Bruno Martino: “Estate” (1960) – di Francesco Picca

Bruno Martino è stato un grande pianista jazz, elegante e raffinato. L’abilità e l’intelligenza compositiva, unite alle numerose esperienze vissute nel nord dell’Europa a contatto con un pubblico educato all’ascolto di una musica sofisticata, gli hanno consentito di essere un tenace nuotatore contro la corrente impetuosa dell’Italia degli anni 60, un paese impegnato nella ripresa, avido di spensieratezza e di leggerezza, musicalmente adagiato sul facile ascolto delle canzonette da classifica. Estate è un brano tessuto magistralmente sulle parole di Bruno Brighetti, suo collaboratore artistico per oltre quindici anni; pare che il testo sia stato scritto a seguito di una intossicazione alimentare. La canzone è stata pubblicata nel 1960 come lato A del 45 giri “Odio l’estate/Brr… che freddo!” (La voce del padrone 1960), ma nelle successive ristampe il titolo è stato cambiato in Estate. Sono davvero tanti i jazzisti che si sono cimentati nell’interpretazione di questo brano. Il primo è stato il cantante e chitarrista brasiliano João Gilberto che, con un riadattamento in modalità bossa nova, lo ha elevato ad uno standard di risonanza mondiale. Tra le versioni più celebri ci sono poi quelle del trombettista Chet Baker, del pianista Michel Petrucciani e del chitarrista Mike Stern. Numerosissime sono anche le cover di artisti italiani, con Mina e Ornella Vanoni in testa alla fila; ma a nostro parere, tra le versioni che meglio hanno colto lo spirito del brano, c’è quella dal vivo di Vinicio Capossela, ospitata nell’album “Live in Volvo” (Warner Music Italy 1998).
Immerso nell’atmosfera rarefatta del Naima Club di Forlì, Capossela, grande esperto di amori svaniti al sorgere del sole, ha sfoderato una interpretazione delle sue, lancinanti come un’ulcera allo stomaco, comunicando alla perfezione il sentimento di insofferenza verso l’estate, calda culla di ogni illusione, tomba di mille fallimenti e simulacro di “baci perduti”. L’esecuzione è perfetta e rende al meglio la finalità lirica del testo, inzuppata in una melassa di inquietudine e di rassegnazione che Vinicio riesce a proporre come fosse il brusco risveglio da un sonno infestato di demoni. Vinicio scuce il testo e porta in risalto tutto il rimpianto e il profondo risentimento nei confronti dell’estate e delle sue false promesse. Si chiude un cerchio: la sopravvivenza alla stagione grigia, poi lo smarrimento nel vortice delle relazioni estive, infine il ritorno all’inverno e al suo abbraccio paradossalmente meno intriso di solitudine rispetto alle calde settimane vacanziere. L’estate, maturata nell’attesa un intero anno, scivola via tra le dita, sempre troppo breve, ma con quel gusto intenso che lascia sperare comunque in qualcosa di eccezionale. L’estate è uno stordimento che per mesi rilascia ancora calore e salinità, e manciate di una malinconia invadente, impossibile da raschiare via, incollata sulla pelle di ciascuno come una confidenza, come una cicatrice. Ricordo perfettamente la prima volta che ho ascoltato questa versione di Capossela.
Il ricordo è vivo come quello di un bacio desiderato a lungo. Ero disteso sul letto, in una camera buia, con la finestra aperta sulle poche luci di una strada deserta. Appariva tutto fermo, bloccato. L’unico movimento era quello offerto dall’aria leggera tra le tende. Nel vuoto della stanza seguivo la linea confortevole del contrabasso di Enrico Lazzarini, la chitarra jazz di Giancarlo Bianchetti resa liquida dal delay, il metronomo inesorabile della bacchetta di Mirco Mariani sul bordo del rullante, la ritmica cardiaca e ovattata delle congas di Maurizio Asaro. E infine il pianoforte, con poche note secche, distillate dalla mano solista di Vinicio per accompagnare la fine del brano e dell’estate, in dissolvenza, con la voce ormai priva di ogni spavalderia e appena soffiata nelle ultime sillabe della frase “odio l’estate”. Penso di aver seguito le ultime note e di essere uscito furtivamente da quella finestra aperta. Penso di essermi perso nell’oscurità tappezzata di un blu redimente rispetto alla luce del giorno corrotta da un litigio di colori. Penso di aver compreso, quella notte, che la musica e l’estate sono un meraviglioso equivoco.

Estate / Sei calda come i baci che ho perduto
Sei piena di un amore che è passato / Che il cuore mio vorrebbe cancellar
Estate / Il sole che ogni giorno ci scaldava / Che splendidi tramonti dipingeva
Adesso brucia solo con furor / Tornerà un altro inverno / Cadranno mille petali di rose
La neve coprirà tutte le cose / E forse un po’ di pace tornerà / Estate
Che hai dato il tuo profumo ad ogni fiore / L’estate che hai creato il nostro amore
Per farmi poi morire di dolor /
Odio l’estate.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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