Bruce Springsteen: “The Ghost of Tom Joad” (1995) – di Valter Di Giacinto

Le problematiche connesse all’immigrazione clandestina dal Messico suscitano da lungo tempo attenzione negli USA. Se oggi la presidenza Trump ha fatto un vessillo della costruzione di un muro lungo l’intera frontiera messicana, già nel 1990 una prima, parziale, barriera era stata eretta tra San Diego e Tijuana, con il risultato immediato di costringere un numero crescente di persone a cercare di varcare illegalmente il confine attraverso il deserto di Sonora o altre aree inospitali dell’Arizona, esponendosi a enormi rischi per la propria incolumità. Alla fine degli anni ottanta Bruce Springsteen aveva deciso di trasferirsi con la nuova compagna Patti Scialfa a Los Angeles, dove nel 1990 nasceva Evan James, il primo figlio della coppia, cui ne sarebbero seguiti presto altri. Ai tempi in cui si stabilì con la famiglia in California la questione migratoria era quindi pienamente all’attenzione delle cronache e non poteva di conseguenza lasciare indifferente un artista attento alle dinamiche sociali come Springsteen
Non è dunque un caso se in “The ghost of Tom Joad” (1995), il suo secondo album interamente acustico dopo il memorabile Nebraska(1982), vediamo Bruce lasciarsi alle spalle lo skyline industriale del New Jersey e le gelide e desolate autostrade del Midwest, per gettare lo sguardo su un paesaggio del tutto differente, dominato dai deserti della fascia sud-occidentale degli States e dall’area, sempre a cavallo del confine col Messico, segnata dal corso del Rio Bravo. Il fiume è, come sappiamo, metafora assai cara a Springsteen. Tuttavia, se nel brano The river esso rappresentava la sorgente di forza vitale a cui ritornare ogni volta che il proprio tragitto personale finisse per arenarsi nelle secche dell’esistenza, in “The ghost of Tom Joad” il fiume mostra invece uno dei lati oscuri della propria natura: il suo essere inevitabilmente divisivo, il suo inesorabile separare il territorio in una landa citeriore ed una ulteriore, di cui la prima ci appartiene mentre la seconda è il regno dell’altro, dello straniero, la patria del potenziale nemico e usurpatore, ma anche il refugium peccatorum per chi ha la necessità di lasciarsi alle spalle un passato ingombrante
Sulle orme di Woody Guthrie (da sempre per lui un punto di riferimento, un’ispirazione costante e rinverdita non molti anni prima con la partecipazione, nel 1988, al tributo “Folkways, a vision shared”), vediamo allora Springsteen tracciare, con una felice intuizione, un parallelo tra le vicende dei diseredati americani spinti ad Ovest dalla “Grande depressione” e il convergere verso le stesse aree, ma stavolta da Sud, delle moltitudini dei nullatenenti sudamericani, anch’essi in cerca di un futuro meno desolante per se e le proprie famiglie. Spetta quindi al fantasma dello sfortunato eroe di “Furore” (The Grapes of Wrath 1939) di John Steinbeck far da ponte tra queste due umanità concomitanti, dando voce in prima persona ai versi della cupa ballata che apre la raccolta, inneggiando alla solidarietà tra gli ultimi quale inalienabile baluardo di fronte all’oppressione e alle avversità della sorte. Ma le vicende narrate in “The Ghost of Tom Joad” sono tutte in qualche misura esemplari, e la penna di Bruce, qui sempre profondamente ispirata, ne delinea con tratti asciutti ed essenziali lo svolgimento, ritraendone i protagonisti con grande nettezza e autenticità
Il mutato scenario geografico fornisce l’occasione per indirizzare l’obiettivo su un campionario umano interamente nuovo per l’Autore, fatto di migranti, bande di contrabbandieri e trafficanti di droga latinos e poliziotti di confine. Ne scaturisce, allo stesso tempo, lo spunto per tornare a guardare, ma da una prospettiva nuova, ecumenica e interculturale, al popolo tradizionale della canzone di protesta: gli sconfitti dell’economia dei mercati globali (Youngstown), i malviventi sprovveduti e in cerca di disperato rifugio nella fuga verso Sud (Highway 29), gli “hoboes” e il loro incessante peregrinare clandestino e senza meta a bordo di anonimi convogli merci (The new timer), i reduci della guerra del Vietnam che provano a rifarsi una vita come pescatori (Galveston Bay). 
Alla storia di una coppia di fratelli messicani, Miguel e Louis Rosales, emigrati in California sedicenni per lavorare da sfruttati nei campi e finiti a cercar fortuna “cuocendo” metamfetamina per una banda di narcotrafficanti, è dedicato Sinaloa cowboys. Nel brano, che si chiude con l’immagine indimenticabile dell’ultimo bacio dato da Miguel al fratello morto prematuramente, un attimo prima di deporlo in una fossa di fortuna e di darsi alla fuga, traspare la profonda e sentita compassione dell’Autore per i propri personaggi. Across the border è un altro dei vertici espressivi di “The Ghost of Tom Joad”, l’unico peraltro in cui affiorino delle trame ritmiche di impronta vagamente latina, in un album che musicalmente rimane saldamente ancorato alla tradizione della canzone folk nordamericana (Hank Williams e, ovviamente, Woody Guthrie su tutti). Vi si narra la storia di un anelato ricongiungimento con la persona amata, da compiersi una volta giunti entrambi al di là del confine segnato dalle acque melmose del Rio Bravo. Impossibile non commuoversi riascoltandola oggi, quando abbiamo tutti negli occhi la foto del tragico annegamento in quelle medesime acque di un padre con la figlioletta di due anni tenuta abbracciata sotto la maglietta nera, anch’egli partito con l’obiettivo di riunirsi alla moglie non appena approdati sull’altra sponda del fiume
Ma non c’è un solo momento, nella sequenza di brani che compongono la raccolta, in cui il sentimento di umana condoglianza e il profondo lirismo con cui vengono narrate le singole storie, ognuna a modo suo paradigmatica, diano segno d’infiacchirsi. Si resta letteralmente rapiti nell’ascolto fino alla conclusiva My best was never good enough, dove il narratore pare voler finalmente allentare la tensione col puntare fugacemente la camera su stesso, dando vita a un piccolo sketch che, dietro un’intenzione scherzosa e irridente, manifesta una mal dissimulata amarezza. Tra i destini incrociati degli americani sconfitti ed emarginati, in quanto mai stati abbastanza scaltri (good enough”) da riuscire a saltare sul carro dei vincitori nella loro madrepatria, e dei forestieri che partono sfidando la morte in vista di un auspicato approdo nella “land of dreams” oltre confine – per finire anch’essi quasi sicuramente ad alimentare le nutrite fila dei perdenti del sogno a stelle e strisce – vediamo così dipanarsi il secondo album acustico di Bruce Springsteen. Quello che, ad oggi, rimane probabilmente il suo ultimo capolavoro.

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