Brother Dege: “Folk Songs Of The American Longhair” (2010) di Claudio Trezzani

Ci sono tesori musicali volutamente tenuti al riparo dal famelico music business. Artisti che quasi per paura di essere fagocitati e triturati non cercano la fama ma vengono trovati da questa. Ci sono milioni di modi per scoprire artisti e musicisti nascosti oggi, con le nuove tecnologie ma alcuni sfuggono comunque al mondo digitale e rimangono nel sottobosco, in quel limbo indipendente (anche se oggi il termine è abusato) che permette loro di creare e suonare ciò che vogliono senza imposizioni: qui probabilmente nascono piccoli capolavori spontanei come ne nascevano quaranta o cinquanta anni fa. Puri, crudi e veri. Ecco, Brother Dege e questo suo lavoro dal titolo evocativo, “Folk Songs Of The American Longhair”, sono tutto questo. Basta guardare la copertina del disco per farsi un’idea del tipo: cappello da cowboy, barba e chitarra resofonica… una foto dal sapore western. Tutto ciò che ascolterete nel disco deriva da questo bluesman bianco del sud laborioso e vero, di quella Louisiana che ha dato i natali a tanti bluesmen di colore che tanto influenzano il suono di Brother Dege (vero nome Dege Legg). Non c’è però solo il vero blues del Delta nelle dieci canzoni di questo disco… ma anche un suono personale e senza fronzoli. Lui lo definisce psyouthern”, una specie di psichedelia blues del sud, un southern blues dall’anima cantautoriale. Chiamatela come volete ma è gran musica. Un gioiello edito nel 2010 che, se non fosse stato per quel genio di Quentin Tarantino, ora non conoscerebbero nemmeno negli Stati Uniti… figuriamoci al di qua dell’Oceano. Eh si, proprio il regista scoprì e usò una delle canzoni di questo disco, la stupenda Too Old To Die Young, per il suo “Django Unchained” (2012). Il resto è storia, il Grammy vinto e il successo che lo ha fatto arrivare oggi al suo quarto disco a suo nome, “Farmer’s Almanac” (2018). La canzone che lo ha fatto conoscere è un capolavoro, un giro acustico, con il suono dello slide che ti prende e non riesci più a star fermo… ti prende e non ti molla più. Niente trucco né inganno: asciutto e irresistibile. Quasi senza accompagnamento, con un sapore western che deve avere rapito il buon Quentin, noto amante di artisti underdog”Il suono ipnotizza, con i suoi riff lenti e trascinati, come in The Battle Of New Orleans, ispirata alla tragedia dell’uragano Katrina: un bellissimo testo e la sua voce potente che ci accompagna all’inferno… la guerra fra l’uomo e Dio. L’assolo in slide si incastra alla perfezione in una canzone struggente che termina con un suono quasi gotico. Negli anni Dege (ormai è “on the road” dagli anni 90), ha forgiato un suono davvero unico e, canzoni come Dead & Gone ne sono il perfetto manifesto… una di quelle canzoni oscillanti fra blues rock southern e psichedelia che vorresti non finissero più. I testi poi, con il marchio del Sud ben impresso: natura e fuga dal materialismo moderno. Pare quasi di sentire l’umido della palude uscire dalle casse. Un vero tesoro nascosto, di quelli che quando scopri vorresti condividere con chi ama il blues, il rock e il folk, perché sarebbe un peccato gravissimo non conoscerlo… basterebbe l’incipit dell’iniziale Hard Row To Hoe per convincervi, ne sono certo : un ascolto e i 45 minuti voleranno in un attimo. Artista vero. Buon ascolto.

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