Bruce Springsteen: “Springsteen on Broadway” (2018) – di Nicoletta Prestifilippo

Delle Strade e dei Ricordi nel “Live on Broadway” di Bruce Springsteen, in acustico: già questo potrebbe bastare a farci su un pezzo, un’immagine, un racconto senza virgole, detto in un fiato solo. Potrebbe bastare a dirci che le strade, di notte, sono un cammino sinuoso e interminabile… di giorno, invece, sono ciò che non tardiamo a lasciarci scappare: nella confusione degli impegni quotidiani, degli incontri mancati e cercati, siamo ciò che notiamo a dispetto della fretta; siamo nel tempo concesso agli affetti, alle nozioni apprese per curiosità, più che per dovere. Siamo nella pausa presa a pieno respiro: quella che mette a tacere il buio dentro, e rinnova ogni languore. Quando si fa notte, viene il tempo dei desideri, del sonno da dormire, dei suoni attutiti per la cura degli affetti, e ampliati in testa, nella gabbia toracica, nelle mani impotenti. Le ore piccole sono grandi, in potenziale: a volte le si riempie di pensieri, a volte dell’amore diviso a bocconi e carezze. A volte si accompagnano alle parole, scritte sui libri o lasciate danzare sulla musica, con le voci pallide, gelide, lampanti, che sono come un graffio, e che riscaldano; che mettono pace e appetito, ancora prima di lasciare i sogni: a Bruce Springsteen è affidato il mio risveglio ad occhi chiusi. Quello del tempo che lento si spegne, dei sensi attutiti, delle scuse da rivolgermi, delle pieghe inaspettate: del calore umano, che sia pensato o a fior di pelle. So essere tanto vuota e sempre troppo piena; ingestibile e contenuta, senza regole, a scanso dell’anarchia: le mie ribellioni sono tutte contro la disillusione che molti spacciano per buona, e che a me proprio non va di praticare. La lascio fuori, mi lascio fuori, come la cosa casuale che sono, come tutto-questo-tutto incapace di darsi una direzione precisa e sensata. Quello che ancora crede possibile una strada, per tornare agli itinerari iniziali, che sappia stringersi fitta a una Thunder Road che non invecchia mai, e che è facile da percorrere senza coordinate, senza un verso sbagliato, pure controcorrente, con le inversioni spericolate dei ripensamenti che mostrano le alternative e svelano scenari di grande effetto. Thunder Road, che Springsteen ha cantato ancora e di recente in un live a Broadway all’insegna di una strana intimità, un filo sottile capace di legare i presenti e pure gli assenti, che guardano da qui e ascoltano in silenzio. Lui canta quel pezzo nudo e bello, senza virtuosismi, e afferma che insieme si può proprio tutto; lo fa tra le righe e sopra, perché non sa specchiarsi nel pudore: le cose belle bisogna dirsele, anche col timore di vedersi inermi al cospetto dei bisogni, così imponenti, pronti a scarnificare e non adatti alla debolezza di una presunta infallibilità: siamo autentici così, finalmente dichiarati, palesi e un po’ bambini. Deve somigliare un po’ a questo, la tanto inseguita libertà: a un accordo segreto, con le intese mute e salde, e la marcia degli imperfetti che divengono parte di una cosa comune, e nemmeno ci speravano più. A un tratto accade una voce, come un piccolo prodigio: «Show a little faith, there’s magic in the night / You ain’t a beauty but, hey, you’re alright / Oh, and that’s alright with me»È una preghiera senza santi da recitare a labbra chiuse fino a crederci per davvero, con le poche briciole da conservare strette nel pugno, da lasciar cadere per ritrovare la strada, prima di camminare, prima ancora di respirare e sperare di arrivare a casa, finalmente, allo svanire di un manto di stelle dentro le prime luci del giorno. È così caldo il tempo di chi spera. Basta ascoltarlo bene per sapere che ha ritmi uguali a quelli di Long Time Comin’: ritmi pacati, ariosi, pregni di un’energia che non scalpita ma sorregge, cedendo il passo alla voce e ai sensi: quelli che narrano un’età che è stata, e quella che verrà; e che sollevano il cambiamento, lo incoraggiano, con le paure giuste e dovute, con gli sbagli che marcheranno i gesti e i tentativi. Forse l’augurio più bello resta da porgere nelle parole che dicono: «Now down below and pullin’ on my shirt / I got some kids of my own / Well if I had one wish in this god forsaken world, kids / It’d be that your mistakes would be your own / Yea your sins would be your own»Il vero lusso sta nell’errore che muove l’istinto e interpella la ragione quando serve. Nella passione di chi vive con gusto, nell’equilibrio di chi affronta il vuoto per sapere cosa resta oltre e dentro le illusioni. The Wish si condensa negli occhi e nello spazio mutevole della memoria, che ripercorre ogni sentiero già tracciato, già vissuto: il ricordo è materia evanescente e solida al contempo. Si mescola al corpo e alle azioni, è l’ossatura del pensiero e del carattere. Nulla di ciò che siamo, può davvero prendere le distanze da ciò che siamo stati; e da chi ha coltivato il poco o il tanto che ha potuto insieme a noi, con la cura lenta e fragrante delle emozioni e dei più cari affetti. The Wish è un fermoimmagine, è nelle mani intrecciate, è una carezza. È il primo respiro e ogni respiro a seguire, tra i momenti scelti e i giorni trascurabili che fanno il tempo di una vita da tenere stretta. È il volto di una madre che non si può scordare, e gli insegnamenti avuti tra un gesto disinvolto e un abbraccio, nella visione di un mondo in espansione, sofferente e magnifico, incorniciata oltre i bordi di una finestra: l’assaggio di un’esistenza che preme dentro, accanto e fuori; e poi l’esempio preso di riflesso e la malinconia da non rinnegare, perché è la misura della bellezza avuta in dono, mischiata a quella che si continuerà a cercare, e che si otterrà con ogni buono e cattivo imprevisto: delicata, da spezzarsi alla minima disattenzione; e forte da fare male e costruirsi da sé, salda e fiera, senza età. Si potrebbe invecchiare così: con la bellezza ripiegata nei respiri, nelle contraddizioni di chi la vita la conosce anche solo dai margini, con lo spettacolo di certe viste-sviste da troppe menti viziate, dal lusso esercitato in ogni forma, a tratti colpevole di insegnarci una povertà d’animo infinita. Con la voce di Springsteen è facile perdersi. È tanto facile sentire gli echi di ogni stagione, avere chiare in mente le linee dei volti amati e persi, e nelle orecchie il ticchettare di un presente che andrebbe tenuto in caldo il più possibile: con un canto, una nota allungata, un brivido sottile e gli occhi lucidi. In una notte a Broadway, oppure qui e accanto, ovunque sia.

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