Bruno Munari: il lato gentile della rivoluzione – di Cinzia Farina

Comincia a lavorare giovanissimo (nasce a Milano nel 1907) presso uno studio di grafica ma, oltre che grafico e industrial designer, Bruno Munari è scrittore, saggista, pedagogo, poeta, illustratore, pittore, scultore, performer, fotografo, perfino cineastaUno sperimentatore a tutto campo, di tecniche, materiali, strumenti. Posseduto da una genialità leonardesca, tanto versatile e multiforme, quanto rigorosa, talora scambiata (assieme al garbo e alla leggerezza nel porsi) per facilità o superficialità e generalmente fraintesa nel suo aspetto fondante che era l’indagine intorno ai meccanismi di comprensione e modificazione della realtà e l’affinamento di un metodo che oggi definiremmo di pensiero divergente. Sta qui l’importanza della sua opera e del suo insegnamento. A partire dal futurismo, Bruno Munari ha attraversato, non di rado anticipandole, le esperienze cruciali del 900 artistico; ma lo ha fatto sempre da una posizione “laterale”, aliena per natura da ogni definizione e regola fissamente identitaria e autoreferenziale. Felicemente animato da un’ironia e autoironia dissacratorie che costituivano di per sé un antidoto a ogni rigida “purezza”, ogni retorica e intellettualismo assolutizzanteCosì, la “Macchina aerea” del 1930 (mobile prima dei mobiles di Calder) e le successive “Macchine inutili”, fino alle “Macchine aritmiche”, pur nascendo nell’alveo del futurismo sono – gioco più dada e già astratto – quanto di più lontano dal macchinismo roboante, dall’altisonante retorica del progresso che lo caratterizzava. Congegni lievi che si muovono con l’aria, aeroplani scherzosi che sembrano disegni di bambini, come antitesi realizzata, non programmatica e non urlata, all’aggressività bellica dominante. Del primo futurismo restano in lui idee base, come ben evidenziato dalla mostra del 2012 all’Estorick Collection di Londra, “Bruno Munari: My Futurist past”, curata da Miroslava Hajek (sua storica dell’arte, collaboratrice e curatrice fin dal 1969) e Luca Zaffarano (ideatore del sito/archivio Munart.org, sempre più ricco di approfondimenti tematici). Reinterpretate alla sua maniera e già contaminate dagli stimoli e incontri con i vari movimenti artistici d’avanguardia (dall’astrattismo al costruttivismo al Bauhaus allo zen giapponese) in un superamento sincretico e continuo: la sperimentazione di tecniche diverse nei più diversi ambiti espressivi, il gusto per la mescolanza non convenzionale dei materiali, la predilezione per quelli di uso comune, poveri e di scarto (carte, cartoni, fili, pezzi di legno a volte recuperati insieme ad altri oggetti dal mare), l’interesse per i giocattoli e le dinamiche aperte della creatività infantile, l’idea del movimento che seppe sviluppare fino in fondo, anticipando le successive ricerche cinetiche e ambientali e, soprattutto, l’istanza democratica di un’arte antielitaria, né prometeica né romantica, ma versata come “mestiere” nella concretezza della vitaLungo i suoi settant’anni di attività, Munari ha illustrato libri (tra cui quelli di Rodari e Orengo), ha realizzato copertine, ha collaborato con Mondadori e numerose riviste (come Tempo e Domus), progettato la grafica di collane per Bompiani, per Editori Riuniti, nonché quella innovativa (tra astratto e minimal) delle varie collane Einaudi tra il ’62 e il ’72, ha curato campagne pubblicitarie di aziende come Pirelli, Campari, Olivetti e Agip. Progettato una miriade di oggetti d’arredamento (specie per Danese) alcuni dei quali rimasti nella storia come la lampada “Falkland” in filanca del 1964 o l’“Abitacolo” del 1971 che gli valse il suo terzo Compasso d’oro. Come autore ha scritto saggi, manuali, poesie. Ha prodotto libri d’arte e di fotografie, giocattoli (tra cui quelli in gommapiuma per Pirelli, come il Gatto Meo o la Scimmia Zizi), giochi didattici a partire dal primo laboratorio pedagogico alla Pinacoteca di Brera nel 1977, fino ai celebri laboratori degli anni 90 con Beba RestelliCome artista ha inseguito il sogno di un’arte che si fa “totale”, che non muore inchiodata sulle pareti di case e musei ma, sospesa in aria o fatta oggetto, vive e respira nell’interazione con l’atmosfera e lo spazio/tempo abitato dal fruitore. Un’arte/ambiente sensibile che sollecita incontri, che interroga e risponde. Le “Tavole tattili”, la rete metallica sospesa e illuminata di “Concavo/Convesso” (la prima istallazione che sembra anticipare l’Arte povera e il Minimalismo), le videoistallazioni e le proiezioni a luce polarizzata, fino alle sperimentazioni cinematografiche (con musiche di Luciano Berio e Pietro Grossi) e sonore (la “Fontana a 5 gocce” di Tokyo del 1965). Non casuale il titolo della mostra di marzo/giugno 2017 al Museo Fico di Torino, curata da Claudio Cerritelli: “Artista totale Bruno Munari”Per indole e per scelta, si mantenne sempre e ovunque libero e “marginale”: dei futuristi fece la parodia, tra gli astrattisti fu il meno serioso, ai razionalisti e funzionalisti seppe mostrare il senso profondo dell’effimero, del gratuitamente ludico, dell’inutile. Le Forchette parlanti”, le “Sculture da viaggio”, ironica trasmutazione della fissità monumentale, i “Libri Illeggibili”, dove una semiotica altra fatta di colori, strappi, buchi e fili sostituisce quella delle parole; ricostruzioni teoriche di oggetti immaginari (tra astrazione, umorismo e riflessione filosofica su tempo storia e umanità) come il “Museo immaginario delle isole Eolie” o i “Fossili del 2000” o le “Scritture illeggibili di popoli sconosciuti”Sempre, in ogni realizzazione, lo stesso metodo progettuale che interroga l’oggetto, il materiale, l’idea, sulla base del dubbio, con un gesto spiazzante e demistificante (dada senza provocazione, umile e sorridente) che mira a deragliare dall’ovvio, dalla banalità del senso comune, da ogni stereotipo. Una rivoluzione gentile, nata da un grande senso di civiltà, un’etica profonda della responsabilità collettiva, che lo fa essere instancabile divulgatore e pedagogo appassionato. Dove la decostruzione dei meccanismi convenzionali del pensiero si incontra da un lato con la scienza e dall’altro con l’illuminazione zen che rivela l’invisibile attraverso l’essenzialità del gesto poetico che trasfigura. Da cosa nasce cosa, da un nulla, uno strappo, una piega, un filo, un po’ d’inchiostro su un torsolo di lattuga…
 
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *