage; quando scopre che la macchinina, animata di vita propria, è uscita autonomamente dal box e si è lasciata guidare da qualcun altro, l’uomo la cosparge di benzina e la brucia. Avevo già intuito dove Brunori volesse andare a parare con quella metafora: la struggente Colpo di pistola, una storia come tante che sentiamo al telegiornale (“…E poi perché l’ho fatto non lo so / Forse per non sentire ancora un altro no / Uscire dalla sua bocca adorata / Prima l’ho uccisa e dopo l’ho baciata”).
A seguire, Don Abbondio, con la sua amara denuncia dell’omertà sempre più diffusa. Brunori ci parla poi della paura, facendoci ridere narrando delle sue fobie da bambino (ma anche da adulto), e facendoci anche pensare a come questo sentimento adesso sia parte integrante del nostro confronto con l’altro, con la società, con il prossimo. Proprio su questo è incentrato l’intelligente testo de L’Uomo Nero, una canzone contro il razzismo che lascia sempre un po’ di amaro in bocca. Lascia poi il posto a Sabato bestiale e alla sua amara ironia. “Stasera sei cascato male / Con la tua barba da intellettuale / Io ho solo voglia di ballare / E di una femmina da castigare…”. E l’amore, la tematica principe di qualsiasi canzone, “perché alla fine dai, di cos’altro vuoi parlare?”, trova posto nello spettacolo? Certamente, con la suggestiva Diego e io: una vera e propria poesia musicata sul rapporto tra i pittori Frida Kahlo e Diego Rivera, con un arrangiamento leggermente diverso in questa versione live.
Sì, perché nel caleidoscopio del cantautore non sono affatto presenti solo tematiche ostiche. Il suo è un mondo colorato ed eterogeneo, fanciullesco eppure non immaturo: ce lo dimostra indossando un berretto da cordobés e introducendoci alla famosa Il costume da torero, altro suo cavallo di battaglia, spensierata ma anche acuta. Fino a questo momento, i pezzi provenivano tutti dal suo ultimo disco: arrivati quasi alla fine dello spettacolo, è l’ora di accontentare i fan di vecchia data. Brunori siede di nuovo al piano e propone Come stai, dal suo primo disco, e La Vigilia di Natale, dal terzo. Ma in definitiva, cosa dobbiamo pensare di questa “incertezza”? E’ un fatto positivo o negativo? Questo, conclude spiritoso l’artista nell’ultimo monologo della serata, rimarrà nell’incertezza. E termina lo show con La Verità e La vita pensata, canzoni che possono sembrare malinconiche ma che nascondono un messaggio di speranza. Proprio come Dario Brunori, che ad ascoltarlo non diresti mai che possa fare così ridere, che ha l’abilità di prendersi in giro e prendere in giro il pubblico senza risultare mai pesante, e di guardare alla realtà in un modo lucido e scanzonato, simpatico ma saggio… e dopo questo spettacolo, che potrà dirsi definitivamente concluso solo dopo i bis di rito (Kurt Cobain e Arrivederci Tristezza; l’artista si schernisce prima di eseguirli: “Scusate se ho scelto le canzoni più tristi per la fine, certe volte mi faccio venire il magone da solo”) e dopo un affettuoso saluto al pubblico, a tutti noi sembra di avere un nuovo amico… o di aver riscoperto un vecchio amico.

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