Bruce Springsteen: “Western Stars” (2019) – di Trex Willer & Magar

Se fossimo in una realtà parallela nella quale il buon vecchio caro Bruce “The Boss” Springsteen, assieme ad una delle band più coese e compatte della storia (la E-Street Band), non avesse sfornato tre dei più grandi dischi rock della musica americana degli ultimi 50 anni e non fosse stato uno dei più grandi trascinatori live, allora saremmo davanti ad un bel disco di americana, forse un po’ troppo pop e poco rock, ma pur sempre ben scritto anche se con una produzione, ahimè, abbastanza invasiva. Ron Aniello ci perdonerà ma il suono stupendo e cristallino che crea, per chi scrive, non rende giustizia al Boss, ma solo al suo Springsteen alternativo, un po’ come fossimo nella acclamata serie tv Fringe, dove realtà parallele convivono e si intrecciano. Non riusciamo a rassegnarci al fatto che Bruce voglia sempre fuggire dalla sua Band: quando pare che tutto funzioni, decide di rompere il giocattolo e fuggire lontano lontanissimo, approdando in questo caso ad un suono e a un feeling che ricorda molto la musica pop americana degli anni 60. Qualcuno ha detto Roy Orbison? Chi lo ha fatto ha perfettamente centrato il sapore che esce dalle casse quando parte la prima canzone, Hitch Hikin’, leggera e solare. L’abilità che Springsteen non ha di certo perso è quella narrativa: rimane uno dei pochi (il solo?) che in poche righe e strofe riesce a dipingere storie complete, lasciandoti lì a immaginare la vita dei suoi personaggi perdenti e dimenticati. Ecco, l’intero lavoro sarebbe una perfetta colonna sonora di un film immaginario e visionario, che ha come protagonisti le strade dell’America e gli uomini semplici. Ci sono gli archi ma anche i fiati: non che non li avesse mai usati, anzi, con il capolavoro “Born To Run” del 1975 ha letteralmente inventato un nuovo modo di usarli per fare Rock, ma qui danno un’aura patinata che talvolta pare esageratamente zuccherosa, quando invece le sue storie avrebbero bisogno della polvere del Texas e di Nashville. Non ci sono capolavori in “Western Star” (2019), questo è certo ma, se dobbiamo sceglierne una, la canzone migliore del lotto è proprio la title track: fra tutte quella che possiede il tipico feeling springsteeniano. Aiutata da un accompagnamento perfetto, con quel tappeto di steel guitar, non avrebbe sfigurato su di un disco con la E-Street Band. La storia del vecchio eroe dei film western, uno che prendeva le pallottole da John Wayne, è il solito affresco da brividi. Molti presunti cantautori si cimentano con libri a volte inutili: il buon Bruce avrebbe tutto per essere un romanziere e narratore sublime. Un disco che non ha picchi dicevamo… un peccato, perché le storie sono stupendi affreschi ma, a tratti, queste narrazioni sono unite a note che non lasciano il segno e appaiono come composizioni di maniera. Certo, le sue canzoni trascurabili sono almeno due spanne sopra presunti capolavori di artisti suoi colleghi, però questo non è sufficiente. Siamo consci del fatto che tutti gli artisti hanno alti e bassi (a nostro avviso i suoi alti sono stati “Darkness of The Edge of Town” (del 1978) e “Born In The U.S.A.” (del 1984) e che l’ispirazione talvolta va e viene, ma riteniamo Springsteen un magnifico scrittore che ha assolutamente bisogno del suo compagno naturale: la E-Street Band è stata e sarà sempre il migliore strumento per dare alle sue sceneggiature il perfetto sfogo sonoro. Una band non di fenomeni ma di artisti veri ancora pieni di ispirazioni e voglia di stupire. Ascoltate gli ultimi lavori di Nils Lofgren e “Little Steven”, le due fidate chitarre del Boss, e concorderete con noi sul fatto che sia un peccato aver diviso un tale sodalizio umano e artistico. Il nostro giudizio finale lo lasciamo al piatto del giradischi che, nostalgico ed inflessibile, ci assiste e ci consiglia di metter su Jungleland… e di non pensarci più.  (Trex Willer). 
Springsteen ha annunciato l’uscita di questo “Western Star” il 25 aprile scorso con queste parole: “Questo album è un ritorno alle mie registrazioni da solista, con canzoni ispirate ai personaggi e con travolgenti, cinematografici arrangiamenti orchestrali. È un gioiello di disco”. L’attesa, mista a quel pizzico di curiosità che da sempre accompagna le uscite del Boss, è terminata il 14 giugno, quando il disco è finalmente apparso in tutti gli store. Le tracce che lo avevano preceduto, rilasciate da Bruce con mirata oculatezza, avevano rivelato un certo suono mainstream e una chiara deriva pop che lasciava presagire un album molto diverso dai classici a cui ci aveva abituato, e l’ascolto del lavoro nella sua completezza altro non fa che confermare la giustezza delle prime sensazioni. “Western Star” è un album pop, molto curato, efficace, con grandi storie, ma musicalmente lontanissimo da ogni lavoro del Boss. L’innata capacità di storyteller che da sempre contraddistingue la sua produzione, anche qui esce allo scoperto, restando tuttavia intrappolata in un suono che non riesce mai a convincere. La cosa che più lascia perplessi è la voce del Boss, a tratti irriconoscibile: in alcuni momenti la voglia di cantare come un crooner anni sessanta prende il sopravvento in modo davvero drammatico. Eppure il disco contiene piccoli gioielli: brani come Tucson Train e Sleepy Joe’s Cafè sono grandi canzoni, che avremmo voluto sentir suonare con la verve dei brani di “Born in the U.S.A.”. In questo caso, la sensazione di lavoro incompiuto aleggia in ogni nota. L’iniziale Hitch Hikin’ è l’emblema del disco: voce forzata, arrangiamento di archi decisamente eccessivo, e un attacco che non arriva mai: aspetti che la canzone evolva, aspetti la sezione ritmica, a sostenere una melodia valida e un signor testo, ma ti devi accontentare di un brano che scivola mestamente verso la conclusione. The Wayfarer è tutto tranne che un pezzo di Springsteen, almeno nella costruzione, e la voce continua a non convincere. Drive Fast, intima e sentita è una ballata di classe, che avrebbe meritato una sorte migliore, mentre Chasin’ Wild Horses ci riporta alle trame di “The Ghost of Tom Joad”, senza però avere lo stesso impatto emotivo. La produzione di Ron Aniello, che tra le altre cose suona quasi tutti gli strumenti, è lontana anni luce dall’aura che circonda il Boss amato dai fan. Probabilmente queste canzoni apriranno un nuovo mercato a Springsteen (conosco molte persone che di lui amano solo la pur splendida Streets of Philadelphia) ma ascoltarle tutte assieme risulta quantomeno deprimente. Una delle tracce rilasciate prima dell’uscite del disco è There Goes My Miracle, e rappresenta a mio avviso il punto più basso dell’intera carriera del Boss: il cantato è davvero imbarazzante, nonostante la canzone in sé non sia brutta, l’interpretazione è davvero terribile. Sicuramente meglio Hello Sunshine, un pezzo davvero degno del Boss, che annaspa comunque nel mieloso mare creato da Aiello, mentre la seguente Moonlight Motel ha il pregio di riconsegnarci uno Springsteen vocalmente all’altezza, che ci racconta una splendida storia tipicamente americana. L’album si chiude così, portando con se molti rimpianti: il Boss resta uno dei vertici della scrittura americana, e avremmo voluto una sorta migliore per questo insieme di canzoni. (Magar).

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